Indice
- Numero 9 - Maggio 2004
- L'Editoriale - Rose Rosse
- È maggio, il tempo delle vele
- Quando davanti via Caracciolo il "Tomahawk" andava nel vento con 220 metri quadrati di vele
- Tutte le battaglie capresi dell'Imperatore Costantino
- Il sindaco che consegna il Paradiso ad Anacapri
- Le rotte inquiete di Pablo Neruda
- Il pianista volante di Anacapri
- Avanti Savoia
- Il mostro degli oceani in livrea per l'acchiappanza sottomarina
- Non finisce mai lo champagne di Peppino Di Capri
- L'arcipelago delle cucine
- La signora di madreperla
- Le sette sorelle nel mare di giada
- L'antologia delle isole
- Saba, la piccola regina delle Antille olandesi
- Il vulcano sorto dal mare che ebbe tre nomi, due pretendenti, un re e sedici giorni di vita
- Cantano a bordo e non son napoletani
- Un cenacolo per stranieri con due eccezioni
- Esagerare divino est
- Il reporter dell'Isola
Le sette sorelle nel mare di giada
- di Piero Antonio Toma
Vulcani che eruttano, faraglioni, dirupi, diari di tartarughe palustri, montagne di nera ossidiana e di bianca pomice: ecco il fascino delle Eolie, tutte figlie del medesimo sottosuolo minaccioso, ma ciascuna gelosa della propria identità.
I falchi dell'Arco del Perciato e la cima svettante della Fossa delle Felci, i capperi e la malvasia.
I dipinti di Geri Palamara, quasi una leggenda vivente di Lipari.
Una coppia straniera di straordinaria attrattiva.
Indugiavamo in albergo e, dal balcone della nostra camera, la terra spariva risucchiata da un anfiteatro percorso da sud a nord, e viceversa, da una cifra ininterrotta di natanti di ogni tipo e schiatta, catamarani, aliscafi, navi veloci, vecchi vaporetti, carrette del mare e panfili, golette, eleganti bialberi e perfino una nave passeggeri che andava a vento, eolica appunto.
Il nostro soggiorno a Lipari, giorno dopo giorno, si dilatava. Sapete, non vi ho mai provato la sensazione di essere su un'isola, ma di esserlo su sette, contemporaneamente, quante sono le Eolie. Poi ho capito. E' l'arcipelago, focolare dilatato ma racchiuso in uno sguardo, come voleva Walter Benjamin, a trasmetterti il senso di essere solo in mezzo al mare. Non Ustica o l'Elba, e nemmeno le Pontine o le Egadi. Forse poche, o poco significative, quelle per farti riavere dai tanti formicolii che ti procurano queste sette ragazze da marito così ammiccanti da impedirti una scelta, come le Eolie.
Le altre, appunto come Ischia o Capri, sono troppo piene di sé fino a credere che il mare non esista più, trasfigurato in un fazzoletto che lo rinnega. E che lo esorcizza, come dire?, tenendolo in disparte, praticandolo nei suoi terminali ludici che sono le spiagge o voltandogli le spalle dietro le colline, le vetrine, le piazzette del pazzeggio. Certo il mare è sempre lì, ma come se venga rifiutato, ospite ingombrante e messaggero detestabile del ritorno.
L'insularità, quella vera, uno se le vive moltiplicandola per sette volte con l'effetto insolito, ma conseguente, di una metamorfosi, il mare tra un'isola e l'altra farsi terra, ponte, valico, adesivo.
Nelle Eolie vi capita proprio questo. Qui il mare, moltiplicato per sette, è un mare cucito da un insieme di coriandoli di terra, messi così alla rinfusa, vulcani che eruttano, montagne di nera ossidiana e di bianca pomice, faraglioni, dirupi, luce che sommerge perfino il respiro e dovunque, dico dovunque, diari di tartarughe palustri di 120mila anni e di essere umani di settemila liofilizzati nei musei, Lipari in testa, che non se ne vedono in giro di uguali nemmeno a fare il giro del mondo. Senza conto i parchi archeologici e necropoli come fossero monumenti ai Caduti, disseminati in ogni isola e raccolti in questi reliquari senza parola e che senza parole vi lasciano. E dove la preistoria si fa vita e morte, sì qui la morte dell'età del bronzo si tocca per mano come un monologo variarsi in dialogo.
Tante illusioni visive, e non solo, le ha catturate, simboleggiate, ravvivate Geri Palamara, quasi una leggenda vivente di Lipari. Dovete sapere che questo artigiano del pennello, lipariota di nascita, milanese di adozione ma poi pentito e quindi profugo di se stesso, prova a raccontare la propria esistenza di nomade, confusa, evanescente, multipolare, attraverso i colori delle Eolie. Con lui il mare si fa obelisco, campanile di terra murata, voragine di luce virata d'azzurro. Fantasie di pittore, certo, ma se provate a tuffarvi nelle acque di Vinci, dentro un turchese liquefatto, la fantasia si trattiene nel pennello di Geri, l'utopia della terra viene prosciugata nella cosmologia del mare.
Insularità significa anche negazione della specificità. Eppure le sette isole benché tutte figlie (gemella è una parola che ricorre spesso da queste parti) del medesimo sottosuolo minaccioso, e tutte di eguale oroscopo, si discostano l'una dall'altra, gelose della propria identità. Tra il "sopravvivere" a Ginostra, dove per arrivarci bisogna stare in groppa a un battello, o "veleggiare" nella esclusiva Panarea, c'è una bella differenza. Immergersi nella bollente conca-degli-uomini-dipinti di Vulcano significa lasciarsi accerchiare simultaneamente dal quinto canto dell'Inferno con gli iracondi dello Stige e da una tribù di Mascaleros. Farsi lambire dalla parete a strapiombo di lava e dalle scintille dello Stromboli che anche di notte gareggia con l'Etna a giocare col fuoco, ma non a farsi leggere nel pensiero. Giostrare nei silenzi delle due "anime perse" nel silenzio di Filicudi e Alicudi tra grotte marine e sciare. Sotto l'arco naturale del Perciato, i falchi che volteggiano alti vi fanno gustare della Salina bucolica capperi e malvasia, un binomio sublime, e un museo più tre pinacoteche per tremila abitanti (un record assoluto al mondo), e dove Fossa delle Felci non è un abisso marino ma la più alta cima dell'arcipelago a quasi mille metri. E, in tutte le isole, il nero e il bianco, la notte di ieri e il giorno di oggi, e la preistoria ad archiviarsi. Come se qui fosse nato il mondo. E qui ogni tanto venisse a ritrovarsi.
Nel nostro albergo, dal nome icastico "Il giardino sul mare", fummo attratti da una coppia di innamorati. Lei lo guardava con occhi svelti di rossore sfiorandogli lievemente il braccio. Aveva un dolce e agile profilo di volatile come i gabbiani che ogni tanto gracchiando ci sorvolavano bassi. Occhi tondi, sfuggente pure il mento come le slavine di pomice che candeggiavano il versante nord dell'isola. Era mutevolmente ridondante, nel senso che certe sere il colore degli abiti ne accentuava la vista, e altre inaridiva i contorni.
Di lui si scorgeva di rado il viso tutt'intero, ma gli ospiti del nostro albergo concordavano sul fatto che fosse bello, un Jesus superstar di chioma fluente e leggermente inanellata. Bello, alto, vigoroso. Si vedeva ad occhio rapido che era una coppia in cui l'amore andava a senso unico, cioè di lei verso di lui. Veniva sorpreso da qualche stagionata e curiosa villeggiante lungo le rampe che si tuffavano nel mare di giada a scarabocchiare su un foglio bianco. Un pittore, la voce si sparse subito.
Trascorremmo una settimana almanaccando su chissà quanti imbarazzanti soprusi lui avesse a subire. Eppure di ospiti non comuni ce n'erano, eccome, le due giovani omosessuali, i bambini turbolenti in piscina, la misteriosa giovane, flessuosa e magra a un tempo da sembrare una creatura di Armani che, ai bordi della piscina, dopo avere fatto in un paio d'ore trentatre vasche per volta (e sempre trentatre, forse per qualche misteriosa devozione a Ippocrate o a Cristo), passava su una chaise longue ad una impegnata lettura dell'ultimo numero del "Wall Street Journal". Ma nessuno di loro suscitava tanto interesse quanto la coppia degli innamorati a metà.
Decidemmo di chiamarli Su zanne e Maurice (dal pittore Utrillo e dalla madre Valadon che gli stava sempre appiccicata). Al ristorante sedevano sempre un po' in disparte. Lei si volgeva al resto della sala di sguincio. Lui dava le spalle a tutto, quasi si imbarazzasse ad essere osservato.
Quando lui si alzava per approvvigionarsi al lungo tavolo di servizio, lei senza darlo a vedere lo seguiva con gli occhi, e non era la sola nella sala, piegando subito lo sguardo in basso quando si accorgeva che la sua insistenza poteva essere notata. Una volta il giovane fece per sollevarsi dalla sedia e lei cercò di trattenerlo al tavolo afferrandogli il polso sinistro. Con un lieve strattone, accompagnato a qualche parola che non riuscimmo ad afferrare, lui si divincolò. Tra di noi fu subito un dilagare di congetture, sì, lei ce lo aveva la guinzaglio, ma senza imporgli la mordacchia. Alla fine, ce ne confidò i retroscena lo chef, impietosito dalla nostra curiosità. Lui svizzero e lei tedesca di Monaco. Da anni scendono al "Giardino sul mare". Artista affermato e ricco lui, lei semizitella e poetessa svagata e rincorsa dal tempo come Virginia Woolf, tanto per intenderci, ma poco comunicativa. Chi lo avrebbe mai detto. In effetti, tutti avevamo visto di loro due ciò che volevamo vedere.

