Quella contessa androgina era un tiranno di uomini

- di Mimmo Carratelli

Una storia caprese scoperta in un singolare giornale del 1927 stampato a Napoli che è fra le più rare pubblicazioni conservate all'Emeroteca Tucci. Una casa di divani neri e dipinti spettrali frequentata da nichilisti, pittori futuristi e amanti passeggeri.

Al tempo del mito di Capri, quando Edwin Cerio definì l'isola "un manicomio azzurro" e per Martinetti fu "il rifugio degli indispensabili disordini", una suprema contessa, così la chiamavano, dominava i sensi e gli occhi dei capresi. Vestiva da uomo e portava la faccia solcata da due rivoli di antimonio. Il barone Fersen fumava l'ultimo l'oppio nella sua stanza cinese e la Piazzetta era ancora il Municipio, tre caffè, una farmacia, due saloni di parrucchiere e un chiostro di legumi e peperoncini. Alfredo Casella suonava divinamente Chopin alla Villa Solitaria, davanti ai Faraglioni, nel giardino realizzato da Mimì Ruggiero, maestro dei giardini capresi. E Luisa Casati Stampa, di cui D'Annunzio disse "è l'unica donna che mi abbia sbalordito", passeggiava col suo levriero bianco Swift, regina di ogni esibizionismo. Era Capri, isola del mito e dei miti.
Lei, la contessa, alta e angolosa, dalla suggestiva voce dissonante, era una bellezza tanto misteriosa quanto vorace. Abitava una villa circondata da cipressi con due sfingi marmoree sulla porta. All'alba scendeva alla Marina Piccola e restava lungamente abbracciata a una rupe. Al caffè Morgano si intratteneva con pittori e ballerine. Possedeva il dono di una camminata che turbava per l'agilità delle gambe e il movimento di danza delle braccia. Restava a lungo reclusa nella sua villa fra i cipressi, una casa in cui, al centro del salotto, si ergeva un'urna funebre. Affreschi spettrali e divani di velluto nero costituivano l'arredamento arcano.
Fu una casa di grandi amori e di originali ospiti. Vi transitavano agitatori nichilisti, pittori futuristi, esteti e fondatori di nuove religioni. Erano gli anni attorno al 1917, lontano cadevano gli zar. Ai piedi della contessa cadevano uomini. Lei era il motore inesauribile di ogni iniziativa eccentrica, promotrice di scandali e irresistibile iniziatrice nel gran gioco dell'amore. Pare che capisse persino di football.
Aveva alle spalle una storia che ne segnò la vita. Un guardiamarina l'aveva attratta in un giro attorno al mondo, quando aveva vent'anni, promettendole amore eterno cui lei dette il cuore, i sensi, la fedeltà e il patrimonio per le spese del lungo viaggio.
Abbandonata dal bugiardo marinaio, giurò che non sarebbe stata più schiava di nessuno, ma provocatrice e despota di uomini.
Capri fu il luogo della sua caccia amorosa, della libertà sfrenata, della rivincita. I vestiti da uomo dovevano essere il segno della supremazia, non più vittima come era stata, ma padrona assoluta e interprete di un contrappasso della passione. Lei sceglieva, lei abbandonava. Il suo carnet di relazioni ciniche e intime segnò il passaggio di un acquafortista svedese, di un violinista boemo, di un affarista belga, di un facoltoso agente marittimo, di un ballerino russo e di un aviatore fino alla duplice combinazione di un pittore finlandese e di un giardiniere di Capri ospitati contemporaneamente nella sua villa e nel suo letto.
Questa storia è raccontata dal poeta e filosofo Lorenzo Giusso, che riporta solo le iniziali E.V. della protagonista, in un introvabile giornale caprese del 1927: "Alla Taverna delle Parole. Bollettino del Cenacolo dei Mortali di Capri". In vendita nella libreria caprese dell'Arcadia, costava tre lire ed era firmato da Hans Jenni taverniere ed editore in Napoli, da Agostino Giannini stampatore alla via Cisterna dell'Oglio, da Giulio Costantini direttore responsabile con redazione al Rione Sirignano 5. Nel "quaderno" del 15 novembre c'è anche una poesia, "La via d'Anacapri", di Diego Calcagno vicedirettore della pubblicazione mensile "impressa su carta di cencio fabbricata allo staccio". Il "quaderno" di 40 pagine è fra i documenti più rari dell'Emeroteca Tucci di Napoli (alla Posta Centrale) che il lavoro appassionato di Salvatore Maffei, attivissimo giornalista in pensione, ha riorganizzato e potenziato dal 1970 fino a farne la più straordinaria raccolta di giornali, periodici e pubblicazioni senza uguali in Italia, un grande vanto per Napoli. Poche cifre: l'Emeroteca possiede ottomila collezioni di quotidiani, riviste, annuari, almanacchi e strenne italiani, francesi, inglesi, tedeschi, austriaci, spagnoli, svizzeri, russi, svedesi e statunitensi, raccolti in 150 mila volumi. Coprono un arco di sei secoli. La ricerca di Maffei fra antiquari e collezionisti ha arricchito l'Emeroteca di rarissimi periodici italiani e stranieri del '600, '700 e '800, nonché di diecine di pubblicazioni del '500 e del '600, più 25mila libri di storia, letteratura, diritto, cinema, teatro e giornalismo. L'Emeroteca napoletana partecipa con splendidi cataloghi alle maggiori manifestazioni editoriali nazionali e internazionali ed è luogo di dibattiti e mostre monotematiche oltre che di una quotidiana, nutrita consultazione. Vanta un'attiva corrispondenza con biblioteche e università di tutto il mondo.