Le vacanze della signora Vera

- di Mariella Scotto

Una famiglia vomerese con un figlio hippie, bellissimo, e un bambino che faceva la guerra con i soldatini.
Ogni fine settimana gli arrivi puntuali e le partenze del marito.
Come veniva divisa la casa di Procida tra i proprietari e gli ospiti nei mesi di luglio e agosto. L'innamoramento di Lia per il ragazzo di città che suonava la chitarra. I bagni al lido degli ombrelloni a righe bianche e gialle.

Roberto era bellissimo. Aveva la pelle bianca, tirata sulle mascelle quadrate, lattea sotto i capelli ch'erano neri, invece. E lunghi. Sua madre giungeva a Procida ogni estate. Prima di lei, la sera prima, arrivavano i voluminosi bagagli dei villeggianti di luglio e agosto. Le portava il tassì, le valigie. Al trenta di giugno facevano il loro ingresso nell'appartamentino ricavato, due camere e uso cucina. Borse pesanti, di pelle marrone, posate nell'ingresso, dove passavano, perfettamente chiuse, una notte solitaria e magica.
I bambini della casa, eccitati da quelle novità, s'infilavano attraverso il balconcino di dietro, appresso alla mamma che le sistemava, pratica e abituata, prima di richiudere il portoncino dietro alle spalle e consegnare quel lato. I piccoli restavano ancora un po' a guardare, incantati e in festa. Avevano le pelli già abbronzate, come piccoli saraceni. Le scuole erano chiuse da tempo e il lungo isolamento dell'inverno finiva quella giornata, all'arrivo della Signora Vera e famiglia, i figli, Roberto e Carlo, e il marito, Gianni, che sarebbe apparso ogni sabato, di mezzo mattino, e ripartito ogni domenica sera.

La casa, abitata dalla famiglia del luogo durante tutto l'anno, era molto grande. Aveva due immense terrazze panoramiche, una per latitudine, su cui tramontavano soli di ori e fiamme, dalle sere delicate di aprile fino alle ottobrate che ritornavano arse di silenzi e malinconie.
Così, a giugno, la casa veniva divisa in due metà dai proprietari che ne traevano una piccola rendita, com'era da sempre in uso nell'isola. Rozzamente, alla buona, veniva sistemata una porta a metà del lungo corridoio di marmo nero specchiato, passato con la lucidatrice. Non era proprio una porta. Si trattava di un tramezzo di legno verniciato di bianco ogni anno, doppio e solido, che si agganciava a due chiodi. Si formava una specie di parete che chiudeva la vista sull'altro lato, ma fino all'altezza, diciamo, di due uomini, giust'appena per creare due ambienti.
Le altre porte, quelle in uso nella casa, avrebbero assicurato, grosso modo, la riservatezza delle voci e dei rumori. Sarebbe durata, questa cosa, per più di vent'anni. Fino al tempo finale che quella porta avrebbe potuto tranquillamente non esserci, tanta diventò stretta la familiarità nata, nel tempo, tra le due famiglie. La Signora Vera. I bambini, piccoli da principio, avevano creduto per lungo tempo che "Vera" fosse un aggettivo. Che cosa dovesse indicare, quale autenticità, le loro menti non se lo chiedevano. Essere, per quelli, "vera", voleva dire "visibile"? Forse perché si materializzava puntuale ogni anno, come dal niente, decretando l'inizio della stagione dei bagni? Non conoscevano quel nome proprio, i bambini, nella terra delle Marie e delle Annine e delle Concettine. Era, pensarono quando conobbero la verità esatta, un nome da gente di città.

La Signora Vera era una vera signora. Veniva dai quartieri alti, quando il Vomero era la zona bene di Napoli. Prima che lo Stadio e lo scadimento della speculazione lo degradassero a quartiere di media periferia, però sempre di periferia. Ma lei aveva intatti i tratti dell'aristocrazia cittadina. Nei modi, nella voce sicura, nelle abitudini. A partire dal fatto che aveva un lavoro e non era una massaia, come la maggior parte delle donne dell'isola, che al massimo gestivano un commercio. Vera faceva l'insegnante ed era anche laureata, con una preziosa tesi sulla eroina Eleonora Pimentel Fonseca. Un sogno doveva esser stato quel traguardo mutilato (aveva fatto anche il concorso a preside, ma non le era riuscito) di emancipazione e di libertà. Una risorsa, doveva aver vagheggiato da studentessa universitaria, che l'istruzione le avrebbe garantito in aggiunta alle sue qualità. Era una donna intelligente e possedeva un temperamento da marescialla. Col tempo aveva capito che, a parte che fare la maestra nel suo quartiere, in quell'epoca di metà del secolo, per tutto il resto delle sue ambizioni era giunto troppo presto Gianni, il marito. Lui, un borghese distinto, un commercialista, arrivava e prenotava l'ombrellone e le sdraio. Da "Mimì, La Capannina", sempre. Il lido degli ombrelloni a righe bianche e gialle, con le cabine che davano sulla strada, fresche di pittura ogni anno. Un lusso dei forestieri: nessuno dell'isola pagava per stare in spiaggia. Era terra propria!

Poi ripartiva, Gianni. Scendeva in strada e aspettava sorridente, salutando i figli sul ballatoio, il pullma nino di Eugenio, giusto sotto casa. Lo avrebbe portato giù, alla Marina, a imbarcarsi sul "Raffaele Savarese", sgangherato battello della Compagnia di navigazione privata che lo traghettava al Molo Beverello, nelle fauci bollenti della città. Ma, chissà, se Gianni ne era dispiaciuto, in fondo. Quando la moglie è in vacanza... E Vera era una donna tosta. Tosto doveva essere viverle a pochi metri di fiato, negli esigui metri in affitto della mezza casa isolana. Si separavano di buon grado, per i due mesi estivi, secondo un accordo muto e tacito. Carlo, il figlio piccolo. Aveva uno sconfinato esercito di soldatini in tutte le pose e li schierava, ogni pomeriggio, dopo il mare e il riposo, in tutta la stanza, mentre la mamma appendeva i costumi e preparava le fresche cene estive. Carlo viveva in perpetua battaglia, digrignando i denti e soffiando vita e morte sugli omuncoli di plastica verde sparsi ovunque.

La figlia grande dei proprietari della casa si chiamava Lia ed era biondina, silenziosa. Dopo qualche anno, quando ne ebbe almeno otto, fu ammessa alle pratiche guerresche, con un po' di giustificata sufficienza, da Carlo, solo un poco più grande. Lei ci giocava, mite e volenterosa. Non ne era proprio entusiasta. Aveva soggezione, riverenza di lui. Paura a volte. Quelle volte che riceveva tra le mani certe maschere di silicone mostruose e grottesche che Carlo la obbligava a mettere, di nascosto dai genitori che, intanto, conversavano ignari in terrazza, sorseggiando le limonate dell'agrumeto, nei crepuscoli estivi.
Servivano a spaventare i passanti, quei travestimenti orripilanti, indossati dai due bambini che annientavano in questo modo la noia interminabile di quelle serate. Sbucavano urlanti dal buio del portoncino sulla strada, a sorpresa degli sprovveduti che passeggiavano. Una sorpresa che atterriva per prima lei stessa, piccola Lia. Le faceva salire alla gola il pianto del proprio spavento. Era che non voleva contrariarlo! Lo ammirava, Carlo. Teneva per la Juve, lui. Un bambino cittadino. Un semi-dio. Ma Roberto. Roberto, il primogenito, era bellissimo. Era un eccentrico, un hippie. Lia aveva una fascinazione segreta per lui. Nelle "controre" solitarie, la famiglia era ancora in spiaggia, mentre lei e i suoi fratelli risalivano presto, prima dell'una, entrava di soppiatto nella camera, solo socchiusa, dei due fratelli, nel moncone di appartamento dietro la porta a metà. Guardava le cose di Roberto: le sue carte, i libri, la chitarra. Aveva curiosato nelle borse sdrucite sotto al letto e scoperto le sue corrispondenze. Parlavano di figli dei fiori, di concetti così. Di nuvole e fumo, di erba.
Aveva pensato, la bambina, che era dolce che lui ne sapesse anche scrivere, di fiori e di erba. Che ne parlasse nelle lettere, in quelle che scriveva ai misteriosi amici partiti prima di lui, ma li avrebbe raggiunti in paesi lontanissimi. Erano ragazzi che gli somigliavano, ritratti in foto istantanee. E anche le ragazze, tutte chiare come birra.

Roberto era un "contestatore", così lo sentiva chiamare dal padre, quando, sempre nascosta dietro la porta, lo ascoltava urlargli addosso, rabbioso e disilluso nei suoi mezzi sogni borghesi. Ogni sabato e ogni domenica. Una testa pazza, uno sbandato. Vera... Lia la sentiva tacere. Non lo difendeva, suo figlio, davanti al marito. Ma la bambina, nell'ombra del suo nascondiglio, la immaginava che le si impallidiva il viso e le si stringeva il cuore. Lei, pure piccola, lo sapeva che Roberto era il preferito della madre. Perché lei, in definitiva, gli somigliava. A Roberto. E a tutti quei suoi sogni di rovesciare il mondo. Solo che per lei, per Vera, era stato tutto troppo presto. E in quei momenti, in quella resa, capiva, muta e dolorosa, che per quel suo figlio, per lui, invece era tardi. Ugualmente impossibile. In quel mondo, in quel momento, in quella Storia.
Negli anni Roberto aveva cominciato ad arrivare sempre più tardi nell'isola, non il primo di luglio. Restava qualche giorno, poi litigava. Ripartiva sempre più bianco, più magro, più solo. Lia, non immaginava e lo aspettava sempre, all'inizio. Provava un piccolo morso a vederlo andar via. La sera, qualche volta delle poche che Roberto riusciva a resistere in quel mezzo mondo, di quella mezza casa, in quella mezza famiglia, lui suonava silenziosamente la chitarra. Pungeva, struggente e stordito dalla claustrofobia di tutto, le corde un po' allentate dal caldo e dall'umidità, mentre Lia accucciata e muta dietro alla porta lo ascoltava. Finché lui, senza mai accorgersi di lei, piano, piano, smetteva.