Portoferraio, i giorni della ghisa

- di Maria Gisella Catuogno

Lo stabilimento siderurgico agli inizi del Novecento segnò per mezzo secolo la vita e l'ambiente del comune elbano. La scomparsa delle Antiche Saline e l'inquinamento. Il ricordo di quel tempo che dette lavoro agli abitanti e fu polo di attrazione per le genti pisane e grossetane, ma anche della Sardegna.

Il '900 si apre per Portoferraio nel segno di un cambiamento radicale che la trasforma, nel giro di due intensissimi anni, da piazzaforte militare e porto commerciale, a centro industriale tra i più importanti d'Italia. Nasce infatti, ad opera della Società Ilva, lo stabilimento siderurgico, la cui prima pietra è posta il 20 ottobre del 1900. Da allora, e per quasi mezzo secolo, la serena quiete della darsena di Portoferraio e la limpidezza del suo cielo saranno condizionati dalla presenza di imponenti altiforni e di ingombranti cooper luccicanti di nero, necessariamente sempre attivi e quindi ininterrottamente rumorosi. Ma gli Elbani sono contenti: la costruzione dello stabilimento rappresenta la possibilità di lavoro sicuro in un momento in cui le tradizionali attività legate all'agricoltura e alla marineria versano in condizioni precarie. L'Ilva trasforma, rivoluziona, imbruttisce, inquina la cittadina ridente, ma è pane per i suoi abitanti, e non solo. Per questo è bene accetta.

Una cartolina celebrativa delle nuove costruzioni simboleggia questa speranza. Una famigliola guarda felice il nuovo profilo della città con gli altiforni, illuminata da un sole in cui è impressa la data d'inizio del cambiamento, 20 ottobre 1900. Il sol dell'avvenire. Forse gli Elbani non dovranno più emigrare, come hanno fatto fino a quel momento, spingendosi persino in Venezuela o in Australia.
Il Corriere dell'Elba scrive: "Una nuova Elba sta per sorgere, l'Elba industriale che cambierà interamente con una relativa rapidità la faccia dell'isola".

Per tutto il primo decennio del '900, Portoferraio rappresenta un polo d'attrazione irresistibile non solo per le zone limitrofe, ma anche per le campagne del Pisano e del Grossetano; più tardi addirittura per quelle della Sardegna. La cittadina che, fino agli albori del nuovo secolo, aveva mantenuta intatta la sua cinta muraria; dove, sulla Calata, transitavano tranquilli gli asini e, nello specchio d'acqua antistante, sostavano pigri i velieri; ora è costretta trasformarsi, a violare l'integrità delle mura medicee, a fare posto ai nuovi ospiti - gli operai dello stabilimento e le loro famiglie - a costruire, a edificare a ritmo incalzante e caotico.

Ne fanno le spese anche le Antiche Saline, che gradualmente scompaiono, fagocitate dalla necessità di spazio dell'impianto siderurgico, nelle sue varie fasi di lavorazione, fino agli scarti del prodotto finale (loppa). Di questa Portoferraio, della realtà industriale dell'isola, che divenne, col tempo, la prima produttrice nazionale di ghisa, oggi si è perso quasi il ricordo presso le giovani generazioni. Occorre invece recuperare questa memoria, non solo per rispetto verso la città e la sua storia, che non è stata solo medicea o napoleonica, come sempre, quasi esclusivamente, si ricorda; ma anche, e soprattutto, per omaggio doveroso a quegli uomini, a quelle donne, a quei ragazzi che nello stabilimento lavoravano, consumando in esso, per le condizioni spesso proibitive in cui operavano, gioventù, salute, vita.