Lettera dal Faro

- di di Carlo Nicotera

Soffia tramontana e da due giorni nella luce del mattino c'è anche una venatura di giallo. Bene, vuol dire che l' inverno ormai è andato, e che il freddo che verrà ancora, potrà essere tagliente, ma non incupirà le nostre anime.
Così, cara Lucia, oggi scriverti questa lettera è allo stesso tempo più facile, perché il sole che tramonta rende netta l'ombra della penna sulla
carta.
E più difficile anche, perché più forte in questo tepore è il peso della tua assenza.
Vedi, da quassù ci sono due modi di vedere il mondo: uno ieratico e distante, in cui gli avvenimenti ti vengono da una lontananza prossima all'orizzonte, con una morbidezza pari a quella del fascio di luce che lampeggia dal mio lanternone. Un altro modo è stravolgente e viscerale come i pensieri che ti attanagliano di notte, quando nessuno ti ascolta e nessuno ti parla, e i fantasmi rimbombano dentro come la tempesta sugli scogli di Punta Carena laggiù.
Ed è così che ti sento. Come un'onda che attanaglia, ma che poi si ritira, portando via con la risacca il suo mondo di alghe, oro e cavallucci marini, e relitti e nuvole di sabbia sommossa. Portandosi via il tuo amore per me.
Hai visto? Sono arrivato al punto: cerco disperatamente di dare contorni poetici a quella lama che mi ha segnato il torace con una lunga e profonda diagonale. Cicatrice non diversa da quella che faceva antica la faccia di tuo padre, un Tremal Naik di questo secolo, figlio del tempo e non dei libri. Credo che lui ti abbia dato il dono di uno sguardo che va oltre l'orizzonte.
Invece sto solo parlando di te, e dell'amore che non ho saputo vivere.
Così eccomi quassù, solo nella solitudine più intensa di chi ha invece sfiorato la grazia del sentirsi dentro e vicino, parte e tutto, cielo e terra, radice e frutto. Vorrei parlarne con freddezza, con la precisione analitica di un entomologo, ma non riesco a trattenere il tremito che mi assale. Ed è un tremito di paura. E' forte e intenso, uguale nella vibrazione a quello che mi scoppiava dentro i primi attimi che ti stavo vicino.
Un'assonanza del corpo e delle anime che sfociava nell'inesauribile desiderio di cercarsi e sfiorarsi - farfalla e fiore , polline e ali - quasi a riprodurre i riti primordiali che legano gli animali selvatici. Solo che questa è paura. Paura di non sapere più vivere l'amore - ammesso che mai abbia saputo farlo.
Chissà perché in questo momento mi viene in mente la caciotta che mi ha regalato zia Jole. Non ha certo a che vedere con l'amore di cui volevo e ti stavo parlando. Sarà il sapore di salmastro che sale dalla cala (penso sempre che un piatto di pesce debba essere chiuso, ammortizzato, contrato, meravigliato da un boccone di formaggio)... O sarà che ho ricordato d'improvviso un aforisma che ho scritto il 30 agosto dell'anno scorso (2002, forse). Non si può fare un anno sabbatico in giacca e cravatta...
Insomma mi è venuta fame. E nella padella vuota ma ancora unta dove ieri sera ho stropicciato con i pomodorini di pendolo quattro (dico quattro) salsicce da mangiare alle due di notte (o di mattino?) ho buttato altri sei
pomodorini, una mestolata di sugna che avevo conservato dalla cottura dell'ultima porchetta che ho cucinato per una serata di antichi sodali, un filo di olio di oliva e peperoncino tagliato grosso.....
La faccio breve: la pasta saltata lì dentro e mantecata con la caciotta di zia Jole grattugiata (la caciotta, non zia Jole) grossa anche questa, come la ricotta marzotica della mia infanzia buttata a pioggia con le mani sulle orecchiette alla crudaiola, è stata un capolavoro di esistenza. Anche perché il vino di Ennio - quello rosso, di nivuro nostrale,catarrato a fragolino, mi ha dato la felicità che solo tre bicchieri a 16 gradi ti possono dare.
Ora ho il palato allappato di quel sapore a metà tra il Retsine che mi fece sognare a Cefalonia e il cappero pelagico di Mastro Spata - dei suoi copricapo fatti di tovaglioli intrecciati ti scriverò ancora - e la testa che ancora una volta guarda lontano. O dentro?
Mi chiedo, infatti, perché sentirmi disperato per la perdita del talento e il silenzio del mio genio, quando la mia vera opera d'arte è stata quella di amarti per anni, a dispetto della mia voglia di vendetta per quella notte che non mi hai amato.
E soprattutto mi chiedo, non più ombrato dal vino, ma illuminato da questa cometa a sprazzi che mi gira sulla testa, che cosa sia la redenzione. E' un valore assoluto? O è solo un'idea consolatoria e letteraria inventata dall'uomo? E poi: va misurata secondo un metro oggettivo? O in base ai nostri sogni e alle nostre illusioni? E poi ancora, la redenzione di chi? La tua, che non mi hai amato ma hai vissuto? O la mia che ti ho amato ma non ho vissuti?
Ti dicevo che quassù vivo senza giacca e senza cravatta. E in verità, in questa sera di tramontana mi sento proprio svestito. Proprio nudo. Forse spellato. Risento con nostalgia il sapore dell'ultimo boccone di quella pasta: un maltagliato che farebbe la felicità di qualunque commensale (anche solitario come me che forse, in quanto tale, sono solo un mensale) e la ricchezza di un qualunque proprietario di trattoria. E mi spumo in bocca un po' ancora di quel nero di vino... Un sapore buono come la vita.
Buono quasi come il fatto che non ricordo più il tuo nome.