Indice
- Numero 47 - Agosto 2009
- L'Editoriale - Fuga D'Agosto
- Cilento a dieci stelle
- Ombrellone e Solleone
- Quando in piazzetta si diventava scrittori
- Anacapri canta nel ricordo di Lauzi
- La nave dei Mille inghiottita dal mare
- L'artista eremita sui monti di positano
- Fido va per mare
- Marsiglia, la strega
- I cantieri navali, un primato dei Borbone
- Incontro con Amerigo Vespucci sull'origine del nome America
- Quella volta che a Ischia la Callas si sciolse i capelli
- Velisti a Capri
- L'arrivo dei Piceni sui monti di Salerno
- L'isola australe e il suo guardiano
- Le dieci pietre sul Poggio Rota
- Il reporter dell'Isola
Marsiglia, la strega
- di Maria Rispoli
Etnie, linguaggi diversi, colori, sapori, contrasti, una città sempre "a metà strada tra la tragedia e la luce". Fondata da marinai greci, sin dall'origine strizzava l'occhio a chi poteva darle fortuna, crocevia di culture e di traffici. I panni stesi al sole e i muri color pastello. Il mare, la carezza del mistral, il calore e la voce della gente. Un "maccaroni" di nome Ivo Livi, figlio di emigranti toscani, che divenne Yves Montand.
Il vento increspa le onde mentre un traghetto cerca riposo nel porto. È il mistral che accarezza la gente ed i pensieri. Porta con sé sogni. Ne cancella altri. Percorre le stradine ed i vicoli di Marsiglia dove la contaminazione multietnica si scontra quotidianamente con una realtà difficile fatta di variopinte contraddizioni. Corruzione e consapevolezza di non potercela fare senza passare dall'altra parte, abbandono e voglia di riscatto. Il ritmo incalzante della ribellione e della trasgressione si accartoccia spesso tra i ricordi degli amici perduti, dei pregiudizi e della solitudine. E' la storia di tanta gente comune. Marsiglia: lingue, culture, colori, sapori, contrasti. Una città "sempre a metà strada tra la tragedia e la luce" così come la definisce Jean Claude Izzo con amore critico e viscerale. Marsiglia è la tela su cui si posano luci, ombre, sfumature e dolori. Uomini buoni e cattivi, onesti e criminali, trasversalmente appartenenti a tutte le etnie.
Le parole di Izzo sono lama che luccica, attira e taglia sezionando lucidamente l'anima della città focese. "Marsiglia non è una città per turisti. Non c'è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente.
Solo allora, ciò che c'è da vedere si lascia vedere".
La città, fondata nel 600 a.C. da marinai greci, persegue da sempre l'indipendenza, economica e politica. L'antica Massilia percorre la sua storia con furbizia strizzando l'occhio a coloro che possono darle fortuna. È la donna, anzi le donne. Quelle che Fabio Montale, protagonista di Casino Totale ed alter ego di Izzo, ritrova a casa dopo una giornata da dimenticare. La sua anziana tata, una squillo ed una giornalista. Marsiglia è tutto questo. È madre, sorella e prostituta. Crocevia di culture, traffici ed esperienze, la città da 2600 anni si apre verso il mondo dinamica, rumorosa ed irrequieta.
Banchine, gru, traghetti, tramonti al sapore di anice e navi cargo. Il porto ronza intorno alle case come un corteggiatore spavaldo. Lo sguardo attento di chi le abita ne segue i movimenti. Il Vieux Port è la schiena lunga e stretta che danza tra ritmi che profumano d'Africa, di flamenco e di jazz. Sul Quai des Belges la luce chiara del mattino accende le pittoresche grida dei venditori di pesce. La tristezza si dissolve nel brio di un calice, nel gusto di una bouillabaisse e di un panisse lungo i bar e nei ristorantini.
Il passato che ha resistito ai bombardamenti italo-tedeschi si erge fiero nelle linee della Chiesa di St. Ferreol e dell'Hotel de Ville. Le Panier, il quartiere più antico della città è orgoglio, odore di ratatouille ed aioli, integrazione e disgregazione sociale. Sono i panni stesi al sole, i muri di pastello, i giornali letti fuori gli usci di casa a respirare il mondo che attraversa i vicoli. È lo sguardo che dalle case della piazza corre libero tra i platani fino al mare. È un "paniere" che ha raccolto i sogni degli immigrati non disdegnando di offrire rifugio ai criminali. In Rue du Petit Puits l'odore del sapone prepotente attraversa i battenti rossi del laboratorio di Philippe Chailloux. Il rinnovamento si tinge di bianco e di rosa. È il colore della pietra, quella della Vieille Charitè, ex ospedale dei vagabondi trasformato dal genio di Le Corbusier in sede di musei ed istituzioni culturali. Nelle Calanques l'emozione ha l'imponenza della roccia che ardita si tuffa nel mare. Al largo il desiderio di vendetta gonfia le vele del Conte di Montecristo pronte a salpare dallo Château d'If. Nella Rive Neuve la basilica di Notre-Dame de la Garde domina la città.
Marsiglia è il mare, il calore e la voce della gente. È il maestrale che riempie i vicoli di passione rivoluzionaria. È il sudore degli immigrati, il miscuglio di ritmi e parole tra il profumo dei bistrot. È la cultura dell'intolleranza e della solidarietà. È l'inclinazione per gli affari loschi. È una donna pericolosa dalla quale è difficile staccarsi. È il sole che bacia l'orizzonte al tramonto quando l'odore di vita prepotente scuote da ogni torpore. Marsiglia è la femmina libera che accoglie chi ha bisogno di scappare. I surrealisti in fuga da una Parigi occupata dai nazisti ed i tanti oppositori italiani perseguitati dal fascismo. Tra questi anche un piccolissimo toscano destinato ad un futuro come grande cantante ed attore: Yves Montand, all'anagrafe Ivo Livi. Nel 1924 da Monsummano vicino Pistoia la famiglia di Giovanni Livi, padre dello chansonnier, si trasferì nella città focese per non piegarsi al regime. Ivo visse i suoi primi 17 anni tra le viuzze di Marsiglia. Ne respirò l'atmosfera, le sensazioni, le luci chiare e quelle scure. Per i francesi era un maccaroni, un misero rifugiato italiano. Quel ragazzo dinoccolato, magro, con la faccia da straniero e la sigaretta tra le labbra lasciò la scuola a 11 anni e fece mille mestieri. Prima l'operaio e poi il ragazzo di bottega in un salon de coiffure. Quel mestiere gli piaceva. Venne assunto come apprendista da "Yvonne et Fernand", negozio di parrucchiere di lusso. Era spigliato, brillante, ammaliatore. Guardava i film di Fred Astaire ed ascoltava Charles Trenet. Tra spazzole, bigodini e chiacchiere femminili, Ivo sognava il palcoscenico.
A 17 anni un pizzico di fortuna e il desiderio di non essere più un rital (refugè italien) lo condussero in uno dei teatri di Marsiglia. In scena pseudo cabarettisti si esibivano per mezzo franco. Chiese un ingaggio all'impresario monsieur Berlingot. "Forse per comprarmi le sigarette" dichiarerà poi. Iniziò la sua nuova vita con il suo nuovo nome. Non perdonò mai all'Italia di aver costretto la sua famiglia a fuggire, ma scelse di chiamarsi Yves Montand in omaggio alla toscanità della madre che da piccolo lo esortava a rincasare dicendogli dalla finestra "Ivo monta!".
Dopo le parodie di Maurice Chevalier e le prime esibizioni come cantante la sua carriera prese il largo. La sua voce era fuoco nella notte. Un fuoco che emozionava gli spettatori del Moulin Rouge ed accendeva il cuore di Edith Piaf. Quel piccolo "Passerotto" lo prese per mano e lo condusse al successo. Furono tre anni di amore e di allegria. Poi, la donna della sua vita: Simone Signoret, sposata nel '51 con Prevert a fare da testimone. Anni trascorsi tra gli applausi, sotto la luce indiscreta dei riflettori e dei pettegolezzi. Anni intensi come i pastis che amavano sorseggiare durante le loro discrete fughe marsigliesi in cerca di attimi di riservata felicità.
Yves aveva il fascino dell'intellettuale schietto e un po' tormentato. Indossava blouson di pelle ed abiti scuri. Molte donne persero la testa per lui, tra queste Marilyn Monroe. Proposto alla diva come protagonista maschile del film Let's make love, lei disse: "Dopo mio marito, e insieme a Brando, Yves è l'uomo più attraente che abbia mai conosciuto".
Quel ragazzo cresciuto a Marsiglia non era più un maccaroni che correva tra le luci del Panier tra sogni e sofferenze. Era un simbolo di Parigi, della gauche, dell'emozione di una nota sussurrata con raffinata dolcezza.
Ad Arthur Miller, marito di Marilyn, Montand piaceva. Iniziate le riprese del film, i coniugi Miller e Montand si trasferirono nei bungalow 20 e 21 del Beverly Hills Hotel. Let's make love, Facciamo l'amore: ben presto Marilyn ed Yves superarono il confine tra finzione e realtà. D'altronde la diva dagli occhi tristi si era sempre mostrata interessata al francese sin da quando, anni prima, aveva stilato la lista dei suoi possibili amanti. Miller era spesso a Los Angeles, la Signoret in Europa per lavoro. Una notte Marilyn bussò alla porta della camera di Yves. Indossava un visone sulla pelle nuda. Si infilò nella stanza e nel cuore di lui, meravigliosa, innocente ed irresistibile. I pettegolezzi sulla loro relazione si fecero sempre più insistenti. Montand non aveva alcuna intenzione di lasciare la sua Simone. Terminate le riprese del film decise di tornare in Francia. Marilyn si presentò in aeroporto. Lo attese nella sua limousine carica di champagne, di voglia di essere amata e di condividere con lui la joie de vivre.
Si abbracciarono. Trascorsero insieme cinque ore come se non esistesse null'altro che loro. Erano lontani dal mondo, dai paparazzi, dai sensi di colpa. Si dissero addio.
Volato a Parigi la stampa intitolò: "I Montand sono sopravvissuti all'uragano Marilyn".
L'artista francese continuò a vivere la sua vita accanto alla Signoret ma nel cuore fu sempre vivo il ricordo di quella donna fragile, con il sole nei capelli e la notte nel cuore, bella e pericolosa come Marsiglia.

