Indice
- Numero 2 - Maggio 2003
- L'Editoriale - Profumo di donne
- La Casa Rossa diventa Pinacoteca
- La Poetessa della Grotta Verde fa l'avvocato a New York
- La favola di Monika e Toni
- Quella casa rossa è un autoritratto
- Il salotto di Attilio Scoppa a Caprile
- Con la barca del marinaio Stefano alla Grotta dello Champagne
- La donna che ha un talismano per ogni evenienza
- La mia isola è Taormina
- Gli orologi di Anacapri in fila per tre
- Quell'intervista impossibile a Mona Bismarck
- Pinne, fucili e occhiali alla Canzone del Mare
- Sul monte Solaro c'è un sax che suona
- Toto' è un'isola
- Perché Ponza diventò l'isola di Montecristo
- Ischia al tempo del Rancio Fellone
- Ravello, una rosa per Susan Sarandon
- Quel giorno dell'idrovolante di Ciano a Marina Piccola
- Lettera dal Faro
- Dio è napoletano
- Ad Anacapri ho sentito la poesia
- La tromba Daria
- Il compleanno del pescatore biondo
- Il reporter dell'Isola
Quella casa rossa è un autoritratto
- di Fiorella Taglialatela
Malaparte modificò il progetto originario della costruzione su punta Masullo imponendo spigoli vivi e forme aspre per incidere sul paesaggio e lasciarvi un segno forte.
Un muro che è un'unghia e il terrazzo vertiginoso sul quale correva in bicicletta. L'ambizione di scrivere sulla roccia il suo carattere enigmatico.
Anni Trenta.
Anche a Capri il fascismo era sbarcato e come altrove celebrava i suoi trionfi tra amori, balli e partite a carte. C'erano Edda e Galeazzo Ciano, i diplomatici, Umberto di Savoia, i gerarchi, gli artisti e gli stranieri, perfino i sorvegliati dal regime, Moravia che a Capri conobbe la Morante. Fra loro c'era Malaparte, disponibile ad ogni passatempo, ma pure assorto in un sogno più appartato, una casa su punta Masullo, là dove l'isola ancora era selvaggia. "Casa come me", scriveva: nelle intenzioni un orgoglioso autoritratto.
Sin dall'inizio fu chiara la sua idea: da committente si trasformò in suggeritore ed intervenne spesso su Adalberto Libera, l'architetto che curò il disegno della casa, modificando il suo progetto originario. Per il terrazzo e per le mura esterne egli pretese il rosso pompeiano; per il resto si negò al gusto locale o, meglio, si rivolse al più antico, cercò una fedeltà meno vistosa alla traccia atavica dei luoghi: "Nessuna colonnina romanica, nessun arco, nessuna scaletta esterna, nessuna finestra ogivale, nessuno di quegli ibridi connubi tra stile moresco, romanico, gotico e secessionista, che certi tedeschi, trenta o cinquant'anni or sono, portarono a Capri, inquinando la purezza e la semplicità delle case capriote".
A guidarlo era un'intuizione più sottile e quell'istinto a leggere i paesaggi che gli servì anche in seguito, nelle cronache di guerra: uno sguardo attento alla materia, all'essenzialità del dato biologico e disposto insieme alla trasfigurazione, a una sorta di allucinato iperrealismo. A quello sguardo non poté sfuggire che lì, "a mezzogiorno e ad oriente", da "umana" l'isola diventa "feroce": scoscesa, impervia, perfino scostante. A prestar fede agli archetipi junghiani, nel suo aspetto aveva iscritta la memoria di culti orgiastici alla Magna Mater. In quel luogo Malaparte0 si riconobbe - era fatto "per uomini forti" - e del rispecchiamento certo si compiacque, ma avvertì anche il rischio dell'abisso, la strisciante paura di smarrirsi o, come scrisse, "di farsi ingoiare" e gli affiorò l'immagine di Giona, a distanziare biblicamente le sue ansie.
Da qui la contesa appassionata, l'ambivalenza verso la natura: da una parte la simbiosi con l'ambiente e, dunque, la scelta della pietra in omaggio, in consonanza con la roccia, le finestre a tutta altezza del salone e, all'esterno, gli spigoli vivi, le forme aspre, pressoché rapaci, tracciate quasi per imitazione; dall'altra, la volontà di incidere il paesaggio imprimendovi un segno forte, alieno, con l'angolo acuto della scala che s'incunea in senso opposto alla scogliera e, ancor più, con l'arroganza di quel rosso che si isola dai colori circostanti.
Un'idea di casa, dunque, che nasceva sotto spinte eterogenee: in programmatica dichiarazione d'intenti, il rifiuto di manierate soluzioni, ma più al fondo l'orrore e l'attrazione e, in aggiunta, un assunto autobiografico che mostrò di lui più di quanto egli conoscesse. Ne risultò un esempio di razionalismo architettonico e insieme un oggetto sfuggente, una specie di enigma a metà strada fra raziocinio e pulsioni dell'inconscio, che, nell'atto stesso di affermarli, sembra quasi correggere i principi cui pure dovrebbe uniformarsi: sul rigore dei volumi, infatti, sulla logica del cubo e delle rette s'impone l'anomalia geometrica, l'imprevedibile trapezio di una scala, che è forse egocentrico residuo di un'iconografia da mausoleo, forse allusione alle strette rampe tra le rocce disseminate fra le pieghe del paesaggio o, forse, modello stilizzato della fuga degli strapiombi verso il mare.
Più in alto, vetta sopra vetta, dal lastricato rosso del terrazzo si stacca un'unghia, un muro bianco e curvo, concepito a difesa del solarium. Poco importa la funzione di quel muro, il fatto che preservasse il proprietario dagli occhi indiscreti dei paesani. Molto più conta la sua forma adunca, il suo candore abbagliante contro il cielo, che valgono a farne un artiglio posto dall'uomo in competizione con la roccia.
Volendo indulgere agli aneddoti, si narra che su quel terrazzo Malaparte andava in bicicletta e pedalava nudo sotto il sole fino ad esserne sfinito.
Era, del resto, l'unico a salirci, gli altri, gli ospiti, preferivano evitarlo, perché a tutti dava le vertigini, tanto era esposto alla luce e al vuoto. Fu una delle tante prove cui egli s'ostinava a sottoporsi: a spingerlo la sfida ai propri limiti e un desiderio più che una vera persuasione, l'inattuale bisogno dannunziano di appartenere a un mondo presto smentito dalla storia, a una categoria di "liberi spiriti", di "uomini forti", come amava definirli.
In tutta la sua vita, infatti, anche tra mille deviazioni, in percorsi inquieti, azzardati che dal fascismo, in anni non sospetti, lo portarono al contrasto col regime, Malaparte continuò a serbare la convinzione di un destino irripetibile, l'orgoglio, il culto della sua persona. Quel culto, certo, lo sorresse durante il periodo della guerra e anche dopo, fra traumi e macerie, che egli testimoniò con pietà dissimulata. Eppure, fra tanti rovesci, forse quel culto non gli impedì di accorgersi che il suo continuo cambiamento era in realtà una scelta obbligata, di volta in volta voluta dai tempi, che dagli eventi si lasciava attraversare. Probabilmente allora il suo destino non dovette apparirgli irripetibile, addirittura gli sembrò esemplare e in questo senso comune, ordinario, e oscuro, soprattutto oscuro, come lo è ogni cosa che solo in parte controlliamo: è che ormai, nell'esperienza occidentale, s'era aperto insanabile il dissidio; l'uomo, una coscienza cava, si scopriva ignoto a se stesso.
"Casa come me", scriveva: senza dubbio un autoritratto, però non una figura in posa, piuttosto una foto in chiaroscuro, con ombre lunghe a nascondere e svelare. Una casa come lui, ammettiamolo, ma come lui al di là dei suoi propositi. Per questo, in crudele paradosso, un'opera chiamata a sopravvivergli oltre il clamore delle fortune letterarie.

