La villa di Pollio Felice cancellata da una cava di pietre

- di Antonio Maria Fiorillo

Una gita per mare e l'approdo a Marina di Puolo. La roccia calcarea che fu frantumata a colpi di dinamite
distruggendo la costruzione romana. L'industria estrattiva dai tempi dell'astigiano Battista Fernez e della
famiglia Fogliotti ai Merlino. Lo scavo e il complesso lavoro del trasporto dei massi via terra e via mare.

Nell'estate 1941 da poco avevo compiuto undici anni e con la mia famiglia andai in vacanza nuovamente al Grand Hotel Vittoria di Sorrento. Oltre ai nonni materni vennero anche Gino e Tita. Lei era figlia di zio Attilio e quindi mia cugina. Era, però, molto più grande di me. Gino, Gigetto, com'era chiamato in famiglia, era piuttosto piccolo di statura, un poco grassottello, una testa leggermente grande rispetto al corpo, un viso lungo, occhiali di rilevante gradazione e capelli leggermente rossicci, corti e ondulati. Sguardo vivace e molto loquace. All'epoca doveva avere circa quaranta anni. Esercitava un fiorente commercio all'ingrosso al Mercato. Amava la fotografia e la pesca subacquea.
Aveva molte ed importanti macchine fotografiche e cinematografiche.

In albergo continuamente invitava papà ad andare a pesca. Insistette tanto che lo convinse. Organizzò, così, una pesca. Prese in fitto una piccola barca a vela di non più di quattro metri e mezzo. Papà volle che anch'io andassi con loro. La mattina prestabilita scendemmo a Marina Piccola con l'ascensore dell'albergo e c'imbarcammo. Il marinaio diede a Gino, che si dichiarava sufficientemente esperto, spiegazioni e consigli sul comportamento di governo. Poi prendemmo il mare. Saranno state le dieci. Il cielo era terso e la brezza molto leggera. Impiegammo molto tempo a prendere il largo. Dagli spazi che la vela lasciava liberi alla visuale si poteva godere l'affascinante visione della baia di Sorrento con la costa a strapiombo sul mare imperlata dagli alberghi e ville al suo limitare.

Dopo più di un'ora eravamo soltanto poco più di trecento metri dalla costa. Gino voleva andare fino a Punta della Campanella dove sapeva che avrebbe potuto pescare dei bellissimi saraghi. Poi il vento rinforzò e fummo molto contenti per l'aumento della velocità e della frescura. Io ero seduto sul fondo della barca relegatovi da papà per sicurezza. Navigammo di bolina per altre due ore, ma non sembrava che facessimo grandi progressi. Dal Vesuvio apparvero nuvole bianche che conferirono maggiore fascino al paesaggio del golfo. Noi si andava bordeggiando, ma facendo scarsi progressi, nonostante che il vento ora era diventato sostenuto. Le nuvole aumentavano. Ora erano scure e giunsero a coprire il sole.
Di lì a qualche minuto, però, il vento calò quasi all'improvviso e restammo completamente fermi. La vela sbatacchiava di qua e di là su un mare diventato calmissimo. Non sapevamo cosa fare. Bisognava solo aspettare che tornasse il vento. Non passò molto tempo che il vento spirò nuovamente, fortissimo e dalla parte opposta alla precedente. Anche il mare che prima era calmo si agitò sempre più. Gino non riusciva a controllare la barca. Se stringeva, la vela rischiava di farla capovolgere, se l'allentava la barca sbandava e la vela sbatteva paurosamente.

Preferì mantenerla dritta nonostante la vela sbattesse da tutti i lati. In barca entrava una quantità enorme d'acqua. Acqua dal mare e acqua dal cielo perché ora pioveva pure. Diventammo bagnati fradici e poiché vento e mare aumentavano sempre più fu deciso di ammainare la vela. Ma che vuoi ammainare. La vela era fissata all'albero con una cima che attraverso i suoi occhielli vi girava attorno. Dopo vari tentativi si capì che non era possibile farla venire giù in quelle condizioni d'instabilità. Il pericolo di affondare era grande e papà prese uno degli arpioni del fucile subacqueo di Gino e lacerò la vela fino a farla cadere a brandelli. La barca si stabilizzò. La faceva ondeggiare solo il mare, ma così non era pericoloso.
Restammo per più di un'ora in balia del vento, delle onde e sotto la pioggia che batteva fortemente, poi la tempesta si calmò. Il cielo addirittura si aprì e tra le nuvole riapparve il sole. Eravamo molto distanti dalla costa. Il vento e il mare ci avevano sospinto a largo, forse a due o tre miglia dalla costa, verso il centro del golfo. Ora spirava un venticello da sud. Bisognava chiedere aiuto. A grande distanza ogni tanto passava un natante e anche qualche nave. Per attirare l'attenzione gridavamo e ci sbracciavamo, ma si capiva che nessuno ci notava. Papà agitava un asciugamani. Visto gl'insuccessi ci togliemmo le magliette ed incominciammo ad agitare anche quelle ogni volta che qualche barca sembrava tanto vicina da poterci vedere.

Il tempo passava e non ottenevamo risultati. Il vento e la corrente ci sospingevano sempre più verso nord, in altre parole verso Napoli. Da quella direzione, però, un puntino s'ingrandiva sempre di più. Era un'imbarcazione che veniva proprio verso noi avanzando lentamente. Tememmo che a un certo punto cambiasse rotta. Invece, piano piano, costantemente, veniva sempre verso noi. Era un rimorchiatore.
Quando fu abbastanza vicino, si notò che trainava un grande pontone, una piattaforma pressoché rettangolare, dalla fiancata di circa tre metri e con sopra un rudimentale argano. Ci passò di fianco a circa trecento metri e sembrò che da bordo non ci avesse visto nessuno perché il convoglio continuava a navigare sorpassandoci. Poi rallentò, si fermò e tornò indietro ancora più lentamente di come originariamente avesse navigato. Si capì che la manovra era stata eseguita per evitare che, per l'abbrivio, il pontone investisse il rimorchiatore.
Quando finalmente rimorchiatore e pontone s'arrestarono accanto a noi da bordo qualcuno gettò una cima. Gino gridò a quelli di bordo di essere rimorchiato a Sorrento, ma quelli risposero che loro andavano ad una cava lungo la costa e che soltanto lì avrebbero potuto portarci. Ci collegarono all'estremità posteriore del pontone con la grossa cima e il convoglio ripartì. Ma per la sua struttura squadrata il pontone, dietro, faceva ribollire l'acqua e provocava grossi vortici. Quelli di bordo allora, vedendo il nostro pauroso volteggiare e ondeggiare, allungarono di molto la cima finché si fu fuori dell'area di turbolenza.
Verso le quattro e mezza del pomeriggio, asciutti ma con molto sale addosso, arrivammo a destinazione.

A un certo punto l'andatura rallentò e da dietro il pontone si rivide il rimorchiatore che lo stava abbandonando. Se ne poté notare il nome "Pietro Micca" che sembrò poco adatto ad un'imbarcazione.
Anche la nostra barca rallentò fino a fermarsi e un paio d'uomini del pontone tirandola per la gomena la indirizzarono verso la riva. C'era un'ampia spiaggia e fu lì che, dopo che Gino mollò la cima dei soccorritori, alla peggio, approdammo. Eravamo distrutti, stanchi morti. Altri ci raggiunsero via terra per constatare che stavamo tutti bene e tirarono a secco la barca.
Raccogliemmo le nostre cose e, ringraziando ed esausti, ci accasciammo su sedie di una frugale trattoria ai limiti della spiaggia. Ci fu detto che eravamo a Marina di Puolo, una baia subito dopo il Capo di Sorrento, e ciò che vedevamo era una cava di pietre. Il nome del posto derivava da quello di Pollius Felix che già prima del 90 d.C. in quel sito si era fatta costruire una lussuosissima villa. Era a circa un miglio da Sorrento verso la Campanella. La cosa ci confortò molto perché voleva dire che potevamo rientrare a Sorrento agevolmente.
Il borgo era tutto raccolto a ridosso della spiaggia più grande su cui eravamo sbarcati e poco più in alto aveva una antica torre di avvistamento. La cava era sulla sinistra guardando il mare. Si notava la roccia spaccata e a nudo, la scogliera con i binari e i carrelli di cui alcuni pieni di grossi massi. Ormai rimorchiatore e pontone erano ormeggiati al fianco di una scogliera. Pochissime erano le costruzioni cosicché il luogo appariva soltanto cosparso di ulivi. Papà e Gino chiesero a dei pescatori di rimorchiarci a Sorrento, ma non ne avevano la possibilità. Potevano portare solo noi con una barca a remi. Gli fu affidata la nostra con l'accordo che avremmo mandato il proprietario a riprendersela. Dovemmo aspettare, però, un bel po' di tempo in attesa che si organizzassero.

Nel frattempo papà e Gino parlottavano con quelli della trattoria. Raccontarono che, rimasta fino a fine Ottocento una spiaggia integra e desolata che serviva solo da riparo ai marinai di passaggio, divenne poi un sito in cui la roccia calcarea veniva frantumata a colpi di dinamite, distruggendo anche i resti della villa di Pollio Felice. Il proprietario Battista Fernez, imprenditore che proveniva dalla provincia di Asti, e successivamente la famiglia Fogliotti vi estraevano pietre per la produzione di calce nell'edificio in tufo adibito a calcara che si ergeva all'ingresso della cava. All'epoca non esisteva una strada e la calce veniva trasportata a dorso di muli fin dove poteva essere caricata su carri, carrette e, successivamente, anche su camion per ogni destinazione. Veniva trasportata anche su bastimenti o battelli a località costiere come Torre Annunziata, Baia e Napoli.

All'incirca verso il 1911, con l'acquisto del territorio, i Merlino trasformarono la calcara in un'industria estrattiva di pietre a supporto dell'attività di costruzione di porti e dighe frangiflutti che esercitavano. Il "Pietro Micca" era stato fin da subito acquistato in Inghilterra. Per il trasporto dei massi fu costruita la scogliera per far attraccare rimorchiatore e pontoni nonché per il riparo di altri natanti. In un'officina specializzata si costruivano e riparavano carrelli per il trasporto delle pietre, i binari su cui camminavano e i vari attrezzi occorrenti all'attività, tra cui i ferri che conficcati nella roccia provocavano i buchi per far brillare le mine che la sfaldavano. I binari si dipartivano dal punto di scavo dove potenti gru a vapore issavano i massi sui carrelli e li trasportavano fino alla scogliera per l'imbarco sui pontoni o al frantoio per essere trasformati in pietrisco o brecciolino poi caricato su bettoline o paranzielli, che erano velieri a motore. I pontoni erano proprio quelle grosse chiatte a una delle quali eravamo stati agganciati. Sulla coperta avevano file parallele di binari occorrenti per l'imbarco dei massi portati dai carrelli che vi potevano così salir fin sopra. Finalmente vennero i volenterosi pescatori e misero a mare una paranzella che era sulla spiaggia. Uno di loro si mise ai remi e ci portò a Sorrento. Giungemmo in albergo verso le sette di sera, ma nessuno si era preoccupato per noi più di tanto.
Non era tardi per quel tipo di giornata. Per non ricevere accuse e rimproveri, l'accaduto fu molto minimizzato e se ne parlò pochissimo. Fu soltanto notato che in tanto tempo di permanenza in mare non avevamo preso nessun pesce.