Peppino di Capri, uno champagne con 50 bollicine

- di Carlo Missaglia

Il 28 agosto, a Capri, Vincenzo Faiella e Sergio Vellino presenteranno il loro libro, edito dalla Nicola Longobardi Editore, dedicato ai 50 anni di carriera di Peppino di Capri.

Peppino di Capri, ha avuto la fortuna di nascere (27 luglio 1939) in una famiglia in cui si potrebbe dire che "se magnava pane e musica" . Il nonno suonava il quartino nella banda di Capri. Il padre Bernardo, in una orchestrina isolana, suonava il sax, il clarino il violoncello e il contrabbasso. Aveva un negozio di elettrodomestici e vendita di dischi, allora a 78 giri. Per Peppino furono una miniera di apprendimento inesauribile. Questo, ma non solo, fu il tessuto musicale nel quale si formò il nostro Peppino. A soli sei anni suonava già la fisarmonica, per gli americani. La sua vita, però, sarebbe rimasta legata ad uno strumento tutto personale la sera di qualche anno dopo, quando, essendo dovuto partire repentinamente il chitarrista-cantante del complessino in cui si esibiva, non fossero rimasti senza una voce solista. Eugenio, il proprietario del "Gatto Bianco", locale dove il complessino suonava, chiese: ragazzi chi di voi sa cantare? Peppino, anche perché spinto dai suoi amici, avanzò un: "A volte, a casa mia, canto canzoni americane con Rosalba. Se volete, posso provare". E provò. Non sapeva, in quel momento, che stava per nascere colui che sarebbe diventato uno dei più acclamati, longevi per carriera, interpreti canori di fama mondiale. Nel 1958, al rientro dalle mie vacanze estive, sentendo cantare, in modo particolarmente insolito ed ossessivo, alcuni miei compagni del Liceo artistico di via Costantinopoli, venni a conoscenza della esistenza di "Peppino", un cantante che io ricordavo per una apparizione a "Primo Applauso". Egli si era esibito con grande successo per tutta l'estate ad Ischia, al "Rangio fellone", con la collaborazione di un quartetto, i "Capri boys".

A dicembre a Milano incise per la Carisch i primi dischi con "Nun è peccato", una canzone che gli era stata imposta da Ugo Calise l'autore ma anche il proprietario del locale ischitano. Peppino mi raccontò che Calise, dopo avergliela fatta ascoltare, in un pomeriggio d'agosto, gli impose di impararla dicendogli: "Guagliò vide ch'aja fa! Stasera 'a voglio sentì!". Peppino incise anche "Malatia" di Armando Romeo. L'aveva sentita da Mario Perrone, altro mito dei club notturni dell'epoca. Era nato "Peppino di Capri", quello che ascoltiamo con grande partecipazione, quello che suscita in noi una speciale emozione, quello che ci fa vibrare i nostri più intimi sentimenti ancora oggi. Hai voglia di ascoltarlo in silenzio, di vivere la sua musica che fa rivivere, ricordare.
Quella sua particolare voce densa di armonici, decisa, senza vibrare, ti arriva dritta, e ti pervade ma senza invadere, destando forti emozioni. Quanti di noi hanno la memoria di spensierate serate giovanili passate ascoltando Peppino e ballando al suono della sua musica. Quanti amori sono nati, complici "Voce 'e notte", "Scetate", "Luna caprese", "Ciento strade", " I' te vurria vasà". Peppino ha avuto il gran merito di proporre, in un momento sicuramente non favorevole alla nostra canzone, nuovi autori, nuovi brani, nuove esperienze, nuovi ritmi. Molti furono i suoi emuli. Ricordo "I mattatori", di cui fecero parte Nino Soprano, Tonino d'Ischia. Quasi tutte le orchestrine, all'epoca, imitarono lo stile di Peppino.
Nei locali notturni divenne obbligatorio suonare musica napoletana.

Così, mentre sembrava che quella musica stesse per passare di moda, un manipolo di volenterosi orchestrali e di cantantichitarristi riuscirono a mantenerne desto l'interesse, grazie all'impulso iniziale che era venuto proprio da Pepino. Alla luce di questi avvenimenti, molti dei quali ho vissuto in prima persona, mi sento serenamente di affermare che Peppino di Capri possa essere ritenuto non solo un innovatore, ma anche un caposcuola. Ad iniziare dal 1966 le azioni di Peppino sembrarono avere una stasi. L'uomo Peppino provò allora la solitudine e l'abbandono, la crisi spirituale, la separazione dalla prima moglie (Roberta), la fuga degli amici, il bisogno. Esperienze che lo segnarono profondamente. Furono anni difficili. Pensò che la favola fosse all'epilogo, ma non si dette per vinto. Con la vendita di due appartamenti a Roma, pagò quanto c'era da pagare e, con 250mila lire che gli avanzarono, fondò la sua etichetta discografica, la "Splash" . La vittoria al Festival di Napoli del 1970 con "Me chiame ammore", qualche sigla televisiva, "Canzo-nissima", fecero risalire le sue quotazioni. Ebbe modo così di far valere tutto quanto era maturato in lui in quel periodo nero, da farne tesoro di esperienza,
ma da dimenticare. Razionalizza quanto fatto in modo solo spontaneo e s'inventa "Napoli ieri, Napoli oggi" serie di lp composti da un lato da canzoni napoletane antiche e dall'altro da brani assolutamente nuovi, proposte di giovani autori, Mimmo di Francia, Sergio Jodice, Depsa, Rino Giglio e tanti altri ancora che a lui hanno legato la propria notorietà. Sono in molti, però, a non aver compreso il valore aggiunto che Peppino di Capri ha regalato alla canzone napoletana.

Molti si sono soffermati, nella critica, solo ad un fatto estetico, avulso dal mondo della tradizione, a quel suo personalissimo e singolare modo di cantare.
Quanti allora si resero conto che quella era la formula vincente, la formula che avvicinò tutti quei giovani per i quali la canzone napoletana era solo volgare, out, da espungere? Egli riusciva ad attirarli e a fargli cantare "Palomma 'e notte", "Reginella", "Munasterio 'e Santa Chiara, "'A primma 'nnammurata", "Suspiranno". Peppino ha accompagnato, col suo canto, con la sua musica, più di tre generazioni. Cinquant' anni di competizione con se stesso, ma la sfida l'ha vinta.
Noi ci auguriamo che il Dio degli artisti ce lo conservi ancora a lungo, soprattutto in questo momento di confusione di identità della nostra canzone.