Le incredibili storie estive dalla riviera romagnola

- di Andrea Mingardi

Anni Sessanta, anni di sogni e di avventure.
Le belle straniere, la luna e il mare.
I racconti delle conquiste.
Amori difficili, impossibili, sorprendenti.
Sulla spiaggia con Gitta, svedese di Malmoe.
Il corteggiamento, i rifiuti, le risate e l'appuntamento dell'ultima notte.
Un barcone malandrino e la stanza della pensione Isadora. Una passione incompiuta.
L'incontro su una nave da crociera dopo molti anni e Gitta che chiede perché non successe nulla sulla barca del desiderio...

"Soccia come scei rosscio, guarda bello che ti scotti sce non stai atènto".
"Mo... mi scion messcio un chilo di crema, sce mi brucio faccio causa alla Coppertone".
"Vieni ben qui sciotto a l'ombrelone va là che si copriamo... sce stascera in d'scoteca non vuoi scembrare un peperone".
"A proposito, ho becato le due svedesotte che... sce non ci stan quelle lì mi sbatèzzo".
"Alora, si vediam verscio le scette?".
"Mo non ti scembra un po' prestino?".
"Ohi, dobian stare in batùta, le scandinave non stan mica ad aspetàre me e te, eh?".
"Con quella fiducia che c'hai... vigliacco sce ci sfiori le bocce".
Il pomeriggio romagnolo, grazie a un vento inaspettato, allungava i respiri della gente, per tutto il giorno in affanno per via della calura. I venditori di bomboloni e canditi gliela avevano già data su coi loro tipici richiami: "Coccooo, belloooo... piangete bambini che la mamma vi compra i bomboloni... gelatttiii, freschiii di giornattaaaa... candittiiii".
Cotti a puntino i bagnanti, carichi e ingobbiti, sciabattando ritrovavano la strada della pensione. La spiaggia mostrava tutta la sua larghezza. Finalmente qualche cane.
I tramonti degli anni Sessanta erano diversi. Più colore, più luce, o forse solo più noi.
Anche il clima era diverso. Non una scheggia impazzita: la canicola era la canicola e, il temporale, un benvenuto. Così come da bimbi ci sembrava tutto più grande, da ragazzi, i sensi erano diventati ingovernabili. I nostri appetiti non contemplavano assolutamente stati d'animo come la pacatezza o la ricerca della pace... interiore ma solo picchi di caldo, freddo, sonno, fame, sesso sfrenato, passione e disperazione, in un moulinex privo di logica. Del resto, quando si levava il vento forte sulla spiaggia non volavano sdrai e ombrelloni come fossero farfalle? Nonostante le bandiere rosse issate per avvertire i bagnanti, tutti restavano in acqua fino a quando il mare non si decideva a presentare il suo brutto carattere.
Proprio come gli amori tempestosi che pur minacciando grandine e guai ci catturavano ammaliandoci fino al disastro. Fino in fondo, agli occhi rossi e alle telefonate notturne. Fino agli schiaffi che avremmo voluto dare e che invece incassavamo nel profondo di un sentimento avvelenato da un prendi-lascia tipico dei trascinamenti irrisolti. Allora si restava a guardare il mare. Sembrava un amico questo stronzo con risacca e luna e invece non ti aveva avvertito, ma solo fottuto. Ma non c'è nessun fregato che non abbia la disposizione congenita a farsi fregare.
Noi eravamo dei bersagli e le ragazze belle, arcieri infallibili.
Fingevamo di essere duri.
Il moscone cercava spazi al largo perché solo così ci si poteva baciare senza testimoni. La fanciulla, se italiana, esigeva di mantenere... l'illibatezza pubblica senza testimonianze di evidenti debolezze sentimentali. Quindi, se vuoi mettermi mezzo metro di lingua in bocca, rema! E noi remavano. Come condannati sulle galere, ingenui nella nostra esibizione di fisicità. Lei, sdraiata sulla parte liscia, un po' sorrideva e un po' chiudeva gli occhi arrendendosi a un sole vincente. Quello era il momento di guardarla e le vesciche sulle dita diventavano un supplizio sopportabile.
Però, se era svedese, era svedese. Una garanzia. Occhi azzurri e carnagione fiordi... latte. Ma se al limite fosse stata norvegese o tedesca nulla sarebbe cambiato per noi. Era il modo in cui approcciavano, come ci sorridevano che faceva la differenza. Una differenza fatta di promesse e referenze inequivocabili. Altro che indigene! Le gazzelle nostrane in cambio di una minima complicità pretendevano uno straccio di fidanzamento in casa, con la perdita automatica da parte nostra del prezioso anonimato nei confronti della polizia genitoriale. Le svedesi, no, soltanto libertà e spensieratezza. Nessun senso di colpa o impegno, con... rate e annessi e connessi. Il fatto è che noi si partiva come killers e si arrivava come tremebondi innamorati, terrorizzati dalla presunta e spesso vera disinvoltura delle vichinghe. Ma il gioco delle parti questo prevedeva e davanti al juke box c'inlanguidivamo al suono della "nostra" canzone. Non era necessario parlare, bastava tenersi per mano e respirare profondo.
Iodio e amore stranger, almeno fino al momento della fine delle vacanze. Gitta non aveva mai freddo, si tuffava anche quando era nuvolo e spuntava qualche pulloverino. La salsedine rimaneva sulle sue spalle e io mi divertivo a leccargliela via, mentre lei rideva per il solletico. Diventavano nere e unte le vichinghe, non si stancavano mai di stare al sole con noi, come se avessero messo in preventivo che finite le holidays non ci saremmo più visti. Mai più. La conta a finire era quanto di più doloroso potesse esistere tra due animaletti che riuscivano a comunicare solo attraverso occhi e corpi. Una vera incompiuta, dichiarata e struggentemente prevedibile.
Forse avevamo bisogno proprio di questo. Di mantenere tutto a livello di sogno e utopia. Cristoforo Colombo sarà rimasto deluso nel momento del primo piede sulla terra ferma? Rispetto a ciò che aveva sognato, di sicuro. Così quelli erano amori perfetti, morti prima di invecchiare, di accartocciarsi nelle rughe di problematiche caratteriali, prima di vedere proliferare la mucillaggine prodotta dalla consunzione degli slanci, dall'appiattimento degli sguardi.
"Dai, dì socc'mel, dai prova a dirlo, Gitta".
Lei aveva capito che era una parolaccia, ma tentava lo stesso. Solo per vederci ridere: "Sooocciel".
"No, òstcia, socc'mel non socciel".
La sua amica rideva a crepapelle e anche Giorgio, che con lei aveva tentato con "cazzo", senza riuscirci però. La notte, l'umidità si rigava con un dito sui lettini della spiaggia. Al buio dei bagni stavamo lì e guardavamo il cielo. Sentivamo il mare che bisbigliava, con quel tono che sembrava ripetersi all'infinito: "Slashhh, slasshhh, slasshhh".
"I love you, darling", dirlo era gratis, faceva bene alla circolazione e comunque avevamo ancora sei giorni davanti.
Sulla spiaggia libera c'era un vecchio barcone sfondato e arenato. Roba da pescatori antichi, dialettosi, con occhi e mani rugose e reti rattoppate mille volte.
A volte la sera o addirittura la notte faceva fresco, ma non ero mai riuscito a convincere Gitta a riparare lì dentro. Sdraio, sì, lettino con molti "Neee, neee...", ma barca... "vaderetro". Forse la vedeva come uno scannatoio.
Eppure certi pomeriggi alla pensione Isadora, approfittando del fatto che i proprietari facevano una pennichella, non era stato troppo complicato portare la mia conquista straniera in camera. Bastava sgattaiolare silenziosamente sulla scala, dietro alla sala ristorante. Una volta entrati nella 36 però, al di là di qualche toccatina non si era andati. Cavolo, non volevo essere l'unico "rodolfovalentinoitaliano" che non era riuscito ad andare a... rete. Poi con una fanciulla nordica. Delicata, carinissima, ma sempre svedese. Tutti parlavano, parlavano, si vantavano e... anch'io raccontavo le mie imprese di pescegatto diciottenne facendo intendere chissà cosa. Bastava lasciarsi sfuggire un mezzo sorriso ed eri subito accettato nel clan dei... tagliatori di teste.
Anche con Gitta al fianco facevo il furbo. Al bar, dentro al dancing Carillon e in spiaggia. Tanto cosa poteva capire lei, sorrideva, loro sorridevano e io... sorridevo lasciando ampi spazi all'immaginazione degli amici... pistoleros che ambivano solo a segnare una tacca in più sulla loro Colt.
Mi dicevano: "Va là che anche te scei un bel sciogètto... guardalo lì, con la sciua facìna da ragazìno la dà ad intendere anche ai Paesi Bassci".
"Ma dopo sci alzano...", battutava qualcuno, e giù risate.
Ridevano proprio tutti, noi, le ragazze, e quelli del posto che non lesinavano commenti: "Sce avessci vent'anni farei come quei cinni lì, scialterei la cavalìna... e bongiorno... chi sc'è visto sc'è visto".
Avevo sempre più voglia di stare con lei, da solo.
La sera, prima della sua partenza per Malmoe, mi prese per mano e mi portò in spiaggia. Avevamo passato tutto il giorno a guardarci negli occhi, fuggendo da amici e testimoni. Qualche parola in inglese, un gelato, trenta bagni, una pizzetta al bar della spiaggia e l'ultimo sole. Fino al tramonto.
Avevamo deciso di non andare a dormire quella notte e lei mi stava guidando sul bagnasciuga. Come avesse uno scopo. Camminava più forte di una semplice passeggiata senza meta, in riva a un mare piatto come una tavola. La luna, trequarti di luna, aveva un alone che anticipava probabilmente un cambiamento di tempo. Dal canto mio sentivo che non l'avrei mai più vista e la cosa quando respiravo mi provocava un dolore fisico nella zona della milza.
Si fermò davanti al relitto, mi baciò tenendomi il viso tra le mani e, con lo sguardo liquido e un sorriso dolce pieno di promesse, mi invitò a salire sul barcone.
Anche durante certi spettacoli racconto la magia di quel momento. Anni in cui ci condannavamo da soli a strade senza uscite, soltanto per vivere il volo di un batticuore indescrivibile e per destinare le normali quote di disperazione adolescenziale almeno a un motivo che ne valesse veramente la pena.
Due anni fa, dopo uno show su una nave da crociera, al largo della Grecia, sono stato avvicinato da una signora matura che parlava passabilmente italiano: "Andrea, sono Gitta, ti volio chiedere un cosa... ti ricordi, tu di... mio... di me?... capisci me come parla?... zcuza... io Gitta, sono tanti tempo... tu eri mio love... 'taliano, perché non fatto 'more con io su barca quela notte?".
La dolcezza dei ricordi si fece largo dentro di me scivolando come fosse lava incandescente e il cuore non si fece rider dietro sbriciolando il mio record personale di battiti in un lampo.
Avvicinandomi, le sfiorai i capelli, sussurrandole: "Anche tu Gitta eri mio... 'more".
Musica: La Mer, canta Charles Trenet.
"Ostctia, sti 'milianiromagnoli qui, mo scion proprio dei patàca!".