Le isole agli isolani

- di Giuseppe Tricoli

Le leggi e le promesse dello Stato sono spesso delle buone intenzioni, i risultati non si vedono. Problemi ed esigenze da valutare e risolvere col concorso degli "abitanti marini".
Le deficienze delle navi per Lampedusa e Ponza. La telemedicina, iniziativa improduttiva. Interventi inutili ed errori.

"Le isole appartengono prima di tutto agli isolani e la politica, l'economia, la cultura che le riguardano devono essere studiate con loro. Lo Stato può dare orientamenti attraverso le leggi, deve offrire l'istruzione nuova, deve aprire tutti i canali finanziari necessari; ma la responsabilità, le fatiche e le gratificazioni per realizzare l'identità dell'isola devono essere degli isolani".
Queste parole, che si trovano in un testo pubblicato nel 1987, per i tipi dell'editore Mursia, in una prestigiosa collana dedicata alle isole italiane, sono quanto mai attuali diciassette anni dopo e alla luce di quanto nelle nostre isole quotidianamente accade.
Lo Stato ha fatto, sta facendo. Leggi sempre più mirate a garantire lo sviluppo delle isole e a frenarne lo spopolamento invernale, ma spesso alle buone intenzioni non fanno seguito i risultati.
La Legge 169 del 1975 "Riordi-namento dei servizi marittimi postali e commerciali di carattere locale" ha inteso soddisfare le esigenze di mobilità dei cittadini, contribuendo a promuovere lo sviluppo socio-economico di ciascuna isola.
Peccato che gli abitanti di Lampedusa hanno visto enormemente penalizzata la loro mobilità a causa dell'utilizzo, da parte della Siremar, di una nave inadeguata al loro porto e che noi ponzesi non siamo di certi entusiasti del servizio fornitoci dalla Caremar con navi che impiegano più tempo di quanto ce ne voleva venti anni fa!
In tutti e due i casi (potrei citarne altri), alle esigenze isolane vengono anteposte le esigenze di cassa e di bilancio dello Stato con buona pace delle leggi. Quando sentiamo parlare della telemedicina come della panacea per risolvere in parte i problemi dell'assistenza sanitaria sulle isole, abbiamo qualche perplessità se poi, alla resa dei conti, i nostri medici in servizio di Guardia continuano a fare turni di 24 ore per carenza di personale. Se non ho chi mi visita, non ho nemmeno cosa trasmettere al Centro di riferimento continentale e, quindi, una buona intenzione si trasforma in un investimento improduttivo.
Spesso si dice che noi isolani siamo degli irriconoscenti perché abbiamo un atteggiamento di attendismo vago e senza oggetto, una sorta di fatalismo a parole, ma pieno di pretese e rivendicazioni. La verità è che troppo spesso assistiamo a gare per risolvere i nostri problemi con soluzioni che assumono ai nostri occhi l'aspetto dell'intervento inutile o quanto meno non certamente ai primi posti dei nostri "desiderata".
Io considero isolano colui che vive su di un isola (non mi interessa la sua origine). Non sono d'accordo con chi ritiene che il "forestiero" debba meritare la considerazione degli isolani per entrare a fare parte della comunità: le isole, tutte le isole, non sono club esclusivi dove si è ammessi solo se presentati da autorevoli soci. Sono luoghi dove tutti sanno tutto di tutti e dove nessuno deve sentirsi costretto a restarci, tutti sono benvenuti e sta a loro inserirsi nel contesto sociale come avviene dappertutto.
Chi va via (lo spopolamento invernale) lo fa spesso per cause che nulla hanno a che vedere con la vita isolana, ma solo perché, e ci mancherebbe altro, ognuno è libero di fissare dove vuole la propria residenza, basta avere i mezzi necessari a vivere.
Evidentemente le economie turistiche delle isole consentono a molti di vivere una parte dell'anno "dall'altra parte del mare", guardando le isole da lontano. Credo che molti servizi (uffici, scuola, sanità, etc.) funzionerebbero molto meglio con personale motivato a vivere l'esperienza isolana, non da soldi o punteggi maggiorati, ma dal desiderio di fare esperienza di vita.
Ho sempre avuto il dubbio che, a fronte di quelli che vivono l'invio sull'isola come una punizione o una relegazione, vi siano altri che, se solo potessero, accetterebbero di corsa la destinazione. E se provassimo a tentare di fare incontrare, in una sorta di "offerta e domanda", queste potenzialità?
Ecco che parole come telelavoro, teleistruzione, teleformazione potrebbero avere, proprio sulle isole, una loro reale consacrazione.
Ecco perché io vorrei che i media non guardassero agli "isolani" come privilegiati abitatori degli ultimi lembi del paradiso terrestre (versione estiva), ma nemmeno come i poveri deportati nell'ultima Cayenna (versione invernale), bensì come persone che, nate sulle isole, hanno deciso di continuare a viverci, felici di farlo in compagnia di tanti che sulle isole sono arrivati per un giorno e non sono andati più via. Tutti, però, messi in grado di beneficiare di quei servizi che troppo spesso esistono solo sulla carta.
Nessuno pretenderà mai un Policlinico su di un isola, (se qualcuno lo promettesse, non gli daremmo credito), ma una radiografia e un analisi del sangue ci sia consentito di rivendicarli.