Le rotte inquiete di Pablo Neruda

- di Fiorella Tagliatatela

Santiago: sulla collina di San Cristobal, in cima a una città terrorizzata, i militari irruppero nella casa di Neruda. Lì, appena un giorno prima, s'era consumato un estremo atto di coraggio, la veglia alla salma del poeta, sottratta, quasi trafugata da un'umida cantina d'ospedale. Ormai i militari erano entrati, camminavano tra le stanze silenziose, frugavano, s'accanirono a cercare, ma non restava nulla che li interessasse.
A mandarli era stato Pinochet, andavano a caccia di parole, però altre mani, accorte ed amorose, già avevano provveduto al salvataggio. Eppure, di poco si trattava: qualche cartella, un mazzo di ricordi, l'estro di un vecchio, un'autobiografia dattiloscritta. Niente di pericoloso in apparenza, se non che additava alla vergogna il dittatore e le sue squadre di soldati, per via di un ultimo tributo a Salvador Allende, il presidente assassinato.
Il libro, "Confesso che ho vissuto", era altro ancora, un'intera vita di passioni. Fra quelle pagine compariva Capri, sospesa nella fissità di un "sogno": un quadro immobile fra prospettive in movimento. Per la cronaca fu un rifugio tra i rifugi, una frettolosa tappa dell'esilio, cui s'era dato dal '49, da quando Gonzales Videla mise al bando il partito comunista. Lo aveva invitato Edwin Cerio, ingegnere, sindaco, scrittore, nonché patrono instancabile dell'isola. Non lo conosceva di persona, ma offrì ugualmente la sua ospitalità, indignato dal tentativo del governo di liberarsi della sua presenza. Correva allora il 1952. Neruda si trovava a Napoli quando giunse il decreto di espulsione, notificatogli con garbo, in questura, davanti a una tazza di caffè, perché - a quanto egli racconta - era "educata" la polizia italiana. Lo stesso giorno il viaggio verso la frontiera, effettuato in treno e sotto scorta, ma alla fermata di Roma l'imprevisto, manifestanti in agguerrito gruppo, fermamente decisi al tafferuglio. Erano in tutto un migliaio di persone, fra loro Alicata, Guttuso, Moravia, Dario Puccini, la Morante, ripresi in un documentario della Rai. Fiori al proscritto, grida contro i poliziotti; si giunse, infine, al corpo a corpo, una confusa battaglia di spintoni, nella quale la "dolcissima" Morante pestò il suo ombrello sulla testa di una guardia.
Il decreto venne revocato, Neruda, su consiglio di Guttuso, passò la notte da un parlamentare; poco dopo il telegramma di Edwin Cerio, quindi la partenza verso Capri. Lo accompagnava Matilde Urrutia, arrivarono a sera inoltrata: "Nell'ombra si ergeva la costa, bianchiccia e altissima, sconosciuta e taciturna". Una carrozza li stava aspettando, li condusse tra ripide strade fino alla casa che li avrebbe accolti. Cerio era andato a salutarli, se ne stava nella "penombra" della sala tra il caminetto e i candelieri accesi, da dove sembrava innalzarsi "come Dio padre dei racconti infantili".
Doveva essere un esilio nell'esilio
- questo almeno dettavano gli auspici -, fu, invece, un brivido caro alla memoria: lì l'amore per Matilde Urrutia si scoprì intero dopo anni clandestini. Da poco era partita Delia, la seconda moglie del poeta. Matilde e Pablo restarono soli. Per quattro mesi godettero dell'isola, un tardo inverno, una primavera in avvisaglia, e divenne la stagione dell'idillio, uno dei rari momenti in cui la vita senza riserve concede la pienezza. Facevano lunghe passeggiate, il tempo di svestire i panni dei turisti ed appresero una "Capri nascosta": "piccoli orti", "vigne minuscole", la familiarità con "cocchieri" e "pescatrici", in aggiunta i piaceri del palato, "il buon vino che costa poco" o "le olive" di "quelli del posto". Soprattutto, strinsero un legame che non si sarebbe mai spezzato: da allora, scrive Neruda, "non potemmo separarci più".
Cerio e sua moglie, la giovane Claretta, li intrattenevano con solerte discrezione: nei primi giorni qualche biglietto unito ai doni del loro giardino, poi gite insieme, ma anche gli incontri con gli amici della terraferma. Di quei convegni restano le foto, pose sbiadite da cui affiorano i sorrisi della Morante e di Antonello Trombadori.
Ma più spesso se ne stavano in disparte. Di mattina Pablo componeva, Matilde subentrava il pomeriggio, battendo a macchina i suoi scritti. Così nacque un capolavoro. S'intitolò "I versi del capitano": la donna e l'isola vi erano congiunti, quasi stretti in un unico abbraccio.
C'è tutta Capri in quelle poesie, con l'entroterra di fiori e di roccia, con le maree, gli umori salmastri, con il dominio della natura che rifluisce intatto nel corpo dell'amata: "Tutta la notte ho dormito con te / vicino al mare, nell'isola. . Ho dormito con te / e svegliandomi la tua bocca / uscita dal sonno / mi diede il sapore di terra, / d'acqua marina, di alghe, / del fondo della tua vita, / e ricevetti il tuo bacio / bagnato dall'aurora, / come se mi giungesse / dal mare che ci circonda".
Restano, qua e là disseminate, le linee di un'essenziale cronistoria, che egli tracciò come epopea dei sentimenti. Pazienza se, moderno trovatore, confuse i segni di riconoscimento, lasciò nel vago i fatti e la sua donna. Fu un riguardo per Delia Del Carril, la seconda moglie da cui si stava separando e alla quale volle risparmiare la ferita di un'esplicita ammissione. Per questo, ancora, mantenne anonimo il suo libro, paragonandolo a "un figlio naturale", che da solo seppe andare per il mondo, forte e apprezzato nonostante il padre. Lo dedicò agli amici, ai compagni di ventura, in una lunga lista che contempla Alicata, Luchino Visconti, Guttuso, Giulio Einaudi, Trombadori, Carlo Levi, Quasimodo, Morante, Napolitano, Caccioppoli e Caprara; a loro modo essi lo ringraziarono con un'edizione a bassa tiratura: quarantaquattro copie, un lusso tipografico e insieme un atto di elegante discrezione.
Scrisse anche altro, iniziò una nuova opera: "Le uve e il vento" si sarebbe chiamata. Lì trova posto una poesia per l'isola a metà strada fra l'inno e l'elegia, il cui inizio è scolpito su una lapide esposta alla luce di Tragara: "Capri, regina di roccia / nel tuo vestito / di color amaranto e giglio / visse nutrendo / la felicità e il dolore / la vigna piena / di grappoli radiosi / che conquistò la terra .".
Ma ormai scadevano i tempi dell'idillio. Venne riammesso in Cile, vi accorse subito per un'inguaribile mancanza, perché altrove si sentiva "un fantasma", si vergognava "di non amare di più quelli che" tanto l'avevano amato. E, tuttavia, tornò ad allontanarsene con il pretesto delle missioni diplomatiche. Un altro assillo lo spingeva, non meno forte della passione per la patria: fu il generoso amore per i viaggi, l'attitudine a intendere la vita come una grande navigazione in mare aperto. È questo, in fondo, il destino ambiguo dell'esilio, il suo fascino e la sua maledizione da quando Ulisse, da poco sbarcato, lasciò di nuovo Itaca per terre sconosciute. Ovunque nelle case di Neruda - a Santiago, a Valparaiso e nella villa a picco sopra la scogliera -, c'erano i resti delle sue avventure, gli oggetti arcani di un errabondo gusto: cannocchiali, velieri in bottiglia, il narvalo, pesce unicorno, le conchiglie di ogni specie e di ogni luogo, pulite o col passato inciso tra le rughe delle incrostazioni; non mancavano neanche le polene, busti di donna messi a guardia degli scafi o legate agli alberi di prua, trafugate dalle navi in sfascio o dai piccoli negozi di ciarpame.
Volle donarle quelle stravaganze, le aggiunse ai libri, alle edizioni rare per consegnarle a un'università cilena. Eppure, a me piace immaginare che qualcosa trattenne dall'omaggio. Quando i soldati a caccia di parole alla sua morte ne perquisirono le case, s'imbatterono in quanto era avanzato della sua folle, superba collezione. Certo, stentarono a capire che si trattava soprattutto di "giocattoli", dei trastulli di una longeva infanzia, testarda più della vecchiaia. Neppure potevano supporre che, forse, la nostalgia e le sue polene lo indirizzavano ai viaggi del ricordo, di tanto in tanto gli riportavano alla mente antiche coste del Mediterraneo. Quelle creature di legno e di salsedine, dalle chiome pesanti e scarmigliate, chissà, negli anni gli avevano evocato le abitatrici mitiche di Capri: dalle "grotte", dalle "insenature . dell'isola", "le sirene uscivano a pettinare sulle rocce i loro azzurri capelli, perché il movimento del mare aveva tinto e inzuppato le loro folli capigliature".