Lettera dal Faro

- di Carlo Nicotera

Amico caro, a sorpresa ho cambiato rotta e non sono più venuto a trovarti. Ho preferito proseguire il viaggio e andare un po' più lontano. Per far questo, mi è bastato rimanere dov'ero, laggiù, sul mio remoto scoglio. Perché questo "tradimento"? mi chiederai. E mi viene in mente una sola risposta: "C'est l'Afrique!!". Te la ricordi la storia dello scorpione? Quella in cui rompe le scatole all'ippopotamo - che non si fida - fino a convincerlo a dargli un passaggio dall'altra parte del Nilo. E quando sta in mezzo al fiume, zacchete, lo punge a morte. "Sapevo che non dovevo fidarmi, maledetto scorpione. Ma sei un pazzo, un pazzo. Non ti rendi conto che ora morirai anche tu che non sai nuotare? Dimmi, Perché? Perché l'hai fatto?". E lo scorpione non trovò di meglio che rispondergli: "Non lo so, ippopotamo, non lo so... c'est l'Afrique!".
È l'Africa, quella che bolle nel cuore - l'Africa dei sentimenti, dei dubbi, delle incognite.
Qualche tempo fa scrissi un aforisma (lo so, lo so, sono un rompicoglioni!!) che diceva più o meno così: è più facile attraversare l'oceano che innamorarsi di un'altra parmigiana di melenzane... Però, quando hai attraversato l'oceano e non sei più legato a nessuna delle parmigiane di melenzane che ti hanno dato conforto nella vita e un gocciolìo di sugo sul mento, hai due possibilità: o proseguire il viaggio o imparare a cucinarti da solo.
Detto questo, faccio una parmigiana eccellente, mondiale, ma non ho ancora trovato la spiaggia finale. E l'Africa, mio vecchio sodale, è ancora lì, a chiederti di attraversare il fiume per vedere che cosa si nasconde nella selva bagnata dall'altra riva. Così, sono rimasto a cercare un assoluto, qualcosa che mi portasse al limite. E l'ho provato. Non più tardi di una settimana fa, il mare di maestrale era forza nove. Il vento, girato a tramontana, freddissimo. E c'era più grandine che pioggia. Tant'è vero che sulle strade alte si è formato un perlatissimo mantello bianco. Da fotografare, data la latitudine. E infatti ti mostrerò la foto. Ma io avevo deciso di andare comunque a farmi le mie tre ore di mare. Così ho preso la direzione dell'unico posto di Pantelleria dove c'era un minimo di ridosso, la cala di Punta Limarsi. Per capirci, è il posto più remoto dell'isola, non a caso l'intera zona si chiama Dietro Isola, e ci si arriva per una strada sterrata, lunga e tormenatata, che in quel momento era più un fiume di fango e pietre che altro. E poi arrivati sul ciglio delle rocce, bisogna scendere come capre per arrivare al mare. Che, tra muta, pesi e pinne e grandine, è stata un'impresa da gabbiano dell'isola di Pitcairn (sai, quella degli ammutinati di Fletcher Christian).
Ma lo spettacolo era, appunto, assoluto. A ridosso c'erano quattro carghi e tre o quattro pescherecci bloccati dalle onde furiose che giravano tra la punta di Limarsi e quella che apre la costa che qui chiamano di Martingana. È qui che sbarcavano i turchi. È qui che si incontrano il nero e il bianco dell'isola. Qui si parlano i pini e i gabbiani. Qui ho visto planare di notte sotto la luna piena un immenso gufo: l'immagine che fece vedere, sentire e capire ai miei figli allora ancora piccoli, che la magia è in un minimo vibrare della notte, se te ne accorgi. E qui, in questa pozza di correnti, venti e cristallo zaffiro, mi sono buttato.
Solo. Solo, Roberto. Solo come Adamo prima di Eva, solo come Sant'Agostino che vinceva con la volontà le tentazioni, ma che arrivava - per dettato della volontà - lì dove non avrebbe voluto essere. Solo. Con la mia Africa e il mio corpo che doveva combattere il mare e il freddo e il cellulare che non avrebbe mai preso, e lo sguardo stupito delle prue di quei navigli, che dagli occhi di cubìa lasciavano cadere le catene delle
ancore come lacrime stupefatte e amareggiate.
Solo, ancora, con la mia felicità incommensurabile.
Quella di avere
messo la mano sul mio destino, e non per imprudenza, anzi, ma per passione. E così, quando alla fine sono tornato, e ho messo stremato le mie cose in macchina - dopo aver risalito i denti aspri e offensivi delle rocce - e mi sono tolto il cappuccio della muta, e ho asciugato il volto, e un po' le mani, ho chiuso gli occhi. Ho chiuso gli occhi come ogni tanto ognuno di noi vorrebbe fare, ascoltando solo il respiro ancora un po' mozzo. E il cuore che pian piano scende alla normalità, e la vita ti appare più viva, perché ti ha dato un frangente di passione. Ho chiuso gli occhi e mi sono chiesto perché non riusciamo a donarci una emozione, un sentimento simile, con più costanza, con più leggerezza, con più normalità?
Non c'è risposta se non, ancora una volta, quel grande albero di baobab di cui ci hanno parlato, che sta al centro della savana, o in fondo al mare in forma di corallo, o in fondo agli occhi di chi ha messo la sua vita nelle tue mani. E tu passi la vita a cercare quel baobab, quel corallo, ma non lo troverai mai.
E sai perché?
Mi sono dato una risposta tornando pian piano verso casa, risalendo il fiume di fango e lasciandomi la notte alle spalle andando incontro al tramonto e poi fermandomi a prendere un caffè lungo bollente stracorretto con l'anice purissimo Tutone, alla trattoria "'o Trattu" a Rekhale (posto e villaggio di cui ti parlerò un'altra volta) per togliermi l'umido dalla pancia e il sale dalla lingua.
Sai perché, amico mio? Perché arrivati sotto l'ombra immensa e fresca del baobab, noi - quelli come te e come me - non lo vediamo, ci saliamo sopra e insani domandiamo all'orizzonte: ma dove stai maledetto baobab?! Dove accidenti stai?! Ora mi riposo un po' e poi riparto. Oggi, mentre torno verso la tana senza mai superare i 20, 30 km all'ora, quasi a volermi cullare, rimpiango per un attimo un altro aforisma scritto con troppa leggerezza: a furia di essere razionale e ragionevole, son
finito in una selva oscura...
Non so, amico mio. Non so.
C'est l'Afrique!