Mamma li turchi!

- di Raffaele Gargiulo

Sulle coste italiane era il grido di allarme all'apparire dei pirati guidati dal leggendario Barbarossa. La lunga storia dei corsari islamici. I saccheggi e la cattura di uomini e giovani donne. Le richieste di riscatto. La riduzione in schiavitù per essere impiegati ai remi sulle galee o nei lavori più duri che fecero prosperare l'economia turca. Come Algeri si trasformò da un misero agglomerato di baracche in una ricca città portuale. I Cavalieri di Malta, difensori della Cristianità, contro le scorrerie ottomane e a difesa delle città.
Quattromila fra ischitani, procidani e puteolani in mano ai predoni del mare.

L'impero ottomano raggiunse l'apice del suo splendore e della sua potenza espansionistica sotto il Sultano Solimano il Magnifico nel 1529 quando, dopo l'infruttuoso assedio di Vienna, le sue armate erano state bloccate nei Balcani. Ma l'attività dei pirati barbareschi, guidati dal famoso Barbarossa, figlio di un rinnegato greco diventato signore di Algeri, diedero a Solimano l'opportunità di colpire l'Europa cristiana dal mare secondo modalità strategiche ben collaudate.
Le guerre di conquista ottomane consistevano sempre in una prima fase di scorrerie e predazioni che indebolivano il potenziale economico e umano del paese aggredito, fino all'offensiva finale delle truppe regolari che completavano la conquista e, grazie al bottino, facevano sì che la guerra alimentasse la guerra.
Nella prima metà del Cinquecento la guerra del Mediterraneo si fece più brutale che mai, fatta di assedi, battaglie campali, con la flotta ottomana che perpetrava scorrerie lungo le rotte occidentali intralciando i traffici e devastando le coste con numerosi abbordaggi nei quali lo sconfitto aveva una sola alternativa: o la morte o il remo della galera nemica.

I barbareschi, da veri corsari, rispettavano le regole classiche della "guerra di corsa". Attaccavano o saccheggiavano soltanto le navi o i villaggi cristiani, dividevano il bottino sulla base di determinate carature, riservando sempre il canonico "quinto" alla "Sublime Porta", ossia al sultano che regnava a Costantinopoli e del quale essi erano fedeli vassalli. I traffici marittimi erano quotidianamente messi a repentaglio dagli assalti a sorpresa dei veloci vascelli che inalberavano la bandiera verde con la mezzaluna.
Nel contempo le coste, soprattutto quelle italiane, venivano sempre più spesso saccheggiate dai corsari islamici avidi non solo di tesori ma anche di uomini, di fanciulli e di donne giovani, molto richiesti dal mercato degli schiavi fiorente nell'Islam.
L'obbiettivo scelto è quasi sempre rappresentato da una località sprovvista di difese e facile a essere colta di sorpresa. Solo più tardi, infatti, sorgeranno lungo le coste delle torri di guardia, ma anche allora il consueto grido d'allarme, "Mamma li turchi!", non risuonerà come un appello alla resistenza, bensì come invocazione e invito a mettersi in salvo. Il "materiale umano" era considerato assai più prezioso delle povere cose che potevano essere saccheggiate negli sperduti villaggi costieri.

I corsari erano soliti sostare alcune ore al largo per offrire ai superstiti la possibilità di riscattare i prigionieri. Aveva così inizio, fra le navi e la spiaggia, un penoso viavai di intermediari incaricati di svolgere le necessarie trattative. "Valutato" il prigioniero, i corsari ne stabilivano il prezzo e, se i suoi familiari erano in grado di versare in contanti la somma richiesta, questi veniva subito liberato.
In quegli anni lontani la caccia ai giaurri, gli infedeli, era dunque l'attività più diffusa e più redditizia di questi scorridori dei mari, i quali rientravano nelle rispettive basi con fuste stracariche di umanità dolente. Il famoso corsaro Dragut, per esempio, si vantava di avere rastrellato più di seimila schiavi in una sola scorreria contro la "lunga terra".
I giaurri caduti in schiavitù, salvo i non pochi spregiudicati che imbucavano astutamente l'unica via di salvezza rappresentata dalla repentina conversione all'Islam, finivano nei "bagni" della Barberia, una sorta di lager il cui nome originale era banos, che significa cortile. Da un racconto di un cronista del tempo si legge: "All'alba le strade risuonavano dello sferragliare delle catene degli schiavi cristiani quando, lasciato il bagno, si distribuivano per il lavoro".

Le orribili condizioni di vita dei raquiq, gli schiavi, si possono immaginare: i bagni erano affollati di gente lurida, coperta di stracci, che viveva in un ambiente avvolto in un fetore così nauseante che si avvertiva a distanza e dove frequenti erano le infezioni e le epidemie. Per questi infelici l'unica concessione era la libertà di religione. Gli schiavi potevano infatti continuare a professare la fede cristiana e, se fra loro si trovava un prete, questi poteva anche celebrare la messa. Questa liberalità era dovuta al fatto che i prigionieri più devoti sembravano accettare con maggiore rassegnazione la loro sorte infelice, cosicché nel mercato degli schiavi un docile cattolico, italiano o spagnolo, valeva più di un eretico britannico o di un testardo protestante tedesco.
Tripoli, Tunisi, Orano, ma soprattutto Algeri, avevano tratto enormi vantaggi da questo inesauribile flusso di ricchezza rappresentato dalla vendita delle prede umane, dai riscatti pagati in contanti e da beni rubati e rivenduti all'incanto. In meno di cinquant'anni Algeri si era trasformata da un misero agglomerato di baracche in una ricca e graziosa città portuale disseminata di ville lussuose circondate da immensi giardini. Un "miracolo economico" favorito dal lavoro forzato, e ovviamente non pagato, degli schiavi, nonché dal fiume di denaro proveniente dai riscatti e dalla vendita delle refurtive. I mercanti ebrei e cristiani, che operavano liberamente sui mercati barbareschi, provvedevano infatti a comprare a buon prezzo i beni rubati in Europa per poi rivenderli, nella stessa Europa, a prezzi di assoluta concorrenza.

Sia per sordide ragioni di lucro, ma anche per motivazioni umanitarie, si erano nel frattempo costituite in Europa delle organizzazioni e delle confraternite le quali, con complesse operazioni di intermediariato, provvedevano a far conoscere alle famiglie cristiane i nomi dei congiunti caduti in schiavitù e l'entità della somma richiesta per il riscatto.
Certamente migliore era invece la sorte degli schiavi che si convertivano all'Islam. Nella Cristianità si favoleggiava che i prigionieri cristiani venissero indotti a "farsi turchi" con gravi minacce, strumenti diabolici e magiche pozioni, nonché dagli "impuri allettamenti di sfacciate donne", dalle "sensuali parole e lubriche azioni di Dalile impudiche", e ancora dagli "innominabili piaceri offerti dai sensuali e effeminati turchi", i quali avrebbero compiuto "le più brutali lascivie pur di immergerli nella loro nefanda setta". Non dalla convinzione, ma da uno spregiudicato opportunismo. La possibilità di conseguire fra i turchi ciò che la patria non avrebbe loro mai offerto non poteva certo lasciare insensibili tanti poveri giovani che non sarebbero mai stati riscattati.
Al servizio del sultano, ingolositi dai laudi compensi elargiti agli specialisti di cui l'impero ottomano necessitava, Scipione Cicala, alias Sinan Pascià, il "turcogenovese" Osta Morat (era nato a Levanto) che, in combutta con l'altro rinnegato Mami il Ferrarese, assume il governo della Tripolitania. El Louk Alì, chiamato dai cristiani "Occhialì il tignoso" per un'infezione cronica al cuoio capelluto, calabrese convertitosi all'Islam. E ancora i visir calabresi Sidi Mustafà e Hossein Kapudan, i notabili Morat Agà, Mustafà Rais e altri personaggi autorevoli della "Sublime Porta", tanto da poter affermare che gran parte della "nomenclatura" di Costantinopoli era formata da ex cristiani italiani.

Il più celebre cristiano convertitosi all'Islam in assoluto fu Khair ed Din, il famoso Barbarossa, figlio di un rinnegato greco che si era dedicato alla pirateria fin da giovane con i suoi due fratelli. Catturato dai Cavalieri di Rodi e condannato al remo, come allora si usava, Barbarossa era riuscito a fuggire raggiungendo Algeri, dove si sottomise al Sultano continuando a praticare la pirateria.
Egli dimostrò rapidamente di non essere un volgare tagliagole, ma un capo carismatico ed intelligente. Coadiuvato da giovani e audaci luogotenenti come Amurat Dragut, Sinan "l'ebreo di Smirne", i calabresi Occhialì e Carascosa, il genovese Aydin, il siciliano barone Cicala e tanti altri rinnegati destinati a compiere una brillante carriera sotto l'insegna della mezzaluna, il Barbarossa (chiamato anche "Cacciadiavolo" dai francesi), trasformò i suoi pirati in "corsari" e impose loro una sorta di "codice". Chi avesse osato violarlo si sarebbe giocato la testa. Le regole imponevano una rigorosa disciplina degli equipaggi nonché la lotta senza quartiere contro i cristiani. Per le sue gesta fu ricompensato dal sultano con i titoli di Bey di Algeri prima e poi Kapudan Pascià, ossia comandante supremo della flotta ottomana. Al Barbarossa si deve l'organizzazione degli equipaggi fino ad allora disordinate orde barbaresche, i quali assunsero l'aspetto di reparti non meno addestrati e non meno disciplinati degli equipaggi genovesi e veneziani. Se analizziamo con attenzione le testimonianze sulle incursioni barbaresche nelle località costiere italiane, scopriremmo che esse non sono quasi mai avvenute a casaccio, ma pianificate secondo una precisa strategia militare. Le loro azioni risultano spesso precedute da un'attenta raccolta di informazioni con l'adozione di una ben precisa tattica: attaccare i villaggi nel cuore della notte per cogliere gli abitanti nel sonno, per poi scatenarsi con urla e schiamazzi a creare scompiglio, ma sempre con disciplina e metodo. Basti osservare che gli assalitori portavano via i feriti con scrupolo e l'effetto sorpresa non concedeva agli assaliti il tempo necessario per organizzare le difese.

La feroce spietatezza dei barbareschi obbediva a regole precise: chi si difendeva veniva ucciso e così i vecchi, i malati e tutti coloro che non risultavano vendibili. Erano invece catturate vive tutte le persone abili: uomini, donne e fanciulli che venivano incatenati e caricati sui vascelli.
Sebbene i turchi evitassero le scorrerie a Napoli, perché ben difesa, nel tempo riuscirono a catturare circa quattromila persone tra ischitani, procidani e puteolani strappati dai rispettivi villaggi.
Barbarossa morì nel 1546 all'età di 80 anni, lasciando al suo sultano la supremazia del Mediterraneo e anche l'uomo che avrebbe potuto continuare la sua opera sotto le insegne della mezza luna, l'emergente Dragut, già noto con l'appellativo di "spada sguainata dell'Islam".
La pirateria era ormai diventata una vera e propria industria che alimentava grossi interessi. Ad Algeri, per esempio, una stagione che non fruttava apprezzabili bottini equivaleva a una crisi economica. Gli schiavi, d'altronde, costituivano, come oggi lo è il petrolio, l'unica fonte per assicurarsi l'energia necessaria a far muovere l'economia. Nei primi tempi, quando i corsari battevano il mare con piccole imbarcazioni con albero a vela latina, i rematori non erano molto richiesti, ma dopo che il sultano aveva intensificato la costruzione delle grandi galee da cento rematori, la richiesta della "forza motrice" umana si era fatta sempre più pressante e, di conseguenza, si intensificò la caccia all'uomo.
Negli anni a seguire, l'attività dei corsari contro le coste italiane continuò ininterrottamente e Dragut diventò il terrore di tutti i mari, ma anche il principale fornitore del mercato degli schiavi il quale a ben vedere, costituiva per l'erario della "Sublime Porta" una fonte di ricchezza superiore a quella prodotta dalle ruberie e dai saccheggi. Gli schiavi, oltre a fornire con bassissimi costi la forza motrice per muovere le navi o per svolgere i lavori più umili e pesanti al servizio dei padroni, quando si trattava di personaggi ricchi e potenti, fruttavano anche favolosi riscatti. Attorno a questo infame ma redditizio commercio si svilupparono complicità segrete fra gli intermediari, sia cristiani che turchi, che si erano organizzati per condurre le operazioni di riscatto.

Gli unici irriducibili difensori della Cristianità erano rimasti soltanto i Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, detti poi di Rodi e quindi di Malta (il nome è mutato a secondo delle tappe della loro forzata ritirata davanti alla prorompente ondata islamica). Da Rodi, dove si erano stabiliti nel 1310 per concessione dell'imperatore bizantino di Costantinopoli, i Cavalieri avevano continuato la lotta contro l'Islam subendo quella metamorfosi da soldati di terra a soldati di mare che doveva imprimere all'ordine la sua più spiccata caratteristica. Per un paio di secoli, le galee dei Cavalieri continuarono a non dare respiro ai turchi sconvolgendone il traffico commerciale, catturando navi e colmando le stive di prigionieri e schiavi. Avvistare in mare una galea dei Cavalieri rappresentava per una nave turca un momento di terrore, esattamente come accadeva su una nave cristiana quando appariva all'orizzonte una galea battente la bandiera verde con la mezza luna.
Il contrasto tra le forze navali "regolari" e quelle dei pirati è un tipico esempio, proseguito per molti secoli, di quello che oggi verrebbe definito "guerra asimmetrica". Il grido "mamma li turchi" riassume bene quello che nella cultura italiana e, più in generale, in quella europea, venne percepita come la costante minaccia dei predoni mussulmani contro i vascelli e le coste della cristianità. Oltre un milione di europei vennero fatti schiavi durante quattro secoli di incursioni.
I pirati barbareschi arrivarono a razziare le coste islandesi nel 1627 e quelle irlandesi e danesi nel 1631. I Paesi Bassi e l'Inghilterra furono anch'essi attaccati in numerose occasioni. Tuttavia non fu una vicenda a senso unico, se non dopo la metà del XVIII secolo, dato che a lungo i cristiani si comportarono in modo non poi così diverso.

Nella lunga contesa "asimmetrica" possiamo scorgere due tipi di simmetria. Innanzi tutto bisogna ricordare che il confine tra essere pirati, corsari, o marinai "regolari", fu spesso molto confuso. Nonostante l'assonanza, figure come quelle dei fratelli Uruj e Kheyr-ed-din Barbarossa non vanno certo confrontate con il pirata Edward Teach Barbanera, ma con Andrea Doria, dato che furono senz'altro razziatori senza pietà, ma arrivarono anche a comandare intere flotte nella guerra che Islam e Cristianità condussero, senza esclusione di colpi, nel Mediterraneo del XVI e XVII secolo. Sia Barbarossa che Doria arrivarono, infine, ad avere ranghi e responsabilità di governo.
Il secondo aspetto di simmetria è invece più concretamente legato alla percezione della gente comune sulle due sponde del Mediterraneo. Nell'estate del 1518 un noto pirata spagnolo, Don Pedro de Cabrera y Bobadilla, catturò una feluca barbaresca che trasportava un erudito ambasciatore di nome al-Hasan al-Wazzan verso Fez, facendolo schiavo. Dopo alcune peregrinazioni il prezioso prigioniero venne condotto a Roma e "ceduto in dono" al Papa Leone X. Al-Hasan al-Wazzan, convertitosi al cristianesimo, ci ha lasciato un'ampia messe di manoscritti di inusuale ricchezza informativa. Tra le altre cose, narra che i pescatori dei villaggi berberi situati nell'area dello Stretto di Gibilterra "erano a tal punto terrorizzati dai pirati spagnoli che, non appena scorgevano un'alberatura, si affrettavano a riva per cercare rifugio tra le alture del Rif ". Noi occidentali consideriamo i Cavalieri di Malta, gli Ospedalieri di Cipro, o l'Ordine di Santo Stefano, come il baluardo dell'Europa contro le feroci razzie dei pirati mussulmani, ma lungo la costa meridionale del Mediterraneo vengono descritti, a ragione o a torto, come predoni che attaccarono le imbarcazioni e i villaggi del Nord Africa, facendo migliaia di schiavi. Simmetrie talvolta inattese di una lunga guerra asimmetrica.