Indice
- Numero 60 - Luglio 2011
- L'Editoriale - Quelle notti senza fine
- Le gambe dell'estate
- Quel trasbordo in barca dal vaporetto per sbarcare a Capri
- Quaglie, donzelle e sindaci nella Capri dell'Ottocento
- È l'Ucraina il nuovo terrore dei mari
- Alla scoperta di Malta
- L'isola di Masiello
- Quando c'era la tranvia da Castellammare a Sorrento
- Carlo Pontecorvo un cavaliere autentico
- Un bagno al tramonto nella Grotta Azzurra
- Villa San Michele tra i dieci parchi più belli d'Italia
- Quando si arrivava sull'isola delle lacrime
- Il club esclusivo di due amici del mare
- Il cavaliere errante dell'anarchia
- Il "caso" Leopardi
- Un forte legame tra l'isola di Salina e la Svizzera
- Di casa a Ischia i giganti del mare
- Il reporter dell'Isola
Quaglie, donzelle e sindaci nella Capri dell'Ottocento
- di Giuseppe Aprea
Re Ferdinando visitatore assiduo dell'isola. Memorabili le giornate di caccia. Il sovrano e il seguito alloggiavano nel palazzo bianco dell'inglese Thorold col terrazzo proteso sul golfo. La società caprese del tempo con gli Arcucci, i Morcaldi, i Ferraro. Il gentiluomo austriaco Norbert Hadrawa e le esplorazioni archeologiche. Philipp Hackert, pittore prediletto del Borbone. L'audacia del vescovo Nicola Gamboni che ottenne dal re la costruzione di un seminario e di una scuola "per donzelle". Ed ecco come Capri aspettò la prima visita di Francesco I, figlio ed erede di Ferdinando.
Riassunto della I^ parte.
La venuta a Capri di re Francesco I di Borbone e del suo seguito, nell'ottobre del 1825, coinvolge l'intera popolazione dell'isola. Angelina la tessitrice di nastri di seta e suo marito Salvatore il pescatore di nasse vivono una vita fatta di semplicità e di fatica e legata a riti che hanno il sapore dell'antico.
Sono destinati ad essere anch'essi (e persino il loro vecchio gozzo) tra i protagonisti di una storia più grande di loro. Una storia assolutamente vera, ma con il dolce svolgersi di una favola.
2.
Don Giuseppe Feola, sindaco di Capri, era pienamente consapevole di giocarsi in quel frangente gran parte della buona reputazione di cui godeva in paese e della stima personale di cui lo degnava il severissimo Sottintendente che, da Castellammare, vigilava su ogni atto e su ogni spesa che il decurionato, cioè i dieci consiglieri che amministravano il paese, deliberasse. Don Giuseppe era un vecchio gentiluomo di famiglia napoletana, dotto cultore del diritto e appassionato conoscitore, nonché ricercatore, di oggetti antichi: negli anni aveva accumulato un numero esorbitante di volumi di giurisprudenza e collezionato un mucchio di reperti archeologici provenienti anche da ritrovamenti avvenuti sull'isola.
La sua biblioteca, che contava ben oltre diecimila volumi, più i manoscritti, contenuti a stento in una grande cassa, e gli oggetti d'arte, riempivano alcune grandi stanze del suo palazzo. E mettevano a dura prova la pazienza e la resistenza di Colomba e di Luigino, i due domestici di casa.
Domenico Feola, nobile genitore del primo cittadino dell'isola, era stato negoziante per tutta la sua vita, ed aveva accumulato una discreta fortuna. Così, più di cinquant'anni prima, aveva potuto fare acquisto nell'isola di un fondo denominato Monte San Michele, nome altisonante dietro il quale si celava in realtà una collinetta dai fianchi morbidi e verdeggianti, segnati qua e là dai ruderi di antiche costruzioni. Una di quelle, una cappellina intitolata a san Michele Arcangelo, aveva in verità creato al signorotto napoletano non pochi problemi, a causa di una servitù di passaggio gravante sui luoghi a favore dei fedeli che volessero recarsi in preghiera alla chiesetta, che era posta quasi in cima all'altura. La questione si era andata inasprendo anno dopo anno, toccando apogei di tensione in occasione del 29 settembre, in cui cadeva la ricorrenza del santo uccisore di draghi. Quel giorno l'andirivieni all'interno della proprietà di don Domenico Feola si faceva piuttosto intensa. Ma, tanto per essere del tutto chiari, il motivo del suo dolere non era il fatto che la sua intimità fosse violata, bensì i continui furti che i pellegrini perpetravano ai danni della sua vigna e del suo frutteto. Era quelli a farlo uscire dai gangheri!
Il rimedio alla diatriba che ne venne, e che durò molti anni, fu trovato solo con la chiusura al culto della cappellina e con la contemporanea erezione, a spese dei Feola, di un altare dedicato a San Michele nella vicina chiesetta fino ad allora detta "de la Croce".
Nel 1789, già in età avanzata, il ricco commerciante napoletano aveva comprato uno di quegli antichi, eleganti palazzotti che la gente dell'isola chiamava "case grandi", per quanto erano piccole quelle del paese. E là, ora che altri anni erano trascorsi, viveva più o meno stabilmente suo figlio Giuseppe, il sindaco archeologo di cui dicevamo poc'anzi, in compagnia della sua famiglia, che non essendo lui sposato era composta dalle sue sorelle e da due nipoti di nome Gesualda e Rachele.
Lì risiedeva, naturalmente, nei periodi in cui era sindaco (l'incarico gli era stato riaffidato, dopo che un primo sindacato era durato dal 1814 al '19) ed era perciò necessario eleggere fissa dimora nell'isola. Ed a maggior ragione risiedeva là in quella particolare, fondamentale circostanza, dell'arrivo a Capri delle Reali Maestà.
Un evento cui don Giuseppe dedicava già da molto tempo ogni sua ora ed ogni energia.
"Vedi Diletta - si confidava in quei giorni con l'anziana sorella, ch'era monaca e viveva assai ritirata - qui solo poche persone comprendono appieno l'importanza della venuta del re. Tutti sono impazienti che giunga l'ora, questo sì: solo a parlarne, anzi, solo al pensiero, si strofinano le palme delle mani per la priezza. Ma se chiedessi a costoro cosa hanno in animo di fare una volta al suo cospetto, cosa pensino di chiedergli, e quando, e come, e dove, non avresti niuna risposta. Ciò che accadrà, se nulla interviene a impedirlo, sarà che lo infastidiranno - lui che viene per ritemprarsi delle fatiche del governare - con richiestucce meschine. Lo indispettiranno con le solite, stucchevoli suppliche: vostra maestà ci esenti da quella tassa ... vostra maestà abbia compassione di noi, che siamo i sudditi più fedeli di tutto il reame, ma anche i più poveri, poveri, poveri. E vostra Maestà ..., vostra Maestà, vostra Maestà ...".
"Oddio, mi pare già di sentirli! - continuava don Giuseppe infervorandosi ancor più. - Sono pronti da subito ad accontentarsi della solita regalìa". "Intendiamoci - puntualizzava subito dopo senza dare il tempo a donna Diletta di dire la sua - io mi guardo bene dal definire quel dono, solo perché ormai consueto, men che misericordioso.
Dico soltanto che una volta impiegato quel mucchietto di ducati lasciati dal re nell'aggiusto di una strada, o nella ricostruzione di uno dei tanti muri che la pioggia fa crollare, ecco che subito le cose tornano nello stato in cui stavano prima. Cioè male, malissimo!".
Anche in passato era successa più volte quella stessa cosa e a chi aveva giovato? Era questo il ragionamento che in quel tempo il sindaco ripeteva come una litanìa, e non soltanto in famiglia, ma a chiunque gli capitasse a tiro, anche per strada. Con la segreta speranza che quello stesso ragionamento attecchisse come un seme e germogliasse, infine, in qualcuna di quelle zucche vuote dei suoi compaesani. Zucche più avvezze a contenere malignità che liberi pensieri.
Nell'isola, come molti capritani ricordavano bene, era venuto un tempo in cui re Ferdinando, il padre di Francesco I, si può dire fosse veramente di casa. E cosa succedeva? Succedeva prima di tutto che Colombina (la serva del nostro don Giuseppe) alla partenza del Borbone era contenta come una Pasqua, perché ogni volta il re le lasciava la giusta ricompensa per aver sopportato tutti quegli estranei nella "sua" cucina, quella della casa dei Feola, che diventava per tutto il periodo il centro nevralgico oltre che culinario dell'isola. Succedeva anche che tutti gli altri isolani fossero contenti, alla partenza dei reali da Capri; ma d'altra parte a loro, per esser felici, bastava che sua maestà lasciasse il solito gruzzoletto di ducati sufficiente a far la dote per una dozzina di fanciulle povere e a farle maritare. Nulla di più, nulla di meno. E, dopo un po', tutto ritornava come prima.
Una volta, una soltanto, i cittadini di quell'isola avevano trovato il coraggio necessario e si erano uniti per denunciare al re il governatore che, come altri prima di lui, era un incapace, oltre che un gradasso odioso. Ferdinando li aveva ascoltati e subito l'aveva cacciato via; era stato nel 1786, quasi quarant'anni prima. Ma quella volta, come ben ricordava il sindaco Feola, era accaduto anche qualcosa di molto più importante, qualcosa che bisognava ben tenere a mente per la vita a venire: era successo che c'era stato a Capri per la prima volta chi aveva guardato più in là del proprio naso e si era mosso nell'interesse di tutti. E lui, don Giuseppe, che quella persona l'aveva conosciuta, avrebbe potuto sostenerlo davanti a chiunque, che il vescovo Gamboni aveva agito per il bene dell'intera comunità.
E che di sicuro lui era una delle persone più colte e lungimiranti che mai avessero messo piede su quell'isola popolata da zotici. Perbacco! Era colto come pochi e furbo come una volpe, il nostro amico prelato! L'amore per gli studi classici l'aveva ereditato dalla madre, spagnola di nascita; del padre milanese, forse, aveva l'ambizione e soprattutto un certo pragmatismo, virtù che contribuì non poco a salvargli la vita in alcune circostanze di cui sarebbe troppo lungo, ora, raccontare. Ma tant'è, il nostro vescovo Gamboni, tanto aveva fatto e tanto aveva detto, in quegli anni in cui, per via delle quaglie, Ferdinando IV era diventato un assiduo frequentatore di Capri, che era riuscito ad accreditarsi quale suo cicerone personale. Ed in questo modo, com'è naturale, ad ingraziarselo moltissimo: era diventato persino il confessore ufficiale della regina! Non contento (evidentemente) di questi successi personali, il nostro monsignore aveva atteso che la Provvidenza gli procurasse l'occasione giusta per realizzare i suoi obiettivi. Che erano ben altri.
Il momento buono per agire era arrivato puntualmente in un giorno d'ottobre, nel corso di una passeggiata a dorso d'asino su alla villa di Tiberio, insieme al re ed a un bel gruppetto di dignitari di corte. Sua maestà, che soffriva da morire il caldo straordinario di quello strano autunno, aveva scelto di fare una piccola sosta in una aia molto vicina alla chiesetta de La Croce, proprio quella di cui prima si faceva cenno. Già lungo la strada, ch'era irta assai e dissestata, i popolani l'avevano accolto con applausi e grida di giubilo; ora che il corteo era fermo una vera folla di fanciulle, di donne e di contadini ancora con le maniche della camicia arrotolate e le mani sporche di terra, si era avvicinata festosa. Chi offrendo a sua maestà mazzi di fiori di campo e canestri di frutta di stagione appena colta, chi chiamandolo a gran voce e cercando di afferrargli la mano per baciarla, chi ancora improvvisando a piedi nudi passi della tarantella al semplice suono di una tamborra.
C'era stato pure un vecchio con una lunga barba ed un berretto grigio calcato sulla testa che, conoscendo la passione del re per gli oggetti antichi, gli aveva porto, tenendola nel palmo della mano, una moneta d'argento con l'effige di Augusto imperatore che aveva rinvenuta nel vigneto.
A quel tributo d'affetto e di devozione Ferdinando, più che compiacersi, era veramente andato in estasi. E dimenticando il caldo, la sete e la stanchezza, si era abbandonato a quell'atto d'amore, sorridendo a tutti e tutti compensando generosamente. E' in questi momenti ahimè rari - forse pensava - che un re si compiace del suo destino ...
Quel magico, irripetibile momento era l'occasione che monsignor Gamboni pazientemente attendeva da un po'. Senza esitare si era avvicinato a sua maestà e, mostrandogli con un cenno della mano quegli uomini e quelle donne festanti, gli aveva chiesto con parole semplici di aiutarlo a regalare un po' d'istruzione a quel popolo che così grande amore aveva per il suo sovrano e che, malgrado la sua condizione miserabile, pure sapeva essere tanto disponibile con il suo prossimo.
Come poteva dunque permettere sua maestà che lui, Gamboni, suo devoto servitore, con le sue sole piccole forze combattesse una così grande e sciagurata ignoranza? Chi mai avrebbe potuto aiutarlo, dal momento che il clero capritano era più ignorante degli stessi isolani che avrebbe dovuto istruire? In che modo, in un luogo in cui mai la luce di un seminario aveva preso a splendere, dei giovani avrebbero potuto avvicinarsi alla luce di Dio?
Ferdinando aveva taciuto per un lungo attimo; il suo sguardo, bonario fino ad un attimo prima, si era fatto pensoso. Per un momento era sembrato al prelato ed agli astanti tutti poter essere stato infastidito dalla richiesta.
Ma subito dopo, pur non profferendo parola, girandosi verso il suo interlocutore aveva di nuovo sorriso.
Se in seguito a quella astuta preghiera le cose erano andate come erano andate - questa era la conclusione del ragionamento del sindaco Feola - a chi bisognava attribuire il merito, se non a quella vecchia volpe di Gamboni?
Sì, perché quando era tornato a Napoli, e subito si era trovato alle prese con le mille angustie del difficile (e faticoso) compito del governare, re Ferdinando teneva le quaglie che ancora gli svolazzavano negli occhi, tante ne aveva sparate nel boschetto di Mulo, giù alla marina piccola. E di perzechelle, quelle piccole, succose pesche che crescevano a monte Tiberio, ne aveva gustate tante che gli avevano profumato finanche i pensieri! Di conseguenza, firmare il decreto con il quale istituiva (e finanziava) a Capri un seminario ed in più una scuola per donzelle e ne affidava la responsabilità a monsignor Gamboni, per il sovrano non era stata una grande concessione. Solo un modo sincero e sentito di ringraziare per l'amorosa ospitalità ricevuta: in un certo senso, era stato quasi un atto dovuto. Ecco cosa voleva dire muoversi con intelligenza e non mangiare l'uovo oggi rinunciando alla gallina domani ...!
Giunto a questo punto delle sue elucubrazioni in compagnia della sua fida sorella Diletta, il tono di voce di don Giuseppe Feola, sindaco e gentiluomo dai grandi ideali, subiva puntualmente un progressivo inasprimento. Il fenomeno, figlio del senso di frustrazione derivante dal pensiero di dover convivere, una volta riunito l'intero Decurionato, con un nutrito gruppetto di persone che alla luce di quanto appena detto potremmo descrivere proprio come "divoratori di uova", sfociava in un nervosismo incontenibile.
Il che, considerati i suoi settant'anni passati ed i relativi acciacchi, non era evidentemente tra le cose auspicabili e anzi entrava tra gli eventi a rischio.
La situazione provocava l'immediata richiesta di intervento di donna Diletta all'altra sorella, anch'essa monaca, di nome Maria Giovanna. La prima si ritirava, di solito, in cucina, e la seconda, forte del maggiore ascendente che vantava nei confronti del nostro combattivo sindaco, provvedeva con inequivocabili cenni della mano ad abbassarne i toni ed a calmarne gli impeti. Riuscendoci in effetti senza eccessiva fatica, almeno in buona parte.
"Converrai però con me che qualche ragione per esser agitato ce l'ho ..." - continuava a quel punto Feola, rivolto alla sorella - Le cose questa volta sono assai diverse dal passato. Perdippiù re Francesco non viene qui solo per andare a caccia, mia cara e dotta sorella! Non saranno le quaglie e qualche decina di 'evviva il re' a renderlo bendisposto verso l'isola ... ci vorrà ben altro!".
Maria Giovanna annuiva, comprensiva.
Lo sapevano tutti che re Ferdinando buonanima - che il Signore l'abbia in gloria! - veniva a Capri solo per divertirsi. Arrivava sempre con tutto comodo, nella tarda mattinata, scortato da una nutrita flottiglia per paura dei corsari, e si chiudeva immediatamente con i suoi preferiti nella casa dell'inglese Thorold, il palazzo bianco. Al tramonto si sorseggiava il suo amato Passito di Pantelleria nel magnifico terrazzo proteso verso il golfo, e lì, all'imbrunire, riceveva gli ospiti invitati per la cena. Il governatore dell'isola con gentile consorte, i notabili del luogo, gli Arcucci, i Morcaldi, i Ferraro.
Tra questi, naturalmente, don Domenico Feola era - come si dice - di casa, vista la sua abituale frequentazione con il re e la sua famiglia e il vescovo Gamboni era ospite gradito ed assiduo almeno quanto Norberto Hadrawa, un gentiluomo austriaco che per conto di Ferdinando controllava le esplorazioni archeologiche che si andavano effettuando in una villa romana spuntata al di sotto di una vigna, sulla collina del Castiglione. Talvolta si univa ai commensali anche Philipp Hackert, il pittore prediletto del re, colui che il sovrano aveva incaricato di dipingere i luoghi a lui più cari. E che per questo motivo aveva già eseguito una bella tempera del palazzo "caprese" di sua maestà e del verdissimo boschetto che tutto lo circondava.
Ogni mattina all'alba, cascasse il mondo, Ferdinando IV smetteva di fare il re e si trasformava in cacciatore: l'unica udienza che fosse intenzionato a concedere era quella alle sue adorate e panciute coturnici, l'unico ambasciatore che fosse disposto a ricevere era qualunque persona fosse venuta ad annunciargli il passaggio di uno stormo di pernici.
O per lo meno di uno dei fagiani che aveva fatto appositamente fatto introdurre nel bosco di Mulo. Il luogo fissato per il rendez-vous era infatti "abbascio 'a marinella 'i mulo", come diceva lui stesso che amava tanto il dialetto da essere soprannominato il re lazzarone.
Lì, tra gli scogli di quel piccolo lido incantato, si diceva che un tempo le Sirene ammaliassero con il canto i naviganti; ora invece il pianto delle quaglie cieche (accecate apposta dagli spietati cacciatori dell'isola) era
una delle subdole, beffarde trappole dell'uomo agli uccelli sfiancati dal lungo viaggio.
L'altra era una rete, parata ad arte e tesa tra gli alti pali, con le sue maglie invisibili e traditrici.
Questo era dunque stato il Ferdinando II "caprese", che nel gennaio di quello stesso 1825, in cui avvenivano i fatti che stiamo narrando, dopo migliaia e migliaia di cartucce sparate (ed i relativi milioni di pallini di piombo), aveva infine raggiunto direttamente in cielo i suoi amatissimi pennuti. Suo figlio Fran cesco, a differenza di lui - il sindaco Feola questo concetto, che riteneva elementare, lo aveva ripetuto ai suoi decurioni consiglieri comunali a mo' di ritornello, in quegli ultimi tempi - a Capri ci veniva per la prima volta in vita sua. E si faceva accompagnare dalla sua amata Isabella, la regina, che a sua volta portava con sé la principessina Maria Cristina ed il principino Luigi, l'ultimo nato di appena un anno.
La cosa era dunque completamente diversa: il re, senza ombra di dubbio, avrebbe voluto entrare in paese con i suoi cari, percorrerne le strade, visitarne i luoghi più panoramici ed ammirarne da vicino le antichità ... E poi era facile prevedere che sarebbe venuto con un gran seguito: per cui occorreva fin d'ora provvedere ad un gran numero di persone, studiando questo aspetto nel dettaglio, dal momento che il palazzo dei Thorold-Canale, a causa delle palle di cannone dei francesi, versava in tristissime condizioni.
Ora, era indubbio che per sua maestà il re, la regina ed i principini, il problema non si poneva neanche, dal momento che, come era accaduto in precedenti occasioni in passato, i Feola si sarebbero sentiti onorati di ospitarli nelle stanze più confortevoli e meglio riscaldate del loro palazzo affacciato sulla piazza, che nulla, neppure la vista sul golfo, aveva da invidiare ad altri nell'isola.
Ma gli altri ...? Dove avrebbero alloggiato i numerosi componenti il seguito del re?
"Ebbene, signor mio, la soluzione per uscire da queste ambasce c'è, ma è una e una sola - ripeteva don Giuseppe a chiunque gli venisse a tiro, che fosse un decurione, l'usciere della casa comunale o un comune cittadino, - è fare di necessità virtù. Viene il re? Ordunque che la cittadinanza intera ne venga resa informata e che, opportunamente edotta circa i vantaggi che possono derivare dalla straordinaria fortuna ch'è capitata, partecipi convinta e compatta agli indispensabili preparativi dell'evento!".
In parole povere, la cosa più urgente da fare - Feola ne era assolutamente convinto - era spiegare ad ognuno degli isolani che bisognava lavorare uniti e con abnegazione assoluta ad un progetto che avrebbe avuto come finalità ultima non solo la riuscita di quei tre fatidici giorni della visita, il 14, il 15 ed il 16 di ottobre. Ma l'intero futuro dell'isola. Quello che avrebbero vissuto i figli, ed i figli dei figli.
Quel futuro a venire che per colorarsi un po' di rosa, da quant'era grigio come la polvere da sparo (ché a Capri pure le chiese erano diventate polveriere ...), ci voleva tutta la benevolenza di re Francesco, sommata a quella della regina ed a quella di tutti i loro figli, principi e principessine.
Che per fortuna dei sudditi ammontavano al numero considerevole (anche per quell'epoca) di dodici.
(2 - continua)

