Indice
- Numero 3 - Giugno 2003
- L'Editoriale - Gente di giugno
- Capri: ricordo di due vacanze nel paradiso terrestre
- Quando Lillino passeggiava in Piazzetta con Ungaretti
- 35 sorrisi e tanta concretezza
- Neanche una strada intitolata a Norman Douglas
- La Grotta Azzurra difende i suoi segreti
- Come rendere caprese un'estate al mare
- Davanti all'eremo di Cetrella un uomo maestoso parla tra cielo e mare
- Miracolato dal mare Salvatore "o'fratillo" racconta Positano
- Le isole perdute di Marisa Laurito
- A casa di Ernesto
- Il mito di Taormina è un pianista giramondo che scala i grattacieli
- Nella Grotta dell'Arsenale un pittore viennese parlava con le sirene
- Un approdo con chitarra in mezzo al Tevere
- Una scrittrice olandese ha ripercorso l'itinerario insulare dell'arciduca d'Austria
- Un inciampo di terra nel verde dello Jonio
- L'isola delle spugne nel mare Egeo ricordo antico d'Italia
- Lettera dal Faro
- Quel napoletano che sta in cielo
- La Moda, Stupori e Pori
- Il reporter dell'Isola
Lettera dal Faro
- di Carlo Nicotera
Sai come mi sento stamattina? Proprio con quella sospensione che mi prendeva da bambino, quando facevo i castelli di sabbia sulla riva del mare, e sentivo il suo sciabordio nelle orecchie, in quel punto al limite tra due universi, in cui sei presente e in ascolto, allo stesso tempo sfiorato dall'acqua e dalla sabbia e - inconsapevole del tempo - la tua testa elabora merli e torri, guerrieri e ponti levatoi. Ecco, così mi sento oggi. In bilico ("come sempre", dirai tu) tra un tempo e l'altro.
Scusami, non mi voglio e non ti voglio ingannare: sono al limite di due stagioni. E quella che sta passando ho paura che mi assomigli meno di quanto avrei voluto, mentre mi pongo la questione di capire come fare in modo che la prossima - che arriva rombando - sia più armonica, più mia e leggera.
Il fatto è che sono allarmato, caro amico, perché stanotte, seduto al mio desco notturno, come sempre amo fare dopo una lunga giornata di lavoro, ho vissuto il terribile contrasto tra un desiderio che m'aveva accompagnato per tutto il giorno, e la mia capacità di consumarlo, di masticarlo, di digerirlo, di farlo mio fino al succo della libidine che la vita ti regala con labirinti non sempre prevedibili...
Insomma sono tornato al faro-casa con un meraviglioso pollo allo spiedo, il cui sognato profumo mi ha stuzzicato un languore strenuo durante riunioni e scontri, una corsa al sole e un'altra riunione, e poi tra il fumo di chi fuma dove non si deve fumare e parole scritte a vanvera che frettolosamente dovevo cambiare, e titoli che non venivano e fotografie che non passavano da un computer all'altro, e urla e incomprensioni e corse finali dietro ambigui dispacci d'agenzia. E quell'odore mi ha solleticato anche quando finalmente ho allungato i piedi sulla scrivania e ho decantato l'orrore di questo vortice inutile, gigantesco, che non profuma neanche più di piombo e inchiostro, ma sa di sdrucita infermeria...
Eppure quando finalmente mi son seduto, con il mio buon bicchiere di aglianico e il libro che mi accompagna in questi giorni, nel silenzio di un condominio profondamente addormentato neanche fosse un'isola d'inverno, non sono riuscito a mangiarlo tutto. Il pollo, intendo.
E ho avuto paura. Perché era la prima volta che non ho portato a termine quella ricerca di sazietà giocosa e infantile che si alterna tra le diverse succosità e multiformi morbidezze della carne. Ho avuto paura, perché ho risentito quella ferita al cuore e alla memoria che ho di me, quando - giocando a pallone o a tennis - ho scoperto la differenza tra quel che hai nel cuore e quel che hai nei muscoli, e non colpisci più la palla che vola alta, anche se salti ancora convinto di arrivarci.
Cristo, non ho finito un misero pollo allo spiedo! Allora è vero, mi son detto, che non ho più sufficiente sperma per aggredire la vita! Allora è vero che la mia pelle scende sulle guance.
E non è vero, allora, che non amo Nina perché non mi fido, e non riesco ad amare Assunta perché non le posso dare quello che desidera e Angelica perché è troppo autosufficiente. Non le amo, perché amo solo me stesso, e quel che rimane del mio tempo vorrei dedicarlo a quel castello di sabbia che ho costruito solo nella mia fantasia, negli anni in cui ho assemblato, invece, un immenso palazzo fondato su bollette e mutui, relazioni sociali e professionali, notti di copertura e riunioni sulle varie apocalissi che hanno lasciato, come unica traccia, qualche titolo a nove colonne che ormai non possiamo neanche più cercare su un po' di carta ingiallita nelle rilegature.
Poi guardo il fondo del piatto. E c'è una piccola rivoluzione. Ho passato la vita a conservarmi per ultimo boccone un'aletta croccante del pollo e stasera, invece, c'è un bel pezzo di sottocoscia, più succoso, più umido, forse più adatto ai miei denti di oggi. Forse un segnale, che è arrivato il momento di inventarmi qualcosa di nuovo, è che non è questione di quanto tempo, ma di quale tempo. E anche se quello che ho davanti sembra insufficiente, per stare più sereni forse basterà che la prossima volta mi conservi mezzo pollo in frigorifero senza rimpianti. Forse a quel punto il boccone di sottocoscia mi lascerà una felice e grassa impronta di sapore sulla bocca, perché forse la vita è anche fatta di trucchi e illusioni. Forse, forse, forse... Meno male che c'è l'aglianico.

