Quando in piazzetta si diventava scrittori

- di Vittorio Paliotti

Negli anni Sessanta, il professore Paolo Lecaldano, napoletano, figlio di un marchese e dirigente famoso della casa editrice Rizzoli, ideatore della Bur, seduto a un tavolino del Bar Tiberio riceveva gli aspiranti romanzieri che si davano appuntamento a Capri per consegnargli i loro manoscritti e le loro speranze. Il suo arrivo nei fine settimana di luglio e settembre mobilitava una folla di postulanti. Le cene da "Gemma" col pittore Mario Laboccetta. Una folla di letterati e direttori di giornali era di casa nell'isola durante l'estate. La carica degli aspiranti giornalisti.

"Vieni subito stop. Professore est in piazzetta". Telegrammi più o meno così concepiti, e diretti ad aspiranti scrittori o anche a scrittori affermati di ogni parte d'Italia, partivano, nei mesi estivi da Capri, a cura di generosi isolani. E già un paio di giorni dopo si registravano i primi arrivi: giovani, o anche persone attempate le quali oltre a un cambio di biancheria nascondevano, nella borsa da viaggio, il loro preziosissimo tesoro. Un dattiloscritto, cioè, da consegnare, senza tanti intermediari, al professor Paolo Lecaldano, il napoletano che, giovanissimo, si era trasferito a Milano e che da critico d'arte era diventato uno dei più alti dirigenti della casa editrice Rizzoli. Amante più delle lunghe passeggiate nei sentieri panoramici che dei bagni di mare, Paolo Lecaldano trascorreva intere serate seduto a un tavolino del bar Tiberio, in piazzetta. Gli faceva compagnia, di solito, il pittore Mario Laboccetta, suo vecchio amico. Difficilmente, però, l'intellettuale e l'artista potevano fare quattro chiacchiere in santa pace. Dinanzi al loro tavolino si formava, molto spesso, una fila di dignitosi postulanti.
Ciascuno di essi, ostentando disinvoltura, porgeva il suo dattiloscritto e, non a parole ma con gli occhi, chiedeva a Lecaldano il permesso di sedersi.

Non ancora cinquantenne, sobrio nell'abbigliamento e sempre sorridente, Paolo Lecaldano era, come allora si usava dire, una persona squisita. Aveva parole di incoraggiamento per tutti e non è esagerato dire che non pochi degli scrittori italiani che esordirono negli anni Sessanta fecero la loro fortuna andando a presentarsi, nella piazzetta di Capri, a Paolo Lecaldano, direttore letterario di quella che era, ed è tuttora, una delle case editrici più importanti d'Italia.
E non si creda, bisogna subito chiarire, che l'approccio di uno scrittore col suo probabile editore, avvenendo a cielo aperto, presentasse una qualcosa di degradante.
Tutto il contrario, anzi, perche la piazzetta caprese degli anni Sessanta era il regno dell'eleganza e, contemporaneamente, della cultura. Proprio nulla da invidiare alla sede milanese della Rizzoli che, allora, occupava un intero edificio di piazza Carlo Erba, tra la città universitaria e la stazione di Lambrate.
A Capri, peraltro, l'incontro avveniva come in uno spettacolo.

Lo spettacolo, proprio come in ogni vero teatro, aveva inizio fra le 20 e le 21,30. Era giusto a quell'ora, infatti, che il grande palcoscenico all'aperto, costituito appunto dalla piazzetta, incominciava ad animarsi, dapprima lentamente poi con foga. Intorno alle 22, tutti i tavolini dei quattro bar apparivano gremiti; altre sedie venivano spostate, altre ancora venivano aggiunte. Rimaneva libero nient'altro che una sorta di corridoio al centro della piazza, e chi lo attraversava godeva un colpo d'occhio che oggi non è nemmeno lontanamente immaginabile: infatti gli "attori", cioè gli uomini e le donne dei tavolini, indossavano "rigorosamente", e come in una gara fra loro, abiti da sera di gran lusso. Non certo smoking, occorre precisare, gli uomini, ma pur sempre camicie operate, trasformate, ricamate; vestiti lunghi di alta sartoria le donne, adeguatamente ingioiellate e accuratamente truccate. La differenza sostanziale fra la Capri degli anni Sessanta e quella di oggi risiede soprattutto nell'immagine di eleganza offerto, fra le nove di sera e le tre di notte, dai frequentatori e dalle frequentatrici della piazzetta.
Assistevano allo spettacolo persone "comuni" cioè non in abito da sera, quelle cioè che compivano l'andirivieni nel corridoio o che, con la baldanza degli sfrontati, conquistavano la gradinata attualmente addobbata con vasi di fiori.
A metà degli anni Sessanta, Capri viveva una leggenda totalmente diversa da quella di oggi. Si approdava all'isola prevalentemente attraverso i vaporetti, dopo circa due ore di navigazione. Gli aliscafi, che appena da qualche anno avevano fatto la loro comparsa, erano piccolissimi e venivano utilizzati per lo più da "vip" o da arrampicatori sociali.

E quando finalmente si metteva piede sulla terraferma, bisognava sfuggire all'assalto, davvero massiccio, dei traghettatori che proponevano visite alla Grotta Azzurra.
Fra le imbarcazioni ancorate alla Marina Grande colpiva, soprattutto, una grossa nave-cisterna: la condotta sottomarina per l'approvvigionamento idrico di Capri era ancora in via di allestimento e a rifornire d'acqua l'isola provvedeva dunque la Marina Militare.
Fra i visitatori di Capri, bisogna aggiungere, si notavano pochissimi bambini. Le famiglie tradizionali, infatti, sceglievano per le loro vacanze, o sia pure soltanto per le gite, mete considerate più tranquille. Relativamente pochi erano perciò, fra i capresi, coloro che cedevano in affitto case o camere. Era opinione co mune che, per andare a Capri, bisognasse servirsi dell'albergo, o poter affittare un'intera villa o essere ospiti nella residenza di qualche nababbo. Ma, principalmente, per andare a trascorrere una vera e propria vacanza a Capri, bisognava disporre di molti bauli: come, se no, partecipare agli spettacoli di eleganza in piazzetta? Certo, era possibile (bisognerebbe dire: era d'obbligo) fare importanti acquisti anche a Capri. Non esistevano però negozi dal nome diffuso anche in altre località.
Capri allineava boutique di alta moda che erano sì famose in tutta Italia e anche all'estero, ma che appartenevano allo specifico dell'isola. Qualche esempio: non gli abiti di Ferragamo, ma quelli di Nina; e non i gioielli di Bulgari, ma quelli di Chantacler. Peraltro l'isola era sede di una manifestazione che richiamava personalità da tutto il mondo e che s'intitolava "Mare-moda Capri". Così come pure validissimi artigiani di via Camerelle confezionavano pantaloni su misura la cui consegna avveniva entro due ore ("ore due" anzi).

Noti scrittori sono tuttora di casa a Capri, ma nella metà degli anni Sessanta la piazzetta era anche un grande salotto letterario, con Alberto Moravia in testa. Ma soprattutto quella piazzetta era frequentata dai direttori dei maggiori settimanali italiani: Lamberto Sechi, Giorgio Fattori, Benedetto Mosca, Tommaso Giglio, Paolo Occhipinti. Aspiranti collaboratori di "Oggi", "Europeo", "Annabella", "Epoca" si recavano furbescamente a Capri, d'estate, per poter facilmente avvicinare, seduti ai tavolini dei bar, direttori che, nelle sedi milanesi, erano invece protetti da feroci segretari di redazione. Ma i giornalisti desiderosi di far carriera si comportavano da timide mammolette rispetto ai romanzieri i quali, invece, non esitavano a cingere d'assedio il tavolino occupato da Lecaldano. Poco discosto dai direttori di rotocalchi, troneggiava, appunto, Paolo Lecaldano. Discendeva, il direttore letterario della Rizzoli, dal marchese Franz Lecaldano di Sassolaterza, ben noto negli ambienti aristocratici napoletani per aver continuato a proclamare la sua fedeltà ai Borbone anche dopo l'arrivo di Garibaldi. Paolo Lecaldano, però, non sbandierava affatto le sue ascendenze nobiliari, e ogni volta che tornava nella sua Napoli si recava a far visita non a titolati, ma a uomini come Riccardo Ricciardi maestro dell'editoria, Carlo Cocchia architetto di fama internazionale e Vittorio Viviani, regista e poeta nonché figlio del grande Raffaele. Nei mesi di luglio e settembre Lecaldano trascorreva, spostandosi in aereo, i fine-settimana a Capri; il mese di agosto, invece, se lo godeva per intero nell' isola, fra la sua villa e la piazzetta.
Capri pullulava, allora, di principi, conti e marchesi, a partire da Francesco Caravita di Sirignano sedicente pronipote di San Gennaro; ma Lecaldano, sempre scortato dal pittore Laboccetta, preferiva starsene in compagnia di letterati e di artisti. Era divorziato, e ad agosto portava con sé anche l'anziana madre.

Ideatore e direttore della BUR (Biblioteca universale Rizzoli), della BAR (Biblioteca d'Arte Rizzoli) e autore lui stesso di pregevoli libri d'arte, Paolo Lecaldano trovava del tutto naturale che scrittori e scrittrici di belle speranze gli si accostassero, senza peraltro conoscerlo, e appoggiassero il loro inedito sul suo tavolino. E a chi lo compiangeva per il fatto che dovesse guastarsi le vacanze per dar retta agli aspiranti scrittori, rispondeva che, semmai, era lui a sentirsi in colpa per aver dovuto importunare il pittore Laboccetta. Un'anziana signora caprese aveva infatti chiesto a Lecaldano di intercedere presso Laboccetta affinché componesse un quadro tutto speciale con dentro non un'immagine, ma una parola: "Gemma".
Era Gemma, la proprietaria di una famosa trattoria a due passi della piazzetta; e proprio lì Paolo Lecaldano si recava quasi ogni sera a cena. Mario Laboccetta, che in precedenza aveva opposto diversi dinieghi alla richiesta dell'ostessa, non seppe dire di no a Paolo Lecaldano. E l'artistica targa, tesa a reclamizzare la cucina di Gemma, sta ancora là, inchiodata a una parete della piazzetta. Giusto di fronte, una sedia vuota: quella, forse, che occupava Paolo Lecaldano. Anche lui ha fatto parte della grande leggenda di Capri.