Le case bianche di Conca dei Marini

- di Maria Rispoli

Leggende e storie del borgo di pescatori arroccato su un costone di roccia. Casette bianche che si specchiano nel blu del mare. Il miracolo dolciario di madre Clotilde. Le Janare: sirene, fate o pessime streghe. I versi di Alfonso Gatto e gli anni della mondanità. I soggiorni di Jacqueline Kennedy e della principessa Margaret. Estati a piedi scalzi. Le prelibatezze di Umberto. Il convento a strapiombo sul mare.

Un pugno di casette bianche si specchia nel blu. Profumano di limoni, di ulivi e di carrube. Arroccate sul costone di roccia sembrano bambini che giocano a mantenersi in equilibrio. Con i loro tocchi di pastello sfidano una natura fatta di curve e di emozioni. Lungo la strada che porta alla terra delle sirene i pini odorosi sono braccia protese a salutare il mare.
È questa la cartolina che Conca dei Marini spedisce a chi la guarda. L'antica "Cossa dei Tirreni", colonia di Roma nel 481 a.C. e sua fedele alleata nel corso delle guerre puniche, ha attraversato i secoli mantenendo intatta la sua fiera semplicità. Ora sicuro attracco per la vicina e più blasonata Repubblica Marinara ora invitante cristallo nel quale si è tuffata la potenza di Gianni Agnelli, l'eleganza di Jacqueline Kennedy e la raffinata spensieratezza della principessa Margaret, la piccola baia si staglia, nella sua meravigliosa essenzialità, a coccolare e proteggere l'antico borgo di naviganti.
Quelle casette dalle cupole e dai muri di calce bianchissima sanno di sale e di amore per il mare. I gozzi, le cianciole, le cime raccontano storie fatte di vento, di fatica e di tradizione. Il sole e la navigazione riempiono i volti ed i gesti.

Abili marinai e pescatori appassionati pronti da sempre a percorrere rotte ardite e lontane per, poi, fare ritorno, carichi di nostalgia, nel loro fazzoletto di paradiso color cobalto.
Piccola anzi piccolissima, Conca dei Marini ha il cuore grande ed un passato prezioso, un passato che vive in ogni vicolo, in ogni granello di sabbia, in ogni nodo che lega una lancia al suo ormeggio. In un antico monazzeno le tonnare hanno lasciato il posto a sedie e tavolini. Lì la discreta mondanità degli anni '50 e '60 gustava a piedi scalzi le prelibatezze di Umberto 'o bacchiss tra il luccichio del sole e quello di un cin. A due passi l'acqua spumeggiava allegra sul bagnasciuga strizzando l'occhio agli Chandon che, un po' più su, cercavano ristoro immersi nel verde. Oltre la piccola spiaggia la storia corre lungo il promontorio. Dal quadrato della torre di Capo di Conca, infatti, i pensieri tornano al Marchese di Villafranca, a Pedro de' Toledo, vicerè di Napoli, ed alla loro lotta per contrastare l'avidità turca. I ritmi della vita conchese vanno via lenti cadenzati dai raggi d'oro. Raggi che colpiscono le reti, tirate su da mani segnate dalla salsedine e dalla esperienza. Raggi che insidiano le timide acque nascoste tra cupole di roccia fino a renderle color smeraldo. Raggi che abbagliano gli occhi mentre seguono due ali bianche che vibrano sulla libertà.

L'azzurro del cielo e quello del mare accompagnano la clausura del convento di Santa Rosa. La cinquecentesca struttura a strapiombo sul mare fu donata dal Vescovo di Amalfi al comune di Conca. Nel 1679 Suor Maria Pandolfo vi creò un monastero di domenicane, luogo di preghiera e, a quanto pare, di sapiente ingegno gastronomico. Il profumo della sfogliatella porta, infatti, al convento conchese. La storia vuole che un giorno non meglio precisato del 1600 Madre Clotilde, addetta alla cucina, per non gettare via la semola cotta nel latte, pensò bene di aggiungervi zucchero, frutta secca e liquore al limone. Sistemò, quindi, il ripieno tra due strati di sfoglia dando loro la forma di un cappuccio di monaco.
Mentre le onde corteggiano la marina il libeccio percorre la strada incassata nella roccia. Sospira lungo Punta Tavola fino a scorgere il fiordo della Terra Furoris ed il promontorio di Capo Sottile. Nell'aria la penna di Alfonso Gatto riveste di poesia l'incanto della natura. "Odore a picco di scogli rannicchiati nel legno fresco: sotto pergole di lumi la notte bianca sale al desco fragrante dei marinai. Si stringono gli agrumi irti nel vento". È un vento che sussurra storie di mare e di streghe. Quello cucito dai cunti antichi per Conca dei Marini è un abito fatto di magia e mistero, un abito che la bella Costa indossa da secoli. La leggenda narra che nel '500 il borgo fosse popolato dalle "Janare". Mito e realtà, tradizione e leggenda hanno attraversato generazioni grazie alla parola ed alla fantasia dei più anziani. I racconti riguardanti queste strane creature appaiono spesso contrastanti. C'è chi parla di sensualissime sirene, chi di fate e chi, infine, di streghe malvagie.

Secondo alcuni il nome Janara deriverebbe da quello di Diana, figlia di Zeus e di Latona. Protettrice della plebs romana e simbolo della luna, Diana, così come tramandatoci dallo stesso Cicerone, era considerata la dea degli incantesimi e delle malie notturne. La mitologia vuole che le giovani donne votate al suo culto si riunissero di notte in boschi di leccio per danzare dinanzi a lei. Queste sacerdotesse o amazzoni, dette appunto "dianare" ovvero seguaci di Diana, divenute nel linguaggio dialettale Janare, rappresenterebbero l'emancipazione femminile.
Altri, invece, sostengono che l'etimo derivi dal latino ianua (porta) essendo legato ai riti praticati per proteggere la casa dal maloc chio. Ed infatti, la Janara sarebbe una creatura che insidia le porte per introdursi nelle case. Secondo la leggenda, per proteggersi da queste specie di streghe era necessario porre dinanzi agli usci scope o sacchetti pieni di sale in modo tale che, qualora l'ospite indesiderata fosse riuscita ad entrare, sarebbe stata trattenuta dal contare i fili della scopa o i grani sino allo spuntare del sole la cui luce, essendole fatale, l'avrebbe indotta a scappare.
Da sempre la tradizione popolare attribuisce a questi esseri magici un carattere positivo ed, al contempo, negativo. Si dice che le Janare vivessero sugli alberi di ulivo, che fossero in grado di compiere sortilegi, di scatenare tempeste, ma anche di prescrivere pozioni, a base di erbe, in grado di curare le malattie. Non avevano alcuna valenza religiosa ma solo poteri magici così come le fate, la Manalonga, spirito femminile delle acque e l'Uria, spirito delle case.

Secondo la leggenda conchese, il sabba delle Janare avveniva nel campo degli ulivi situato dietro la Chiesa di San Pancrazio martire, nella zona di Campitiello, limitrofa alla grotta dello Smeraldo ed in località Punta Tavola. E così, la terra dei pescatori, fatta di mare blu come il cielo e di case candide come il latte, al calar del sole spegneva la sua luminosa bellezza per dare ospitalità a donne misteriose. Splendida sentinella della luce dall'alba al tramonto, San Pancrazio, una volta baciata dalla notte, si trasformava ignara in un palcoscenico per filtri d'amore, fatture e pozioni contro il malocchio. La leggenda racconta, inoltre, che le Janare si riunissero sulla spiaggia del Fiordo giungendo da varie parti del paese attraverso antichi sentieri. Dinanzi al focolare la tradizione vince i secoli ed incuriosisce con le parole d'argento pronunciate da teste canute. Nell'immaginario popolare queste donne erano in grado di volare sulle loro scope grazie ad uno speciale unguento che le rendeva leggere come un soffio d'aria. Da Conca, passando per Furore e Benevento al canto di "sott'all'acqua e sott u vient, sott'a noc e Benevient", le Janare percorrevano distanze notevoli, spingendosi finanche nelle Americhe, per raggiungere mariti e fidanzati emigranti.

Un giorno, non appena la luna prese il posto del sole, un conchese vide sua moglie ungersi il corpo con dell'olio per, poi, spiccare il volo uscendo dalla finestra. Il giorno successivo l'uomo aggiunse dell'acqua nel vasetto dell'unguento utilizzato dalla donna. Giunta la notte la moglie, dopo essersi spalmata la sostanza magica, salì in groppa alla sua scopa per precipitare rovinosamente al suolo. A quel punto il marito accorso ad aiutarla avrebbe esclamato: "Meglio una moglie con le gambe spezzate che una Janara".
Questi esseri strani si divertivano a fare dispetti. Facevano correre gli animali fino a stancarli. Legavano le criniere dei cavalli in tante treccine. Streghe, fate, verità, superstizione popolare. Molto più probabilmente le donne misteriose che, al chiarore delle stelle, animavano il campo degli ulivi intorno San Pancrazio erano mogli di marinai conchesi che, nei periodi di assenza dei loro mariti, cercavano un piacevole modo per "ingannare il tempo". Nessun filtro, scopa o maledizione ma candide camicie da notte che danzavano intorno agli alberi per trattenere gli amanti appassionati e scacciare gli uomini non graditi con la complicità di una luna profumata di sale e di agrumi.