Lucrezia D'Alagno, il mio sogno biondo

- di Carlo Missaglia

Storia dell'affascinante donna di Torre del Greco innamorata di re Alfonso, e da lui corrisposta, al quale si sarebbe concessa solo col matrimonio, ma un Papa negò al monarca aragonese di sciogliere il vincolo che lo legava alla moglie, Maria di Castiglia, vecchia e malata. Autentica regina a Ischia e immortalata nell'altorilievo sul portale del Maschio Angioino, unica donna fra baroni e ambasciatori nel Trionfo di Alfonso. Dotata di rara bellezza e virtù, descritta con versi di ammirazione dai poeti del suo tempo, non fu la cortigiana assetata di potere secondo l'interpretazione di alcuni storici.

Immerso nella visione paradisiaca della terra campana, lo sguardo è fisso su quella zona che guarda il Castello Aragonese e l'isola di Vivara. Terra della prima civiltà micenea Vivara, di cui sembra sia stata rinvenuta sott'acqua alla punta di mezzogiorno una scala che conduceva proprio sull'isolotto e al Castello Aragonese: un baluardo a difesa dell'isola verde. Di quanta storia quel piccolo scoglio è stato muto testimone e di quanta storia al femminile.
Io non sono particolarmente affezionato alla immagine di Giovanna Colonna, moloch ischitano su cui si continuano a cantare anche se, lo riconosco, a buon diritto, lodi e mirabilie. Mi dispiace che gli isolani, così attaccati a questa poetessa, non conoscano un'altra donna che tanto ha fatto per quell'isolotto e che, innamorata del suo Re, mantenne la sua verginità per amore di lui così tanto più avanti negli anni.

Parlo di Lucrezia D'Alagno, la fiera ragazza di Torre ottava, o Torre del Greco, che sacrificò la sua giovinezza e la continuazione della sua specie per seguire il suo Re. Figlia di Cola, capitano della Torre della Nunziata, incontrò Alfonso nel 1448 all'età di diciotto anni proprio a Torre del Greco. Qui egli aveva preso dimora nella torre soprastante il mare e dalla quale si poteva ammirare tutto il golfo di Napoli, isole comprese. La D'Alagno si disse disponibile, ma solo se Alfonso l'avesse sposata. Il problema era la moglie di lui, Maria di Castiglia, la quale pur essendo anziana e molto malata non si decideva a lasciare questa terra. Lucrezia non lasciava passare giorno senza insinuare nei colloqui che aveva col sovrano che sarebbe divenuta sua solo se l'avesse regolarmente sposata. La vigilia di San Giovanni era ricorrenza in cui le ragazze da marito usavano appendere ghirlande fuori delle loro porte come augurio per un futuro matrimonio chiedendo un dono per le auspicate nozze. Anche Lucrezia appese alla sua casa la ghirlanda, al che Alfonso le mandò una borsa con parecchi "alfonsini" d'oro. Lucrezia ne prese uno solo dicendo: "A me di Alfonsini ne basta uno solo".

Il desiderio di sposare il Re era altissimo.
Non le bastava essere considerata come una regina: voleva essere Regina.
Ottenne da Alfonso, di andare a parlamentare col Papa Callisto III°, Alfonso Borgia. Partì da Napoli in pompa magna con un seguito degno della alta carica alla quale aspirava. Il suo viaggio di avvicinamento a Roma fu un susseguirsi di omaggi da parte dei sudditi del Regno. Tutta questo affetto le dava la quasi certezza che la sua petizione venisse accettata e il matrimonio di Alfonso sciolto. Causale: la sterilità della moglie del re.
Il colloquio col Papa durò due ore e fu strettamente privato. Dal Papa Lucrezia ebbe un diniego totale alle aspettative e la strana "Captatio benevolentiae" di Callisto III° nei confronti di Maria di Castiglia. Appena Lucrezia fu partita, il Papa inviò una missiva alla moglie del re mettendola al corrente del suo diniego, non molto spiegabile visto che i presupposti a quello scioglimento vi erano tutti. Alfonso, infatti, aveva dovuto nominare suo successore un figlio naturale, Ferdinando I°, avuto dalla cognata Caterina.

Lasciamo però che queste cose le illustrino i "grandi". A me preme raccontare di Lucrezia verso la quale nutro un inspiegabile affetto dal primo incontro che ebbi con lei a Piazzetta Scacchi a Napoli dove ne lessi il nome su di una targa stradale e mi chiesi chi fosse. Guardando il castello aragonese, momento dal quale sono partito, ecco l'immagine di lei, a cui Alfonso aveva regalato l'Isola, scendere dal battello che l'aveva condotta sulle spiagge ischitane, "snella e leggera come una Psiche, salutata da un popolo adulatore. Viva la nostra illustrissima castellana! Or tutta cascante di vezzi e di beltà, come una Diana Cacciatrice cavalcar brioso destriero, e alla prime ore del giorno, circondata da valletti e da donzelle al fianco del suo Sire, uscire dalle opere avanzate della cittadella e drizzarsi con esso o alla pianura di Liguori o a quella di Panza, ad assistere o a prender parte alle cacce nei boschi riservati ad Alfonso".

Il re, dunque, donò l'isola a Lucrezia, ma non si limitò a questo. Accrebbe il Castello aragonese, lo munì di nuove e salde mura e lo legò alla terra con un ponte in muratura fortemente ancorato agli scogli. Oggi lo possiamo ancora ammirare e la sua fruibilità è rimasta invariata. Alfonso comandò che si pagasse il dazio su sale, ferro e pece e che questo servisse per abbellire maggiormente l'isola. La D'Alagno governò Ischia come fosse una regina. Quello che era una volta un sentiero che attraversava l'isola, dove poteva transitare una persona per volta, venne fatto allargare da Alfonso. Egli munì la nuova strada di feritoie e trabocchetti, la illuminò con lucernai e larghe bocche per far passare così la luce. Fece costruire la cinta muraria, edificò torri e palazzi e infine la reggia che, per lui, sarebbe diventata un nido d'amore, platonico. Ecco che cosa provoca in me la vista del Castello aragonese riportandomi alla storia di Lucrezia D'Alagno.

Non riesco a digerire la vulgata popolare, ma anche intellettuale, secondo cui Lucrezia D'Alagno sia stata una poco di buono. Questo modo di giudicarla come una delle grandi cortigiane, mi "fa fastidio", come dice il mio piccolo nipotino. Ho cercato di dare corpo al mio pensiero suffragandolo di notizie storiche attendibili attraverso vari testi che trattassero la vita di questa bellissima torrese dimorante a Napoli al Sedile di Nilo.
"Di quanto supera il Re i nobili / e di quanto splendore vince il sole, le stelle / di tanto supera Lucrezia / le ninfe della Campania".
Così il Panormita in alcuni versi originalmente in latino. "Chi vuol vedere in terra paradiso / la gloria e la felice vita eterna, / riguardi pur a quell'angelico viso ... / Digna è questa perna (perla) / Esser signora de l'antica Grecia: / non (so) se dire Dea or Lucrezia!" Questo possiamo leggere in un manoscritto: 1035, folio 20r, vv. 9-17, custodito nella Biblioteca nazionale di Parigi. Mi chiedo in quale monumento, portale, colonna, che, nelle sue raffigurazioni osannanti, abbia una figura di donna che con le vicende guerriere e di conquista poco c'entra. Ebbene, nel portale del Maschio Angioino, compare fra i vari personaggi proprio la D'Alagno.

Voluta espressamente dallo stesso Re che ne pretese anche una posizione di prestigio: quella appunto in cui fu posta la bella Lucrezia. Ella viene raffigurata nel Trionfo di Alfonso dove il re, seduto sul carro del vincitore, sovrasta tutti. Unica immagine femminile, nell'altorilievo, quella di Lucrezia fra baroni, rappresentanti dell'ambasciata tunisina e quant'altro. Per approfondire l'argomento sono andato a riguardare il bel libro su Castel Nuovo di Riccardo Filangieri e ho scoperto che quella parte del monumento, dove appare Lucrezia, manca del tutto fra le innumerevoli immagini fotografiche riprodotte.
La D'Alagno compare solo in una occasione, invitata al ricevimento dato in onore del cardinal Bessarione. Era il 5 giugno del 1458. Il Filangieri la definisce come la bellissima Lucrezia D'Alagno. Questo è quanto mi interessa per l'indagine sul personaggio e del perché di una evidente ostilità che nei suoi confronti ebbe la cosiddetta intellighenzia otto-novecentesca.

"Dama de tan buen sembiante / Que la vuestra gran beltad / Faze la gerra / A quiem fa temblar la tierra / Desde Poniente a Levante". Così Juan de Tapia, uno dei poeti più eleganti dei suoi tempi. Venne in Italia alla corte di Alfonso e fu fatto prigioniero a Ponza il 5 agosto 1435. L'armata comandata da Alfonso fu sconfitta da quella genovese al comando di Biagio Assaredo, un notaio. Oltre ad Alfonso furono fatti prigionieri i di lui fratelli, il re di Navarra, il Gran Maestro di San Jacopo, il duca di Sessa, il principe di Taranto. Il re sconfitto, quando si trattò di consegnare la spada, secondo il cerimoniale della prigionia, non poteva accettare che l'avversario cui la cedeva non era di un adeguato livello sociale. Tra i Genovesi vi era Jacopo (Gianni) Giustiniani, dei Giustiniani di Scio, nobile di recente nomina, e a lui solo il re consentì di cedere la spada.

"Savia gentile graziosa e bella / Facta da Dio sopra ogni creatura / ... De la tua sapienza ne favella / Già tutto il mondo, / ch'una vergin pura, / sia di tanta cura. / Ne muti passi senza pensier mille". Così l'urbinate Angelo Galli, il quale, oltre alla verginità di Lucrezia, mette in luce altre virtù come la saggezza, la gentilezza la grazia e la bellezza. Era, dunque, Lucrezia, una donna di assoluto rispetto e di elevate virtù umane. Non si capisce allora perché la bellissima Nilense viene fatta passare per una sciacquetta di terz'ordine mentre i suoi contemporanei avevano di lei una ben diversa considerazione e sì che la conoscevano meglio di qualche sapientone che ha voluto dare di lei l'immagine di cortigiana interessata, pronta a tutto pur di ottenere il suo scopo: quello di amare il suo re nel rispetto dei dettami della morale e dei desiderata della chiesa romana. "Vos fuistes quien por amor, / nunca jamas fui vencida!". Firmato Juan de Tapia.

A Roma, in piazza San Marco, vi è un busto che si dice raffiguri la D'Alagno. Fu donato alla stessa da Papa Paolo II°. Fa parte della tradizione delle cosiddette statue parlanti. Quelle statue sulle quali venivano lasciati bigliettini con scritte irriverenti, satire contro il potere. Erano i secoli XIV e XV, un po' come ciò che nei secoli successivi avvenne con le Pasquinate. Vi era inoltre un'altra usanza: le persone che le passavano davanti usavano cavarsi il cappello in segno di rispetto, ma anche perché si credeva che quel gesto rituale portasse fortuna. I ragazzi usavano scherzare con chi non si voleva assoggettare a quella usanza. Mettevano una moneta legata ad un filo sottile per terra di modo che chi l'avesse vista si sarebbe chinato per raccoglierla. Il loro cappello, rimasto così in bilico, veniva fatto cadere a colpi di fionda, mentre la monetina era abilmente ritirata.
Comunque siano andate le cose, vi confesso che, quando da casa vedo la maestà del Castello aragonese, mi viene da pensare alla bella bionda con gli occhi castani, figlia della vulcanica terra di Torre del Greco, che fece innamorare il grande Alfonso V° e che dette vita a tanti fermenti e alla costruzione di strade, torri e palazzi a Ischia.