Quel verso inedito di Bindi a Punta Carena

- di Roberto Gianani

Due anni fa, nella piazza di Anacapri, l'ultimo concerto del gigante fragile prima di morire. Poi, il desiderio improvviso: "Portami in riva al mare". La rustica cena di alici fritte, la malinconia, il presagio della fine e le parole sussurrate sfiorando una tastiera: l'inizio di una canzone incompiuta, il suo addio.

Quando in cielo gli angeli già cantavano "Il nostro concerto" e un pianoforte tutto bianco suonava l'Ave Maria per accogliere con i dovuti onori il grande musicista Umberto Bindi, sulla Terra i soliti ipocriti si ricordavano di lui che, ormai, già volava verso il paradiso.
Mentre il cantautore moriva dopo lunghi anni di oblìo e di cattiverie, mentre la sua vela indifesa si piegava stracciata da un vento della vita per lui troppo violento, il mondo dello spettacolo celebrava un patetico pianto di gruppo inutile e tardivo.
Nessuno gli aveva mai dato una mano o una parola di conforto. Un silenzio carico di indifferenza che Umberto tentava di esorcizzare componendo musiche che sarebbero rimaste sole nel fondo del suo cuore stanco di vecchio, inguaribile sognatore. C'era il ridicolo della legge Bacchelli che, pur sapendosi da anni delle condizioni fisiche ed economiche dell'artista, arrivava con un assegno quando "la musica ormai era finita".
Unica eccezione: Bruno Lauzi, chiuso in un dolore senza parole, senza lacrime, senza futuro. Un dolore che nemmeno il mare di Genova, il loro mare, poteva portarsi via.
Così il vero caposcuola dei cantautori moriva solo in una piccola casa di campagna, alle porte di Roma, pieno di debiti e di musica, di ferite dell'anima e di nuove canzoni mai cantate. Negli ultimi giorni i creditori gli avevano portato via anche il pianoforte, un pezzo di vita, il compagno di sempre, l'unico che non l'aveva mai tradito.
L'ultima indimenticabile pagina d'autore, Umberto l'ha scritta ad Anacapri l'8 di luglio del 2001, il suo ultimo concerto all'aperto. Quasi un testamento. Piazza San Nicola era troppo piccola per una folla come non s'era vista mai.
Umberto Bindi ha portato al pianoforte i suoi malinconici e coraggiosi settant'anni, ha ravviato con un breve gesto della mano i lunghi capelli bianchi mentre partivano le prime note e poi la voce. Il canto si è illuminato dominando la scena, mentre il lungo camicione nero creava acrobazie dentro i soffi del vento.
In piazza San Nicola occhi e cuori si sono lasciati cullare dall'onda dei ricordi e dell'amore. La voce di Bindi accarezzava le nuvole e accendeva le stelle.
Il viso dell'artista appariva stanco, ma era una stanchezza piena di energia pronta a trovare forza ad ogni nuova canzone: "Arrivederci", "Il mio mondo", "Il nostro concerto", "Il mare", "La musica è finita", e cento altre. E poi i "pezzi" francesi, una spremuta di emozioni bevuta nel bicchiere della poesia. Il pianoforte tremava sotto le mani del cantautore antico e glorioso. Il gracile Bindi era un gigante, donava tutto il suo corpo alla musica e sembrava volesse far sentire la sua voce per tutte le vie dell'universo.
Come per un angelo, le sue ali si sono aperte e a mezzanotte il cielo di Anacapri si è riempito di fiori di mille "Arrivederci". Il pubblico in piedi, la piazzetta bagnata di sentimento.
Poi, con quell'aria timida e perbene, "portami in riva al mare". Con molta fatica siamo scesi al faro di Punta Carena. A Nello D'Esposito che ci aspettava disse: "Vorrei alici fritte e un bicchiere di bianco". Sulla terrazza, con Ischia di fronte, Umberto accese una sigaretta che già gli faceva sanguinare i polmoni. Accarezzò la tastiera di Gigi Ceccacci e improvvisò: "Solo dentro un porto, senza la luce di un faro o di un futuro, io suonerò ancora per poco". Una malinconia, un'emozione, un presagio.
Girò le spalle al mare e non lo guardò più per tutta la sera. Forse da quella notte non l'ha più visto, non ha voluto più ascoltarlo. Lassù, insieme a lui, in concerto, ci sono Jacques Brel e Georges Brassens perché per loro la musica non è mai finita.