Le nove Olimpiadi del gentiluomo della vela

- di Carlo Rolandi

Il racconto di un protagonista napoletano dello sport dai Giochi di Londra del 1948 a quelli di Barcellona 1992.
I successi sul dragone "Ausonia" e la lunga stagione nella Classe Star.
La prestigiosa carriera da dirigente.
Come sono cambiati lo spirito e le regate olimpiche.
Gli sponsor, la geopolitica e le esigenze televisive.
L'abbandono delle barche e dei percorsi tradizionali per una maggiore spettacolarizzazione delle gare.

Rispolverando l'album dei ricordi mi rendo conto di aver eguagliato il record di Raimondo d'Inzeo il quale rappresentò l'Italia in ben nove Olimpiadi partecipando negli Sport Equestri. Si, perché anch'io ho preso parte a nove Olimpiadi delle quali cinque in qualità di atleta, tre come giudice internazionale ed una quale addetto alle pubbliche relazioni della Federazione Internazionale della Vela (allora IYRU). Ancora ricordo l'emozione della partecipazione alla mia prima Olimpiade, quella di Londra nel lontano 1948, quando le regate si svolsero a Torquay nello Stretto della Manica, dove mi fu affidata la bandiera tricolore da portare durante la Cerimonia di apertura essendo il più giovane della squadra. Era questa la prima Olimpiade del dopoguerra, che ci aveva visto a fianco della Germania contro la bionda Albione, ed è facile immaginare il nostro imbarazzo psicologico dovendoci trovare in terra ex-nemica a praticare lo Sport: attività, questa, che è sempre stata ritenuta come la molla che spinge alla fratellanza dei popoli.

Comunque, tutto andò per il meglio e mi rimane oggi il ricordo di quei splendidi giorni trascorsi con velisti più anziani di me che, nelle ore di riposo, ci inculcavano quell'amore per la Vela che ci avrebbe poi accompagnato per tutta la vita. Ricordo ancora Bruno Bianchi, il genovese esperto di Regolamento di regata e membro tecnico della Federazione mondiale, nonché componente l'equipaggio del nostro Dragone "Ausonia I-1", che ci insegnava come fare i nodi marinari e come aver cura di far parte della squadra olimpica. Mi è rimasto impresso quanto mi disse, sono trascorsi ben sessanta anni, durante un nostro incontro: "Vedi, Carlo, quando si fa parte della nazionale azzurra occorre sentirsi impegnato in questa missione al punto che quando attraversi una strada devi metterci più attenzione del solito perché una tua assenza potrebbe compromettere l'attività della squadra".

Sante parole, che oggi possono suonare come una musica fuori dai tempi, ma che servono a capire con quanta semplicità e spirito di corpo allora si partecipava ad una Olimpiade. Le altre partecipazioni da atleta mi hanno visto a fianco di Tino Straulino, sempre nella Classe Star (dove ho regatato per ben 25 anni) sia come riserva del suo abituale prodiere Nico Rode, sia come titolare alla regata olimpica di Napoli nel 1960, e sono
servite a farmi rafforzare il convincimento che la squadra olimpica è una vera squadra, che deve mettere da parte ogni individualismo e lavorare, come dicevano i Tre Moschettieri di Dumas, "Uno per tutti e tutti per uno".
Diverso è stato quando mi sono trovato al tavolo della Giuria Internazionale Olimpica dove occorre mettere in atto tutta l'esperienza acquisita attraverso la partecipazione a quelle giurie internazionali che ti hanno fatto acquisire un livello di esperienza e di capacità per poter decidere quei "casi" che spesso portano ad una assegnazione o meno della medaglia olimpica.

Anche in questa veste non è facile trovarsi ad una Olimpiade dove, anche in giuria, si finisce sempre con il rappresentare la propria nazione e, quindi, occorre essere sempre all'altezza della situazione. Il confronto con altri giudici internazionali stranieri è sempre qualcosa che impegna quasi come quando si è in regata. Perché non sempre si vedono le cose dallo stesso punto di vista ed allora bisogna ricostruire i fatti facendo ricorso a massime della giurisprudenza internazionale (i famosi "Casi Isaf") e ascoltare testimoni cercando di individuare come realmente l'incidente è accaduto. E' stata anche questa una esperienza magnifica che ho messo nel mio bagaglio di velista.
Ma, forse, la partecipazione più piacevole, perché meno impegnativa sul piano delle decisioni, è stata quella dell'Olimpiade di Barcellona nel 1992 dove mi è toccato ricevere a nome e per conto della Federazione Internazionale Regnanti ed Autorità, comprendendo, tra questi, Re, in carica o in esilio, e Presidenti di Federazioni veliche nazionali ed internazionali. Un ruolo piacevole, pieno di rispettose formalità alle quali lo Sport della Vela non ha mai inteso rinunziare.
Queste sono le mie esperienze olimpiche fatte dal di dentro! Ma l'Olimpiade è anche qualche altra cosa che richiede un grosso lavoro amministrativo e, per quanto riguarda la Vela, comprende la scelta della località, la scelta degli eventi ed infine quella delle barche.

Un grande peso su tutta questa attività viene dato dal C.I.O. (Comitato Olimpico Internazionale) che dalla sua sede di Losanna impone direttive che vincolano i Comitati Olimpici Nazionali (il nostro CONI) e di conseguenza sia le Federazioni internazionali che quelle nazionali. Pensiamo, innanzitutto, che la scelta della località dipende per lo più da accordi di politica sportiva cercando, tuttavia, di rispettare certe rotazioni tenendo presente che i Continenti sono ben sei, che bisogna aiutare lo sviluppo dello Sport in nazioni sotto questo aspetto meno progredite, che vi sono costi di organizzazione che vanno coperti attraverso contributi nazionali e sponsorizzazioni (non dimentichiamo la Coca Cola ad Atlanta che determinò la scelta della località), che i diversi Comitati Olimpici nazionali devono sostenere costi per la partecipazione delle proprie
squadre. Tutto questo dà la sensazione di quanto complessa sia la macchina olimpica, specialmente dietro le quinte, dove gli atleti sono volutamente tenuti fuori e sanno soltanto che un giorno vestiranno la divisa olimpica e si recheranno in un tale posto per il confronto con gli avversari.
Molto ha influenzato il taglio delle moderne Olimpiadi l'ingresso nell'agonismo di due elementi: il Professionismo e la Sponsorizzazione.

Una volta per partecipare alle Olimpiadi gli atleti venivano passati al microscopio e il minimo indizio di professionismo (chi non ricorda gli atleti americani eterni studenti dei colleges e gli atleti russi che erano inquadrati a vita nelle Forze armate dalla Stella rossa) bastava ad allontanarli dalla partecipazione; oggi, ed io dico "purtroppo", alle Olimpiadi partecipano tutti coloro che sono professionisti a vario titolo, tutti coloro che nello Sport hanno trovato una fonte stabile di lavoro, dove noi constatiamo che i meno professionisti sono quelli che ricevono borse di studio dalle proprie Federazioni.
Riferendomi allo Sport della Vela, che è poi quello che tocchiamo più da vicino, dobbiamo rilevare una completa trasformazione qualitativa del parco atleti dove dilettanti sono rimasti soltanto quei velisti che praticano lo Sport della domenica con barche da crociera e veleggiano tra le diverse isole mediterranee con a bordo la propria famiglia. Tutti gli altri atleti, e mi riferisco in particolare a quelli che praticano lo Sport con barche olimpiche, invece che con barche di interesse federale, vanno oggi, per la quasi totalità, inquadrati tra i professionisti della Vela. Sono pochi quei velisti veri dilettanti che ancora oggi in queste Classi si cimentano al confronto con i velisti professionisti trovando realizzazione proprio in questo confronto. L'ingresso degli Sponsor, più che quello del Professionismo, è stato forse l'elemento determinante del cambiamento dello Sport velico: mi riferisco agli sponsor che ogni atleta riesce a procurarsi e il cui nome vediamo apparire sugli scafi, sulle vele, sui carrelli, persino sulle auto che rimorchiano le barche, ma soprattutto mi riferisco agli sponsor delle manifestazioni che oggi hanno più voce in capitolo di quanto non ne abbiano gli stessi organizzatori. E questo vale sia per le regate locali che per quelle internazionali e anche olimpiche.

Lo Sponsor mette a disposizione dell'Autorità Organizzatrice della manifestazione velica una determinata
somma che sarà poi gestita dalla Società velica, dalla Classe ovvero dal Comitato al quale è stata affidata la organizzazione della regata olimpica. Naturalmente lo Sponsor, che mette a disposizione la "materia prima", vuole che la regata si faccia in una località di maggior richiamo turistico dove il ritorno è assicurato, dove il pubblico che frequenta la località è di un certo livello, alto abbastanza perché il ritorno si concretizzi.
Senza dare alcuna rilevanza alla località dal punto di vista delle condizioni di vento e di mare che sono, in definitiva, quelle che assicurano una regata tecnicamente valida.
Di tutto e di più è successo nelle Olimpiadi dove, oltre allo Sponsor della singola specialità (Vela invece che Atletica, Nuoto invece che Canottaggio, e così via) abbiamo il riparto tra le Federazioni Internazionali dei proventi dai diritti televisivi i quali, di solito, vengono erogati da chi ha presentato la migliore offerta al C.I.O. Questa grossa fetta del bilancio della Federazione Internazionale, nel caso che ci interessa l'Isaf, ha completamente sconvolto la regata olimpica che è stata trasformata da regata tecnica in regata "televisivamente appetibile". Infatti, il percorso della regata è stato totalmente cambiato passando dai classici triangoli alternati da banane (percorso vento-poppa) a soli percorsi al vento la cui durata oscilla dai 45 ai 75 minuti.

Dieci regate, in luogo delle classiche sei con una prova di scarto, per avere più occasioni di partenza e di andatura in poppa perché è stato ritenuto che sono questi i momenti che più interessano il pubblico televisivo. La Medal Race, l'ultima trovata olimpica, che include una finale tra i primi dieci equipaggi di ogni specialità con punteggio che vale il doppio, è stata la ciliegina sulla torta che ha spazzato completamente via quanto era rimasto di tecnico nella regata olimpica. Indubbiamente anche la "Coppa America" ha contribuito a trasformare la regata olimpica portando attraverso le riprese televisive la regata in ogni casa e rendendola comprensibile anche da parte dei non addetti ai lavori mediante rappresentazioni grafiche al computer. La validità di tale sistema l'ho sperimentata di persona quando ad Auckland mi sono trovato a bordo di un grosso yacht della "North Sail" per seguire alcune regate di Coppa. Era meglio seguire la regata attraverso la televisione di bordo, a grande schermo naturalmente, che non servendosi di un binocolo che a stento raggiungeva i regatanti.

Il mondo di Coppa America, con i suoi veri Professionisti ed i suoi Sponsor di alto livello e grandi possibilità, non poteva non contaminare la regata olimpica che scopriva nuove strade per rimpinguare la borsa della Federazione internazionale. Così il cambiamento è stato realizzato, a piccoli passi per non dare segnali di turbamento al mondo della Vela, facendolo pian piano scivolare quasi silenziosamente.
E oggi noi ci troviamo con una Olimpiade basata su concetti moderni, completamente diversi da quelli del passato e certamente privi di grande significato tecnico. Anche la scelta degli eventi, e poi delle barche, è scivolata verso qualcosa che potesse dare soddisfazione, e soprattutto interesse, alle piccole Federazioni
dei paesi per lo più asiatici. E non ha esitato la Federazione Internazionale a dare spazio alla tavola a vela che, con tutto il rispetto per quanti la praticano, non può certamente essere paragonata ad uno scafo con chiglia o deriva e vele che lo spingono in avanti. E, ancora, si sono abbandonate barche tradizionali per fare spazio a barche ritenute più atletiche dove timoniere e prodiere alloggiano su terrazze dopo essere stati sospesi ad un "trapezio". I timonieri oltre quarantenni possono cominciare a pensare ad andare in pensione!
Questo è il taglio dell'Olimpiade moderna che tende soltanto a portare sulla linea di partenza il maggior numero possibile di barche pescando tra le Federazioni dei piccoli Stati che non possono permettersi barche che vadano al di là della tavola a vela o del singolo.

Il perché di questo è facilmente comprensibile: una Federazione Internazionale per rimanere nel limitato novero degli Sport olimpici deve dimostrare grande diffusione del proprio Sport nei diversi Continenti e deve poter documentare di avere un elevato numero di velisti nel mondo. Anche se poi il Comitato Olimpico Internazionale interviene in senso contrario contingentando il numero di atleti che ogni Federazione Internazionale può far partecipare ai Giochi Olimpici, al fine di contenere i costi che deve affrontare la Nazione organizzatrice ed aumentare quindi la piattaforma dei possibili organizzatori.