Indice
- Numero 32 - Luglio 2007
- L'Editoriale - Donne di mare
- Il trionfo di Valencia
- Un brutto treno chiamato Capri
- L'anello di nozze di Alfonso Gatto
- Le sirene non sono belle
- Quando Henryk Sienkiewicz scoprì Conca dei Marini
- Curzio Malaparte
- Tre serate di sogno ad Anacapri tra cielo e mare
- La MMM «illumina» Piazza Dei Martiri
- La dea del mare
- L'isola di Marlon
- Quei diecimila chilometri dall'Uruguay all'Italia del "Leone di Caprera"
- Palmaria, la regina fra due paggi marini
- L'uomo che diventò pesce nel mare di Margarita
- Lettera estiva
- Il reporter dell'Isola
Lettera estiva
- di Luigi Pingitore
Da isola in isola. Sosta a Ischia, tra Forio e Lacco Ameno. Una festa e un libro di Camus. In viaggio per le Eolie. Dalla Svezia a Palermo.
E così avevo voglia di scriverti questa lettera per poi non spedirla, perché è così che immagino i nostri dialoghi, pieni di lettere che provengono da distanze che adesso non so calcolare. Io continuo a muovermi da un'isola all'altra perché ho deciso che il prossimo romanzo nascerà così, seduto per ore di fronte al mare, mentre la notte dormirò in alberghi molti piccoli, circondato a trecentosessanta gradi dall'acqua; e tu invece che prosegui il tuo viaggio verso sud, di paesino in paesino, visitando tutti i bar che hanno una vetrata che affaccia sul mare e poi ci provi a fotografarli quei bar e a immaginarli come luoghi dell'attesa.
E quando l'altro giorno è arrivata l'estate (ed è arrivata, adesso ne sono certo, perché faceva così caldo in mattinata), ho capito che non avrei fatto nient'altro che sognarti e assaggiare daiquiri immaginando giorni a buttarmi nell'acqua, senza altro da fare che muovere le braccia e scendere con la faccia sotto, dimenticando così la realtà, che è solo frantumi di cose, e le mie parole che davvero non ce la fanno a restituirla.
Di cosa mi innamoro mi chiedevi nell'ultima lettera. E avrei voluto mostrarti i colori, che ero ad una festa l'altra sera, un piatto nero concavo nella mano, un giardino con le limonaie che si intrecciano in alto a proteggere dall'afa, e il cielo che ci viene addosso, caldo e addensato, monte Epomeo alle mie spalle, il suo profilo lavico, hanno tutti la pelle abbrunita e una donna di venticinque anni mangia della pasta e morde piccoli pachino color malva. Sottovoce una frase che colgo in una conversazione che accade alle mie spalle "sono uno che vede con una mano, ho una mano che sente come un occhio."
Mi allontano dal giardino, raggiungo il centro della casa, un divano lungo e sabbioso, mi gira la testa, non ricordo perché sono qui e che ci faccio a questa festa tra le ville a schiera di Forio, mi pare che ci sia un editore da qualche parte che festeggia sessant'anni e non riesco a ricostruire la struttura mentale dei posti e delle persone, è la stessa sensazione provata sul traghetto che ci portava ad Antiparos, 1998, il mare greco nero e appiccicoso, come pece, pensando che l'estate non finisce mai ma va solo in pausa, e nelle pause si pensa o si ama, che non è mai la stessa cosa, e nei giorni bianchi d'agosto si scrive - agosto è la città vuota, si mineralizzano le strade asfaltate, un lungo nastro bollente che ipnotizza gli occhi e all'improvviso un'esplosione di luce e tufo, tufo da annusare mordere sentire sulla punta della lingua mentre si dissolve in aria ad ogni sbuffo di vento che sale dalla marina - e la mia casa si inclina per il peso delle persone che entrano e occupano gli spazi e io sono felice solo quando la casa è deserta o piena di gente, e mi ritiro negli angoli trascinandomi dietro il libro di Camus che comprammo in due copie a Lipari nell'unica cartolibreria aperta e tu che fotografasti la faccia della donna.
Assaggio un nero d'Avola mentre ripenso ad una frase che sottolineai ai tavolini del Saraceno: A quel tempo anche un giovane povero, poteva fare il progetto sontuoso di attraversare un mare alla ricerca della luce. Ma poi ho fatto come tutti gli altri, ho preso il mio posto nella fila che aspettava davanti alla porta aperta dell'inferno. A poco a poco, ci siamo entrati. E al primo grido dell'innocenza assassinata, hanno sbattuto la porta alle nostre spalle.
Nei giorni del caldo si racconta a se stessi la propria vita e si sogna per l'afa che rende impossibile muoversi e rimanere fermi, e poi quello che fa star male è la mancanza di possibilità, che vorrei tutto e non posso e quest'estate mi sembra già terminata.
"Mi chiamo Nadia."
Poi sparisce nel giardino, in mezzo alla festa, resto sdraiato sul divano, l'odore è fortissimo, è tutta la salsedine del mio passato e sto male perché capisco il tempo, entrano persone e parlano di un viaggio, le voci si sovrappongo, provo a inventare dei volti, mi alzo, sono solo, qualcuno apre un Fiano mandriarossa, trattengo il sughero tra le dita, indice e pollice, vado via e salgo in vespa e corro verso la marina di Lacco Ameno, con le villette bianche d'inizio secolo, e sparisco in una casa dall'altra parte dell'isola.
Alle sette e trenta il mare è piatto e lucido e i pochi turisti, quasi tutti tedeschi, si accodano con me sul traghetto per Napoli. Decido di affacciarmi in città prima di salpare per le Eolie, abbandono gli amici che rimangono, che hai fatto quest'estate mi chiederanno, che hai fatto quest'estate a parte i limoni e il profilo del monte Epomeo e il piatto nero coi pachino e tutte le pagine da scrivere all'alba prima che il sole riconquisti lo spazio fisico dei miei pensieri e le nuotate assurde e interminabili e la concentrazione minuta sulle singole parole per troppa voglia di suono e le case che impari ad amare nelle camminate interminabili e solitarie, dove abiteresti per qualche giorno, entrando nei letti non tuoi, o i libri da sfogliare, le pagine ancora da scriverti, e un autostop nel cuore della notte accanto alla rampa d'ingresso dell'autostrada, un furgoncino che si ferma, per salirci e svegliarsi dopo cinquemila chilometri in Svezia al burning day, migliaia di ragazzi che ballano nell'house che sale dalle foreste di quercei e una corsa nell'auto che rientra in Italia, in mezzo a volti che non sai e si ferma sotto la cupola rovente di Palermo, a mezzanotte del 15 agosto mangiando kebab e aspettando l'arrivo di una lettera che qualcuno ti ha promesso, sul molo del lungomare, una lingua che non possiedi ti assorda il palato (perché è la lingua che impara altre lingue) misto di arabo e spagnolo e italiano, hai il pc portatile e aspetti l'alba scrivendo qualcosa che forse stavolta avrò anche voglia di mandarti.

