Quel sogno a Cabrera

- di Giuseppe Pompameo

La favola dell'amore finito fra l'illusionista Alonso Ruiz e Alina Mendes nell'isola delle Baleari. Una palla di vetro e, dentro, i fiocchi bianchi che venivano giù agitandola. L'attesa della donna dopo la partenza dell'uomo col Panama bianco.
Cento amori per dimenticarlo, maghi come Alonso o ballerini di tango. Il bacio più lungo e una nevicata in agosto che lei soltanto vide.

Le tasche di Alonso parlavano chiaro. Le tasche degli uomini, d'altra parte, non mentono mai.
Quando, sbarcato dalla nave, lo fermarono al posto di blocco dell'imbarcadero per il controllo dei bagagli, Cabrera, per lui, era già un ricordo come un altro, tutto mare da dimenticare, una lontana traccia d'infinito alla deriva nella primavera. Nelle tasche di Alonso Ruìz, di mestiere illusionista, adesso c'era quel che gli rimaneva, quel che gli mancava, ciò che si era lasciato dietro: un Natale, la neve, un'isola e una donna, miglia e miglia chiuse dentro una palla di vetro, un opale trasparente come un sogno senza pareti. Al poliziotto di turno, dopo aver rovistato in tutto quell'azzurro, non restò che asciugarsi le mani e sussurrare, con un filo di voce "Okay, tutto a posto, può andare", perché come fai a chiedere spiegazioni a uno così, a uno con un "Panama" bianco, buono per ogni occasione, e con l'orizzonte ancora negli occhi?

Distante, molto distante da lui, in una casa di Cabrera, la piccola isola delle Baleari, Alina, intanto, ogni sera bruciava frasi, parole di carta, accendeva brevi falò sotto la luna. Si lasciava dietro cumuli di cenere che il vento disperdeva in un amen nel quadrato d'aria della sua stanza da letto, stanza annegata di cielo, su cui piovevano nuvole e voci, gocce invisibili. Dal giorno in cui Alonso era partito, ora sembravano passati cent'anni, Alina Mendes aveva cominciato ad aspettare, un'attesa bianca, l'attesa di chi rimane, di chi non sa più vivere senza quel dicembre, quella neve, quell'indimenticabile Natale. In realtà, sull'isola, andato via lui, non aveva più nevicato. Come se i fiocchi che un inverno di tanti inverni fa avevano ricoperto Cabrera adesso scendessero solo dentro quella palla di vetro, appena provavi a metterla a testa in giù, a capovolgere il suo silenzio sottovuoto.
Alla fine, forse, Alina, dell'assenza di Alonso se n'era veramente fatta una ragione.
Alcuni indizi, però, insinuavano il dubbio che non lo avesse mai davvero dimenticato. E così s'era rifatta non una, ma dieci, cento altre vite, quasi che nessuna, ormai, bastasse a farne una sola, felice. Da allora, chissà perché, aveva sempre posato il suo sguardo su uomini che, di mestiere, facevano tutti, guarda un po', i prestigiatori, gli illusionisti. Gente da cui, le aveva sempre raccomandato sua madre Elèna, meglio stare alla larga, perché per farti sognare te li rubano, i sogni, e, dopo, te li vendono col trucco, senza mai svelarti il segreto. Nonostante i consigli di mamma Elèna, Alina ne aveva amati a frotte di uomini così, soprattutto la notte, magari proprio perché somigliavano ad Alonso, perché nella penombra li confondeva con lui.

Ma c'era di più. Alina, infatti, se li era cercati o, magari, colpa del destino, li aveva sempre incontrati bassi, magri, con gli occhi neri neri, come olive, i capelli dello stesso colore, eternamente spettinati. Quando li sceglieva sembrava che, puntuale, avesse tra le dita la solita fotografia di Alonso, un'istantanea che portava nella tasca più nascosta della sua borsa di pelle scura. Una foto piena di vento, in cui lui sorrideva, mentre con la mano teneva fermo il cappello che gli stava per volare via.
Allora se l'erano giurato come due spergiuri. L'avrebbero condivisa per sempre quella smisurata, irrefrenabile passione per le palle di vetro. Ne compravano dappertutto, se era il caso ne rubavano dappertutto. Insieme avevano collezionato, nella bacheca di casa loro, a Cabrera, un universo di isole sottovetro, di piccoli mondi trasparenti dentro cui fermare il tempo, dove il tempo non passava mai, non cambiava mai, se non a comando, una giravolta e via, un oplà e il gioco era fatto. In fondo, un modo per non farsi fregare dagli anni, per credere che i conti con la vita, alla fine, tornassero comunque. Bastava semplicemente rovesciare, con un rapido movimento della mano, quelle miniature senza età.
Che illusione! Esisteva, forse, un'illusione più bella, più grande di quella? Ora, però, che lui non c'era più, spesso si verificava uno strano fenomeno che Alina Mendes non riusciva a spiegarsi: perché quando - per pura distrazione, s'intende - ripensava ad Alonso, in tutti gli opali di vetro, sopra ogni isola che teneva in bacheca, cominciava a nevicare? Perché?

D'accordo, era una neve finta, artificiale. Ma per quale misterioso sortilegio quei fiocchi erano ogni volta lì a farle ritornare in mente quel dicembre, quel Natale, quell'amore scomparso?
Alonso, nel tempo libero, faceva il tanghèro. Così Alina, adesso, ci ricascava sempre. Non faceva altro che invaghirsi di ballerini di tango, quasi volesse continuare con loro quel pensiero triste che danza, quasi volesse, senza fine mai, ricordarsi di dimenticare un passo d'ombra a pochi centimetri dal cuore. Ogni volta la stessa solfa, come se non le bastasse mai la sua assenza.
Alonso, intanto, lontano da Cabrera continuava a vendere illusioni e a portare in tasca quella palla di vetro con dentro l'isola sotto la neve. E mentre Alina, dall'inverno dei suoi occhi, scriveva lettere a nessuno, lui fantasticava il futuro, altre stagioni, altre notti di tango e di osteria. Niente a che vedere con quel Natale sottovetro, bianco e spaesato, che bastava una vertigine, un altro oplà, e la neve scendeva, oppure, se volevi, ritornava su, nel cielo grigio, neanche fosse un sogno ad orologeria.
Finché una sera, durante un suo spettacolo, Alonso Ruìz inciampò anche lui nel lampo di un ricordo malfidato. Dalla tasca bucata la palla di vetro precipitò giù, lungo la verticale dei pensieri. Un istante e il tempo andò in frantumi, a terra solo pezzi di passato. In quel preciso momento, sull'isola, la neve cominciò di nuovo a cadere.

Coprì tutto, bianchi i tetti, bianche le case, bianchi i rumori delle strade, bianche le voci della gente. Peccato, però, che non fosse più dicembre. Era estate, e laggiù nessuno poteva credere ai propri occhi.
Alina, quel giorno stesso, incontrò per caso un altro uomo, un illusionista, mago del tempo, che somigliava in maniera impressionante al ritorno di un fantasma: diceva le stesse cose, parlava a salve, con il medesimo accento, e sulla fronte aveva rughe spettinate che tradivano la mappa improbabile di un destino. Uno di quegli uomini, insomma, da cui mamma Elèna l'aveva sempre messa in guardia.
Eppure era così simile alla proiezione di un desiderio che Alina non ci pensò su due volte a baciare l'idea di amarlo ad occhi chiusi, pazzamente, per sempre. Fu il bacio più lungo, più solitario, che Alina Mendes diede mai, un bacio fuori stagione, con la neve, sì, ad imbiancare le sue labbra, la sua stanza, ma con l'estate fuori, pronta a sciogliere l'incantesimo di un'amnesia all'incontrario.

Certo, la neve ad agosto fu un imprevisto che a Cabrera non avrebbero mai osato immaginare, al punto che a nessuno passò per la testa di spiegare ad Alina che, in realtà, non era vero niente, che era tutto un trucco. Ma lei, che ormai non si fidava più neanche di Dio, volle soltanto abbandonarsi, per l'ultima volta, al ricordo clandestino d'un "Panama" bianco appoggiato sul cuore. Giusto il tempo di un saluto, prima che l'alba, come un'onda, spazzasse la polvere dai sogni. Prima che la luce disegnasse sul mare ombre perdute per sempre, frantumaglie di sguardi trascinati via dalla corrente.
Lontano cent'anni, un vecchio, impenitente illusionista, con le tasche ancora piene d'azzurro, indicava ad uno smemorato la rotta più breve per le stelle. Per altre stelle. Quelle che, ormai, non appartenevano più al cielo di Cabrera, stelle trucche e ruffiane, nomi di fantasia sconosciuti perfino ai naviganti.