Nel blu del lago Titicaca alla scoperta dell'isola che non c'è

- di Alessandra de Martino

È l'isola che non esiste immaginata da Tommaso Moro retta da tre principi fondamentali: non mentire, non rubare, non oziare. 525 ripidi scalini per giungere alla sommità della piazza masticando un'erba aromatica per vincere lo stress della salita.
Gli uomini sferruzzano e le donne realizzano al telaio i prodotti artigianali venduti in un unico negozio. Il rito del matrimonio. L'importanza dei cappelli che segnano lo stato civile e il ruolo dei 1200 abitanti. I turisti sono ospitati nelle case fatte di terra, paglia e sterco di capra.

Ho trovato "l'isola che non c'è". "Utopia", l'isola-non-luogo, (dal greco "ou", non, e "topos", luogo: luogo che non esiste) in cui Tommaso Moro, nel 1517, immaginò realizzato il suo ideale socio-politico, esiste veramente. Si trova in Perù, al centro del lago Titicaca, a 3950 metri di altitudine e si chiama Taquile.
Più di cinquecento anni fa Moro immaginò una società in qualche modo perfetta pur sapendo che "l'isola" da lui ipotizzata fosse impossibile da realizzare: il rifiuto della proprietà privata, il lavoro obbligatorio per tutti e svolto solo per provvedere ai beni necessari all'esistenza propria e della comunità, la comunione dei beni, l'esistenza di poche e chiare leggi e il rifiuto della guerra sarebbero state, per lui, assicurazione di vera ricchezza per tutti.
Ebbene, se andrete a Ta-quile, troverete un popolo pacifico che vive basandosi su questi principi.
Isla Taquile si raggiunge in barca da Puno, il porto peruviano del lago navigabile "mas alto del mundo". Durante la traversata il blu intenso del cielo sovrasta il lago che sembra un mare, e si vedono, sul lato boliviano, le cime ghiacciate della Cordillera Real. Il barcone di legno è carico di bombole di gas, riso, acqua imbottigliata e di una quindicina di turisti.
Il timoniere, un taquileño che sembra un pastore sardo, mi dice che la barca è "di proprietà della cooperativa". Credendo erroneamente di non aver capito, cerco nella guida turistica notizie più certe. "Taquile è un'isola larga un chilometro e lunga sette. La 'plaza' si trova in sommità e si raggiunge percorrendo a piedi cinquecentoventicinque scalini ripidi resi ancora più faticosi dall'altitudine. L'isola, che ora conta 1200 abitanti indios di lingua quechua, è abitata da diecimila anni. Gli Incas la conquistarono nel XIII secolo e nel 1580 fu sottomessa allo spagnolo Pedro Gonzales de Taquile. Negli anni Trenta del Novecento fu utilizzata come prigione-esilio per personaggi scomodi come l'ex presidente Sánchez Cerro. Solo nel 1937 gli abitanti dell'isola, i discendenti degli indios originari, la ricomprarono riacquistandone la legittima proprietà". Fine delle notizie per il turista.
Approdiamo. Cerco il foglietto su cui ho scritto il nome della persona che mi farà da guida, Edwin Huatta, ma è lui che mi viene incontro con le braccia aperte ed un sorriso. Mi dice, in castillano, che alloggerò in casa sua giacché sull'isola non ci sono alberghi e mostra ai miei compagni di viaggio e a me i gradini che conducono alla plaza.
Arrivati in cima la vista è spettacolare: si vedono a destra le rovine di Uray K'ari, costruzioni in pietra dell'800 a.C.; sotto, i terrazzamenti pre-colombiani utilizzati per la coltivazione di patate, orzo, fave e quinoa, affacciati sul lago blu profondo striato dalle correnti. La quiete, il silenzio e l'atmosfera rarefatta dei quasi quattromila metri rendono l'immagine surreale, eterea e fanno pensare alle tempeste e al dolore che gli spagnoli hanno inferto a questo popolo pacifico di origini millenarie.
Edwin ci offre rametti di muña, una pianta aromatica che allevia lo stress della salita anche perché ha notato che nessuno tra noi mastica le foglie di coca, come per abitudine e tradizione fanno loro. Ci spiega che sull'isola vivono sei comunità rette ognuna da un ministro eletto democraticamente (lui fa parte della comunità di Kollino) e che esiste un sindaco, l'Alcade de Taquile, che si riconosce dal colore e dalla forma del cappello.
È dalla foggia del cappello che si capisce lo stato civile degli uomini, tutto rosso se sono sposati, bianco e rosso se sono celibi. Poi ci sono cappelli particolari per i ministri. Le donne indossano ampie gonne di lana rossa se sono maritate, verde se sono nubili.
Non esiste l'elettricità, né l'acqua corrente. I bagni sono piccole buche scavate negli orti e le strade sono stretti sentieri delimitati da muretti di pietra a secco. Si viene ricevuti in piazza dove il sindaco fa firmare un registro agli ospiti col nome, la professione e il numero dei giorni in cui resteranno sull'isola. Un vecchio ci guarda con diffidenza mentre alcune giovani donne del pueblo osservano con curiosità i miei capelli tinti di biondo, gli occhiali da sole, le scarpe da trekking, i miei piedi troppo grandi per essere quelli di una donna e ridono silenziosamente tra loro, con la mano davanti alla bocca, quando chiamo ad alta voce il mio compagno di viaggio. Ho notato che le donne camminano dietro ai maschi, distanti due o tre metri, non mangiano a tavola con loro e non ho mai udito una voce di una donna mentre si rivolge al marito.
Le relazioni tra i taquileñi sono basate su soli tre principi inviolabili e sacri: non mentire (ama quella), non rubare (ama sua) e non oziare (ama lulla). Tre comandamenti chiari in modo che la reggenza dello Stato sia basata su pochi ma saldi pilastri che possano essere tenuti bene a mente dai cittadini. Se qualcuno degli abitanti non osserva una di queste leggi, le autorità della comunità hanno la facoltà di esiliarlo. Ad ognuno è concesso di venerare in libertà sia il Dio cattolico "degli spagnoli" sia le divinità antiche. Dopo la cena, Francisco Huatta, il padre di Edwin, l'uomo più anziano della famiglia che ci ospita, esercita un rito divinatorio in nostro onore per predire l'esito del nostro viaggio. Accende un falò nel cortile della sua casa, chiama tutte le donne ad assistere mentre i figli maschi suonano la musica tradizionale del matrimonio. Il vecchio lancia mucchietti di foglie di coca nel fuoco affidando noi, i suoi ospiti stranieri, a pachamama (la madre terra) e pachatata (la madre montagna) affinché il viaggio possa continuare in pace.
Edwin racconta che il nucleo fondamentale della società di Taquile è la famiglia. All'interno della famiglia comanda il più anziano. I figli ubbidiscono ai padri e le mogli ai mariti. Grande importanza è attribuita al matrimonio che avviene solo dopo un anno di convivenza tra i due interessati per evitare che sia contratto senza il pieno amore e la conoscenza reciproca. Il lavoro è esteso alle donne in maniera egualitaria allo scopo di aumentare il livello di produzione a beneficio di tutti. Anche le donne possono diventare ministro e sindaco.
La maggior parte dei taquileñi al di sopra di sette anni di età guadagna soldi producendo indumenti di lana. Gli uomini fanno la maglia, sferruzzano a mano cappelli, maglioni e guanti coloratissimi mentre, imperturbabili, ti accompagnano per i sentieri. Le donne tessono a telaio sciarpe e cinte e filano la lana con dei fusi che sembrano delle trottole.
Questi prodotti vengono venduti nell'unico negozio della comunità che si trova in piazza. Ogni sciarpa, cappello, fascia o tessuto ha un cartellino con il prezzo e il nome di chi l'ha fatto e, al momento del pagamento, chi a turno gestisce il negozio, apre un registro e segna la data accanto al nome di chi percepirà la percentuale sulla vendita. Non esiste concorrenza sull'isola e l'artigianato taquileño si può comprare solo a Taquile. I guadagni vanno alla comunità e servono per comprare le merci di importazione.
I residenti sull'isola, sempre a turno, hanno la possibilità di ospitare i turisti due alla volta per permettere a tutti di poter guadagnare. I tre o quattro ristoranti che servono patate, cereali e trota, sono gestiti da gruppi di famiglie, ma pare che la dipendenza dal turismo come fonte di reddito importante abbia provocato spaccature tra i gruppi che cercano di operare in maniera sempre più individuale e libera. Ma prevale l'ottimismo. I numeri degli ospiti che arrivano sono sempre maggiori. Il tessitore Francisco Huatta, discendente dagli indios originari, ha persuaso i suoi concittadini dei vantaggi economici del turismo "sostenibile". Ha installato sulla propria abitazione fatta di adobe (terra, paglia e sterco di capra) un pannello solare che gli permette di accendere due lampadine nelle due stanzette in cui mangiano e dormono i turisti. Spetta a loro decidere che tipo e che grado di cambiamento possono accettare. Dunque esiste al mondo gente che vive con i prodotti della natura, che ha la preoccupazione di non oziare, che rifiuta la guerra, che non ruba e non mente e che non conosce altro luogo che la loro sperduta isola in mezzo a quell'immenso lago che regola quotidianamente la loro vita. Ti chiedi continuamente quale sia la vera civiltà e che cosa ha veramente valore nella vita, quali sono le vere ricchezze e quali le povertà, dov'è lo splendore e dove la miseria. Vorrei poter dire a Tommaso Moro che "Utopia" è un'isola che c'è.

Nel blu del lago Titicaca alla scoperta dell'isola che non c'è