Indice
- Numero 32 - Luglio 2007
- L'Editoriale - Donne di mare
- Il trionfo di Valencia
- Un brutto treno chiamato Capri
- L'anello di nozze di Alfonso Gatto
- Le sirene non sono belle
- Quando Henryk Sienkiewicz scoprì Conca dei Marini
- Curzio Malaparte
- Tre serate di sogno ad Anacapri tra cielo e mare
- La MMM «illumina» Piazza Dei Martiri
- La dea del mare
- L'isola di Marlon
- Quei diecimila chilometri dall'Uruguay all'Italia del "Leone di Caprera"
- Palmaria, la regina fra due paggi marini
- L'uomo che diventò pesce nel mare di Margarita
- Lettera estiva
- Il reporter dell'Isola
Quei diecimila chilometri dall'Uruguay all'Italia del "Leone di Caprera"
- di Benedetta Palmieri
La sensazionale impresa di tre emigranti italiani sulla goletta di nove metri che, nel 1880, partì da Montevideo e raggiunse Livorno dopo otto mesi di perigliosa navigazione. La sciabola d'oro mai consegnata a Garibaldi. L'emozionante diario di bordo.
Il restauro della barca, di proprietà del Comune di Milano e ormeggiata in una grotta di Marina di Camerota, voluto da Serena Galvani, presidente dell'associazione per il recupero delle imbarcazioni d'epoca, e da Orlandino Troccoli, ultimo discendente di uno dei tre avventurosi navigatori.
Ci sono imprese leggendarie non solo per la loro difficoltà ma anche perché sentimentali, perché mosse da belle passioni o nobili obiettivi. Quella che nel 1880 vide protagonista il "Leone di Caprera" e i suoi tre occupanti racchiuse in sé tutti e tre questi aspetti, sfidando le enormi difficoltà che l'attendevano e nutrendo l'immaginario romantico di molti.
Il progetto era quello di salpare dal porto di Montevideo, di attraversare l'Oceano e approdare a Livorno, per poi consegnare nelle mani di Giuseppe Garibaldi, l'eroe dei due Mondi, una sciabola d'oro. Per la verità, l'eroica missione non riuscì in toto, privata già in partenza di un suo pezzo molto importante: la sciabola. Molti tra i sostenitori (nonché finanziatori) dell'impresa la credettero infatti impossibile e dunque considerarono una follia affidare il prezioso oggetto ai tre uomini e alla loro imbarcazione. Si sbagliavano. Ma è opportuno, a questo punto, raccontare qualcosa in più del "Leone" e di chi diede vita alla sua avventura.
I protagonisti, appoggiati però da moltissimi altri connazionali allora residenti in Argentina e, appunto, Uruguay, furono tre emigranti italiani: Vincenzo Fondacaro, Orlando Grassoni e Pietro Troccoli. Fondacaro era nato a Bagnara Calabra nel 1844 ed era prima emigrato in Inghilterra, dove si era imbarcato sulle navi mercantili e dove, nel 1876, era diventato capitano della marina mercantile inglese. La sua passione, però, il suo desiderio di navigare sull'Oceano e compiere imprese memorabili furono anche la causa della sua scomparsa: dopo la riuscita traversata con il "Leone", infatti, il 30 maggio del 1893 decise di salpare nuovamente, questa volta da Buenos Aires, per attraversare lo smisurato specchio di mare che lo divideva dal vecchio continente. Ma nell'ottobre dello stesso anno il governo argentino fu costretto ad annunciare la sua morte.
La vita di Orlando Grassoni (nato ad Ancona, anche lui nel 1844), invece, era già stata in qualche modo segnata da Garibaldi venti anni prima: nel 1860 aveva infatti provato ad arruolarsi clandestinamente nelle Camicie rosse. Indefesso navigatore, solcò i mari dell'America, dell'Australia e dell'Asia, naufragando più di una volta, ma mai abbandonando il proprio destino di marinaio. E, unico dei tre a terminare la propria esistenza nel Paese natio, morì a Genova nel 1901.
Era invece nato a Marina di Camerota nel 1852 il terzo elemento di questo equipaggio: Pietro Troccoli. Trasferitosi molto giovane in Uruguay, dove scelse di trascorrere tutta la propria esistenza e dove morì nel 1939, lavorò a lungo nei cantieri navali prima di conoscere Fondacaro, vero leader di questa impresa che poi guadagnerà a tutti e tre una medaglia d'oro al valore. Troccoli, inoltre, una volta giunto in Italia ebbe l'onore e la soddisfazione di recarsi a Caprera dove consegnò personalmente a Giuseppe Garibaldi un documento con tutte le firme degli emigranti italiani che si trovavano in Argentina e Uruguay. Quegli emigranti che avevano sostenuto appassionatamente, finanziato con difficoltà e caldeggiato fortemente il progetto. E il "Leone di Caprera"? Per prima cosa bisogna dire che la sua straordinarietà non sta solo nell'essere il mezzo per questa incredibile traversata, ma proprio nella sua struttura.
Ed ecco allora anche la sua carta d'identità: il "Leone" era una goletta lunga nove metri (larga 2 metri e 30) dalle caratteristiche inusuali e uniche, almeno sino al momento della sua nascita. Il peso era di circa tre tonnellate, aveva due alberi, oltre che due cilindri di rame, posizionati al suo interno, che ne consentivano il galleggiamento.
Ma ci sono alcuni aspetti tecnici che costituiscono anche il fascino più grande di questa imbarcazione. Il primo è l'essere una barca con più, diciamo così, anime, perché pensata come una imbarcazione da diporto che ricordasse una baleniera e fosse armata come le golette portoghesi. L'altro aspetto interessante riguarda, invece, i materiali usati. Una miscela di legni esotici, trattati poi con oli ed essenze che ne esaltassero le caratteristiche e rendessero migliore la navigazione.
Il legno adoperato per la struttura fu l'algarrobo, mentre per il ponte furono scelti il noce, il pino bianco e la cannella. Mele, zucchero e cannella, pÈ fa' 'sta varca bella... Mancano ancora alcuni pezzi di questa lunga storia, quindi meglio abbandonare parafrasi canterecce e proseguire. Vincenzo Fondacaro, Orlando Grassoni e Pietro Troccoli salparono con il "Leone di Caprera" dal porto di Montevideo il 3 ottobre del 1880 e, prima di raggiungere finalmente quello di Livorno il 9 giugno del 1881, ebbero una traversata tutt'altro che semplice. Il diario di bordo, redatto dal capitano Fondacaro, narra infatti le incredibili avventure che intralciarono il loro cammino, le pericolose tempeste che ne misero a dura prova capacità e fortuna, e tutti i momenti di sconforto o di esaltazione di quella straordinaria traversata calcolata di circa diecimila chilometri, le cui tappe intermedie furono Las Palmas delle Canarie, Gibilterra (dove arrivarono il 23 gennaio del 1881) e poi Malaga.
Nel diario si può leggere anche tutto l'amore di Fondacaro per il mare, la sua dedizione e il suo rispetto per quell'enorme, potente elemento; e anche tante curiosità umane riguardanti i suoi compagni di viaggio. Tra l'altro, questo dettagliato e fascinoso resoconto può ancora costituire lettura per chi desideri conoscere di più di questa bella storia, recentemente riemersa grazie a una confortante notizia di cronaca.
Ma andiamo per gradi. Il diario è riportato nel libro intitolato "Dall'America all'Europa (viaggio attraverso l'Oceano)", curato e pubblicato da Giuseppe Galzerano; ed è del marzo scorso la notizia che finalmente il "Leone", dopo essere stato abbandonato per anni, sarà restaurato. Chissà che il bicentenario della nascita di Garibaldi (che si celebra quest'anno, e precisamente il 4 luglio) non abbia contato qualcosa, fatto sta che il ministero dell'Ambiente ha stanziato 150mila euro per il restauro della barca. A interessarsene con costanza e a spingere per questa soluzione sono stati certamente Serena Galvani, fondatrice e presidente di Arie, l'associazione per il recupero della imbarcazioni d'epoca, e Orlandino Troccoli, ultimo discendente del glorioso marinaio.
Adesso si godono soddisfatti il risultato ottenuto.
Troccoli e la Galvani, i soli a custodire le chiavi per accedere alla grotta dove riposava il "Leone", il 21 marzo scorso hanno consentito ai tecnici del cantiere Old Fashioned Boats di occuparsene prelevandolo e portandolo a Livorno dove avverrà il restauro. La barca, che è di proprietà del Comune di Milano, aveva trovato riparo nella grotta di Lentiscelle a Marina di Camerota nel 1995, ma l'umidità e i danni prodotti dalla precedente cattiva conservazione ne avevano pregiudicato gravemente le condizioni. Adesso si cercherà di rispettare il più possibile l'originale, si cercherà di recuperare il legname così come di salvare gli altri materiali, che saranno sostituiti solo quando proprio indispensabile.
Insomma: dopo più di centoventi anni di vita, questa barca straordinaria dovrebbe tra un po' tornare all'antico splendore. Del resto, le era dovuto. Per la bella storia sin qui raccontata, perché è una eroica impresa tutta, o quasi, italiana, e perché il "Leone di Caprera" detenne anche un importante record: nel 1880 fu la prima barca, di quelle dimensioni e con soli tre uomini a bordo, ad attraversare l'Oceano, dall'Uruguay all'Italia.

