Quei bastimenti carichi di calciatori

- di Luigi Nicolò

In giugno cominceranno in Germania i Mondiali di calcio. La romantica spedizione per mare delle nazionali di Belgio, Francia e Romania che raggiunsero l'Uruguay nel 1930 a bordo del "Conte Verde". La Jugoslavia si imbarcò a Marsiglia su un piroscafo americano.
Allenamenti sui ponti della prima classe e disagi vari. Nel 1950, la nazionale italiana raggiunse il Brasile partendo da Napoli sulla motonave "Sises": era ancora fresco il ricordo della sciagura aerea di Superga in cui perì il Grande Torino.

La liturgia si rinnova. Come ogni quattro anni il mondo si mobilita per celebrare il rito laico dei Mondiali di calcio, stavolta in terra tedesca. Miliardi di spettatori in ogni angolo della terra, numeri esorbitanti stimati da network impegnati a diffondere l'evento e la sua debordante cornice mediatica. Moderne tecnologie annullano le distanze tra il rettangolo di gioco e i più remoti anfratti del globo, luoghi che diventano intersezioni di un'unica rete, il cosiddetto "villaggio globale". In ogni continente si accavallano idiomi, ideologie tattiche, simpatie, antipatie, concezioni del gioco.
Le mille storie del Mondiale - con una "M" maiuscola che rimanda ad una dimensione metatemporale dell'evento - rimbalzano nel percorso di ricostruzione periodica di quella aura di sacralità che da sempre accompagna una manifestazione di portata planetaria. Mille storie, piccole e grandi, spesso sepolte nella memoria di amanti ultracinquantennali dello sport che più di altri è gioco, o almeno dovrebbe esserlo secondo la sua vocazione originaria.
La storia più adatta da raccontare in una sede come questa è legata al tempo in cui un Campionato mondiale di calcio lo si cominciava a vincere - ma soprattutto perdere - in mare.
La memoria corre al 1930, la prima edizione del torneo per antonomasia, ospitato dall'Uruguay, paese due volte campione olimpico di calcio e deciso a festeggiare i cento anni della sua indipendenza (conquistata appunto nel 1830). All'epoca l'America, latina e non, era ritenuta appena più vicina alle coste dell'Europa di quanto non lo fosse ai tempi di Cristoforo Colombo.
Un oceano di distanza non poteva essere colmato con un semplice volo di linea, quasi vent'anni prima che Italo Balbo dimostrasse che il sogno di Icaro poteva rendere il mondo, se non più piccolo, quantomeno più raccolto. Per prendere parte alla tenzone le squadre europee dovevano affrontare un lungo e travagliato viaggio imbarcandosi su enormi navi da crociera per una navigazione di tre settimane. Una sorta di calvario in salmastro, una prospettiva che spinse tutte le giovanissime federazioni del vecchio continente a declinare l'invito, mettendo così a rischio l'esistenza stessa ed il senso più profondo di un campionato che voleva più che mai eleggere la squadra - e con essa la nazione - regina del mondo del calcio.
Fu Jules Rimet, presidente della neonata Fifa, la Federazione mondiale del calcio, a prendere in mano la situazione a due mesi dall'inizio del campionato, quando ancora nessuna delle compagini europee dava segno di volersi iscrivere. L'energico francese intraprese un rapido viaggio in giro per il continente, andando a parlare con tutti i direttivi delle federazioni, mosso dall'intento di dare vita ad un torneo credibile. Al termine del suo personale tour de force in lungo ed in largo per l'Europa, scossa anch'essa a quei tempi dal vento di una crisi economica devastante, la prima edizione del campionato mondiale poteva vantare anche la partecipazione di Belgio, Francia, Jugoslavia e Romania.
Una adesione conquistata a caro prezzo dal buon Jules, il quale promise di pagare il viaggio a tutte le squadre nazionali oltre ad occuparsi della logistica. Il numero delle squadre iscritte saliva a 13, una quota sufficiente a garantire uno spettacolo degno. C'è da aggiungere che quello in terra sudamericana fu il primo ed unico Mondiale a non avere bisogno di turni di qualificazione per scremare i partecipanti.
Oltre ai padroni di casa uruguagi, il "nuovo mondo" rivelato dal navigatore genovese era rappresentato da Argentina, Cile, Messico, Bolivia, Brasile, Perù, Usa e Paraguay.
Il viaggio ebbe inizio il 21 giugno del 1930 da Villefranche-Sur-Mer, costa atlantica della Francia, dove le squadre nazionali di Francia, Belgio e Romania si incontrarono per imbarcarsi. Non c'erano divise ufficiali come al giorno d'oggi, ma solo vestiti normali addosso a ragazzi giovani che spesso avevano visto solo un piccolo pezzetto di mondo e magari mai il mare, ed ora si ritrovavano a vivere da pionieri una avventura della quale si sarebbe perso il significato dopo pochi decenni.
Sulla nave di linea "Conte Verde" gli atleti vissero insieme, in un trionfo dello spirito decoubertiniano che li vide fraternizzare e soffrire insieme. I giovani giocatori si allenavano correndo sul ponte della nave e svolgendo all'aperto i pochi esercizi ginnici consentiti da uno spazio ristretto e da condividere peraltro con gli altri viaggiatori, che li guardavano con simpatia. Il mal di mare tormentò i giorni e le notti di molti dei componenti della spedizione internazionale, debilitandoli oltremodo e pregiudicando quello che sarebbe stato il rendimento sul campo di gioco di lì a poche settimane.
Un breve momento di sollievo fu regalato dal primo scalo del viaggio, a Rio de Janeiro, il 29 giugno. Nella capitale della parte "carioca" del Brasile si imbarcò anche la nazionale verdeoro, per completare tutti insieme il tragitto verso la meta ultima di quel pellegrinaggio, Montevideo. La nave curiosamente popolata da un incredibile numero di calciatori giunse nel porto della capitale uruguaiana il 4 luglio, mentre il torneo ebbe inizio il 13 per terminare il 30.
Nella stessa circostanza, la nazionale jugoslava si imbarcò a Marsiglia sul piroscafo americano "Florida".
Il Mondiale del 1930 fece anche registrare il più massiccio esodo navale di tifosi. Ventimila sostenitori della nazionale argentina attraversarono il Rio de la Plata su cento piroscafi e sbarcarono a Montevideo. Furono sequestrati coltelli, pistole e petardi.
Poco conta il risultato sportivo, che vide le squadre europee soccombere - distribuite una per girone - di fronte alla veemenza ed alla vigoria delle nazionali "locali". La prima tappa del cammino del Mondiale era entrata di diritto nella storia dello sport e del costume.
Analoga esperienza toccò nel 1950 anche alla nazionale italiana, in occasione dei Mondali organizzati in Brasile. L'Italia era un paese che usciva dalla guerra con energie nuove, ma calcisticamente provata dalla sciagura aerea di Superga, che aveva privato in un colpo solo una nazione di una quindicina di giovani oltre che calciatori che con le loro gesta avevano regalato una sfumatura leggendaria al rosso granata delle maglie del Torino Calcio.
In condizioni molto simili a quelle dei loro colleghi di vent'anni prima, anche gli italiani affrontarono la lunghissima traversata. La nazionale azzurra si imbarcò a Napoli sulla motonave "Sises" salutata nel golfo da un corteo di imbarcazioni e dal suono delle sirene delle navi alla fonda. Già alla metà del viaggio gli atleti avevano perso in mare tutti i palloni che avevano portato con sé. Le sedute di allenamento svolte sul ponte della nave vedevano troppo spesso i preziosi palloni di cuoio finire fuoribordo, finchè la dotazione non terminò.
Sta solo allo spirito romantico di ciascuno immaginare come quei palloni, navigando sui flutti, abbiano potuto diffondere in chissà quali isole remote il culto del calcio.