Napoli nata da un'isola

- di Vittorio Paliotti

Lo scoglio di Megaride, dove poi sorsero il Castel dell'Ovo e il Borgo Marinaro, non era unito alla terraferma dal ponte in muratura, realizzato nel Settecento, quando giunsero i greci che vi stabilirono il primo nucleo abitato, origine della città di Partenope. La colonia rodia si sistemò in parte sull'isolotto e in parte sulla riva antistante sino alle pendici del Monte Echia. Un leggendario luogo di delizie, la villa di Lucullo e il soggiorno di Virgilio.
La rocca costruita dai monaci benedettini per difendersi dalle scorrerie dei saraceni.

D'accordo, da secoli è collegata alla terraferma attraverso un pontile, ma è pur sempre un'isola. È l'isola più piccola del golfo di Napoli, e perciò, quasi affettuosamente, si è soliti definirla "isolotto". Eppure, malgrado le sue minuscole dimensioni è, storicamente, carica di gloria per il fatto, semplicissimo ma inconfutabile, che fu proprio su di essa che Napoli nacque. Esatto: quella che poi diventerà Napoli incominciò a svilupparsi partendo dall'isola di Megaride, ora fiore all'occhiello della zona di Santa Lucia. Sulla scorta di informazioni giunteci dalla tradizione letteraria e sulla base dei ritrovamenti effettuati dagli archeologi è possibile affermare che un primo nucleo abitato di quella che sarà Napoli andò formandosi tra l'isolotto di Megaride e la riva, vale a dire nell'area che oggi comprende il Castel dell'Ovo e il Borgo Marinaro, i circoli velici e alcuni grandi alberghi, come l'Excelsior, il Royal, il Continental e il Vesuvio. Naturalmente a quell'epoca, IX secolo a. C., la topografia del luogo era notevolmente diversa: il tracciato dell'attuale via Santa Lucia, per esempio, sarà aperto solo nel Cinquecento, e inoltre la costa appariva alquanto rientrante, dal momento che non era stata ancora operata quella "colmata" di mare che risale agli anni di fine Ottocento.

Comunque il posto era quello, non c'è dubbio.
Dove oggi, nelle belle giornate di sole, i turisti scattano fotografie, nel IX secolo a. C. approdarono navi guidate da Greci, probabilmente Rodii, i quali immediatamente si stabilirono, appunto, sull'isolotto di Megaride e sull'antistante riva e che più tardi si estesero fino alle pendici di monte Echia, detto anche Pizzofalcone o Monte di Dio; luoghi, questi, che allora dovevano apparire lussureggianti di verde. Con le sue pareti tufacee a strapiombo sul lido e di faccia a Megaride, il monte Echia offriva una grande quantità di grotte, le cosiddette grotte Platamonie (da cui la parola Chiatamone) e in esse i pescatori ricoveravano le loro imbarcazioni. Fu appunto lì, su quell'isolotto subito battezzato Megaris, fra quella riva e quelle pendici, che i Rodii impiantarono un piccolo centro abitato, sorta di scalo marittimo per i loro compatrioti.
Roma, si noti, non era ancora sorta.
Di che cosa vivevano gli uomini di quel piccolo stanziamento insulare e rivierasco? Di pesca, di caccia, di modestissimo artigianato, ma più che altro di servigi resi ai naviganti in sosta, possiamo arguire. E come si moltiplicarono?

Avevano portato con sé anche le donne, con ogni probabilità, è comunque sempre arduo investigare nel labirinto delle epoche remote. Di certo sappiamo che due secoli dopo, intorno al 680 a. C., in quello stesso luogo, e cioè fra Megaride e la vicina terraferma, arrivarono da Cuma i Calcidesi e così la colonia rodia, diventata ormai la città di Partenope, prosperò e si allargò pur continuando ad avere la piccola isola come ideale punto di riferimento. Sotto l'aspetto urbanistico, il fatto nuovo si verificò nel 470 a. C., quattro anni dopo la sconfitta inflitta agli aggressori etruschi, quando a oriente della primitiva colonia, i Cumani fissarono un nuovo centro abitato che chiamarono Neapolis, cioè città nuova, in antitesi a Partenope che, tutto d'un tratto vide mutato il suo nome in Palepoli, città vecchia. Dopo una lunga soggezione ai Siracusani e agli Ateniesi, i due agglomerati si fusero nel 326 a. C., allorché i Romani, debellati anche i Sanniti, conquistarono l'intero territorio. Megaride, "isolamadre" di tutto quel ben di Dio, stava a guardare.
Fu proprio sotto i Romani che l'attuale zona di Santa Lucia ebbe, anche e soprattutto per merito delle bellezze naturali di Megaride, il suo primo grande impulso diventando l'autentico "luogo di delizie" della città e anticipando, da molti punti di vista, futuri criteri turistici. Mentre infatti l'isola di Megaride col suo aspetto lussureggiante esercitava un grande richiamo su tutti, le grotte Platamonie, vale a dire le caverne del Chiatamone, essendo dotate di sorgenti di acqua sulfurea, vennero elevate al rango di elegantissime terme ove andavano a bagnarsi, e non solo a bagnarsi, patrizi e matrone; vi si svolgevano perfino feste orgiastiche.

In epoca romana, peraltro, lo sviluppo di Megaride e della zona circostante è legato al nome di Lucullo. Già sostenitore di Mario nella lotta contro Silla, il generale Lucio Licinio Lucullo, nel I° secolo a. C., volle scegliere Napoli per trascorrervi la sua età matura. Sterminatamente ricco acquistò sia l'isolotto di Megaride che il monte Echia. E giusto sull'isolotto di Megaride fece costruire una villa fiabesca, dotata di ogni comodità e improntata a un grande lusso. Tutt'intorno Lucullo fece allestire un enorme giardino e una serie di edifici che, dal nome del suo proprietario, furono chiamati "Castro luculliano". In quella splendida residenza vennero piantati, autentiche novità per l'Italia, alberi di pesche e alberi di ciliegie e venne installato un vivaio con migliaia e migliaia di pesci; e se la villa diventò un luogo di banchetti raffinatissimi (luculliani, si dice ancora) essa fu anche la sede di convegni culturali e di quella che può essere considerata la più grande biblioteca del mondo romano. La villa di Lucullo fu abitata, negli anni successivi, da un ospite d'eccezione. Passata allo Stato dopo la morte del suo fondatore e proprietario, essa venne messa a disposizione di Virgilio allorché questi, nel 45 a.C., arrivò a Napoli. Il poeta mantovano soggiornò ben quattordici anni nel "Castro luculliano", e fu appunto qui, nella fantasmagoria di Megaride e al cospetto di quello che diventerà il mare di Santa Lucia, fu appunto qui che scrisse le Bucoliche e quattro libri delle Georgiche. Virgilio abbandonò Napoli nel 29 a. C., tuttavia dieci anni dopo, giunto in punto di morte e diventato caro ad Augusto per la sua Eneide, chiese di essere sepolto nella città legata ai suoi primi poemi.
Ma già, quando a Napoli, provenienti da Brindisi, giunsero le spoglie di Virgilio, l'isola di Megaride non era più quella di una volta. L'antico "Castro luculliano" stava andando letteralmente in rovina. I ciliegi e i peschi rinsecchiti, i giardini ridotti a sterpaglia, i vivai degradati a pantano, le fabbriche avvilite a ruderi mostravano uno spettacolo sconfortante.

Quattro bui secoli cancellarono infine anche le memorie di quella che era stata una delle dimore più belle dell'antichità: fra i suoi superstiti muri, trasformati in prigione, chiuse i suoi giorni, nel 476, sconfitto da Odoacre, l'ultimo imperatore romano Romolo Augustolo. Megaride era adesso un arido scoglio sul mare, accanto alla costa rimasta anch'essa priva di attrattive. Ecco perché nel 492 un gruppo di monaci ungheresi dell'ordine di San Basilio arriva a Napoli e si ferma proprio alle pendici del monte Echia, incantato da un mare e da un cielo che non erano affatto mutati; dal vescovo questi monaci ottengono l'isolotto di Megaride e vi fondano un convento. Fu edificato, quel convento, scavando nella roccia e ponendo pietra su pietra a forza di muscoli. Passato all'ordine di San Benedetto, il convento assunse il nome di Salvatore, nome che ben presto si estese all'intera isola. L'antica Megaride diventò insomma, nel parlar corrente, l'isolotto del Salvatore. I secoli, e con essi gli eventi, scorrono in fretta. Ai primi dell'VIII secolo, in una Napoli ormai ducale, i monaci si diedero nuovamente da fare ed elevarono sul punto più alto di Megaride, poco discosta dal convento, una rocca fortificata: lo scopo era quello di difendersi dalle scorrerie dei Saraceni i quali, sempre più frequentemente, infestavano le coste meridionali. Quella rocca rappresentò, appunto, il primo vero nucleo intorno al quale, tre secoli e mezzo dopo, sarà fatto sorgere il castello.

Nel 1130 Napoli fu conquistata dai Normanni e il loro sovrano, Ruggero, la unì al regno di Sicilia. Subito, i monaci vennero sfrattati dal convento e dall'isola. I Normanni, peraltro, non paghi di come era l'antica rocca fortificata, provvidero a maggiormente ampliarla e consolidarla. Tutto il resto, cioè un ulteriore ampliamento e l'abbellimento, fu fatto nel periodo della dominazione successiva: quella sveva. Entrato a Napoli nel 1200, Federico II di Svevia si diresse subito verso Megaride e scelse la rocca come sua dimora. Furono gli architetti Fucci e Pisano ad aggiungervi altre torri e ad allestirvi altri appartamenti reali. Esso assunse grosso modo l'aspetto che ha oggi. Andrà ad abitarlo, più tardi, anche la regina Giovanna I d'Angiò. Ed è da allora che, per forza di eventi e sulla base di leggende, la storia di Megaride coincide con la storia di Castel dell'Ovo. Solo nel Settecento, cioè all'epoca della dominazione spagnola, Megaride venne unita alla terraferma con un ponte in muratura che la legava anche materialmente a quella che ormai era, a tutti gli effetti, via Santa Lucia.

Altri secoli, altre vicende. La "bonifica" del rione Santa Lucia fu deliberata nel 1886. Ma i lavori di demolizione dei vicoletti ebbero inizio molto più tardi e comportarono la realizzazione di una colmata di mare. Una sistemazione definitiva della zona la si ebbe, e fra mille difficoltà, solo nel 1927. Si pensò di erigere subito, sull'isola di Megaride, sei edifici popolari, l'attuale Borgo Marinaro, in maniera da consentire ai 13mila sfollati dei vicoletti di trovare subito alloggio.
E qui è possibile mettere un punto alla storia di Megaride, isola attaccata a Napoli, si potrebbe dire, da un cordone ombelicale. Fu o non fu da Megaride che ebbe origine Napoli?