Quella torre di Positano cenacolo di spiriti eletti

- di Vito Pinto

La costruzione pentagonale, ultimo "guardiacoste" contro l'assalto dei turchi, nota come la Torre di Fornillo, attirò l'attenzione di Gilbert Clavel, piccolo e gobbo, con scarpette femminili, raffinato intellettuale e insegnante svizzero di storia egizia, che ne fece la sua dimora-museo.
L'acquisto, nel 1909, per seicento lire. La frequentarono letterati, pittori, musicisti puntigliosamente annotati nel diario del professore: Picasso, Cocteau, Prampolini, Marinetti, Norman Douglas.

Il costante alternarsi "a vista" di torri quadrate e rotonde che punteggiano gli speroni di costa da Vietri a Positano, proprio in quest'esempio, unico al mondo, di villaggio verticale, come lo definì Sergei Diaghilev, si chiude con una torre pentagonale, ultimo "guardiacoste" contro l'assalto dei turchi. Ma fu proprio questa forma unica ad attirare l'attenzione di Gilbert Clavel, professore di storia egizia, scrittore, che scelse Postano come luogo di dimora da alternare ad Anacapri. Anzi, la torre diventa la sua dimora-museo abituale, parallela alle "torri d'avorio" degli scrittori decadentisti, ove passava il tempo scrivendo, studiando, curando la pregevole enoteca o prendendo il sole sulla terrazza. Una torre che gli darà molta di quella cercata solitudine e molta della ricercata compagnia, ma gli procurerà anche preoccupazioni, come quando crollò la volta della "basilica sotterranea". In quel 15 dicembre del 1925 scriveva nel suo diario: «La sciagura s'è abbattuta su di me con violenza estrema, come se quei massi m'avessero schiacciato l'anima. Sto pensando di lasciare per sempre Positano, e tornarmene a Basilea».

Gilbert Clavel era nato in questa città svizzera e sin da giovane frequentò quei circoli d'avanguardia che hanno percorso, a partire dalla vigilia della grande guerra, un trentennio di vita culturale europea. Non va dimenticato, infatti, che, proprio a Zurigo, Hugo Ball nel Cabaret Voltaire, da lui fondato nella Spiegelgasse, il 5 febbraio 1916 raccolse un manipolo di brillanti geniali come Hans Arp, Tristan Tzara, Marcel Janco, Richard Huelsenbeck e Hans Richter, per inventare dal nulla uno dei grandi "ismi" del '900, quel dadaismo che fu precursore di una folta genìa di altre avanguardie. Movimenti cui Gilbert Clavel guardò sempre con molto interesse, riconoscendosi anche con suoi lavori e frequentando personaggi di spicco come i futuristi Marinetti e Depero. Di quest'ultimo fu amico sin dal 1917, anno in cui si conobbero a Roma tramite Serghei Pavlovich Diaghilev il quale stava preparando i "Balletti russi" con le musiche di Igor Strawinskij da far portare in scena dal grande ballerino Leonide Massine.

Fortunato Depero fu subito fortemente attratto dalla particolare fisicità di Clavel, che diviene sua assoluta fonte di ispirazione e suo punto di riferimento per numerosi quadri e schizzi. Così lo descrive il pittore trentino: «Un signore piccolo, gobbo (a Positano lo chiamavano 'o scartelluzzo ndr), con naso rettilineo come uno squadretto, con denti d'oro e scarpette femminili, dalle risate vitree e nasali. Un uomo di nervi e volontà, dotato d'una cultura superiore. ... Compositore di liriche, era anche un gaudente e un sofferente».
L'amicizia tra i due fu tanto forte che il pittore, per minimizzare la "sgrazia" dell'amico, durante le passeggiate ad Anacapri - dove Clavel aveva una villa rurale usava mettersi un cuscino sotto la giacca "per simmetria" con la gobba e la postura di Gilbert. Nel suo diario Clavel ricorda la prima visita a Positano che volle facessero Depero e la moglie Rosetta. «I tre - ricorda Carlo Knight nell'introvabile "La torre di Clavel" - partirono da Capri con il consueto barcone a vela e arrivarono a Positano dopo quattro ore grazie al vento di ponente».

Dopo la notte trascorsa all'albergo Roma, la mattina dopo si recarono a far visita a Mikhail (Misha) Semenov, giornalista russo che aveva acquistato dal mugnaio D'Urso il mulino di Arienzo, dove il liberto di Tiberio macinava il grano da inviare all'imperatore a Capri.
Clavel annota nel suo diario: «Semenov ci aveva visti arrivare e ci aspettava sulla spiaggetta. Salutava agitando un fiasco di vino, come se stesse sventolando una bandiera. I lavori di trasformazione non sono ancora iniziati.
In pratica la casa è ancora un mulino, che però adesso somiglia al retroscena di un teatro.
Il letto, la tinozza di legno che funge da vasca da bagno, il fornello a carbone della cucina, sono nascosti fra le ruote, i torchi, le pulegge, la macina del mulino».

Il "romanzo" italiano, o meglio meridionale, di Gilbert Clavel iniziò il 2 febbraio 1909 quando firmò il contratto d'acquisto della Torre. La signora Teresa Amendola, anziana proprietaria amalfitana, in cattive condizioni di salute, aveva chiesto di stipulare l'atto nel suo domicilio, cosa che avvenne con il "notaio in Praiano Michele Fiorentino, assistito dai testimoni Luigi Camera fu Andrea e Clemente Savino fu Gaetano, ambedue possidenti". Il prezzo pagato fu di seicento lire, anche se in atto risultano versate 180 lire per motivi fiscali. Da quel momento iniziò l'avventura di quella Torre che perderà il nome Fornillo, dalla località in cui insiste, e sarà conosciuta come la Torre di Clavel.
Alla fine di maggio di quel 1909 annotava: «Sono rimasto seduto sulla sabbia ... senza staccare lo sguardo dalla mia torre ... Mi sembrava di udire la voce di Xanti, il mio fratello maggiore, che diceva: "la modestia della spesa, caro Gilbi, non basta a giustificarla". Mi pareva di vedere il suo sorriso scettico mentre mi chiedeva: "E ora che l'hai comprata, cosa ne farai? Ti rendi conto di quanto costerà restaurarla e renderla abitabile? E in che lingua darai le istruzioni ai muratori?". Mentalmente preparavo le risposte ... Ad essere sincero, io stesso non conosco il motivo per il quale ho comprato la torre. So che un impulso m'ha spinto a prendere una decisione importante, destinata -questo lo sento - a influenzare il corso della mia futura esistenza».

Certamente con le sue condizioni di salute, Clavel non avrebbe dovuto imbarcarsi in quell'avventura, che diventerà un disperato opus incompiuto per il resto della sua breve esistenza. Una impresa che gli operai locali coinvolti giudicarono idea di un folle. Nel gennaio 1927, dall'ospedale evangelico di Napoli dove è ricoverato, scrive: «Dai resoconti di Enrico ricavo l'impressione che alla torre regni una totale confusione.
Nessuno capisce più nulla e la cosa non mi sorprende. Solo io conosco la formula segreta, figurativa e musicale che permetterà alla costruzione ctonia, quella che si spinge nelle viscere della montagna, di divenire sfondo e contrappunto della torre pentagonale». Clavel morì a Basilea il 6 settembre successivo, a 44 anni, di tubercolosi.
Quella torre, però, fu luogo di frequentazione di "spiriti eletti", come quelli già citati, e di personaggi del mondo intellettuale che popolavano quella parte di costa estrema del golfo di Salerno.
Era, in effetti, una corte di letterati, pittori, musicisti i cui nomi furono puntigliosamente annotati da Gilbert nel suo diario, salvato, alla sua scomparsa, dalla nipote madame Frey. Lì nacquero amicizie e collaborazioni
con Picasso, Cocteau, Prampolini, Marinetti, Casella, Jacques Fersen (considerato da Clavel un bluff) e Norman Douglas, che non aveva stima di quel "gobbo ricco, volgare e presuntuoso, che esibisce atteggiamenti da raffinato intellettuale".

Definito blasé fin de siecle, Clavel di sicuro non fu personaggio banale; tra l'altro ci resta "Un istituto per suicidi" con illustrazioni di Fortunato Depero, esposte nel 1918 alla Sala Morgano a Capri. L'opera, completata ad Anacapri, fu scritta in tedesco e tradotta in italiano da Italo Tavolato, con il quale aveva
fatto amicizia. Era, questi, un giovane intellettuale spregiudicato al quale Papini, per aumentare le vendite di "Lacerba", chiese di scrivere "L'elogio della prostituzione": la rivista andò a ruba, ma scatenò la protesta dei cattolici e fu denunciata per offesa al pudore.
Quanto Clavel tenesse alla sua torre di Positano lo si capisce in una nota di diario scritta il 15 dicembre del 1925, dopo il crollo della volta della "basilica sotterranea" e riprendendosi dallo scoramento iniziale. Annota: «Per ultimare il compito avrò bisogno di chiamare a raccolta tutte le energie. So che, così facendo, lo sforzo mi ucciderà. Di questo sono certo, ma sarà un suicidio "invisibile", che nessuno potrà spiegare come tale.
Farò in modo che sia la torre ad uccidermi. La mia morte coinciderà con la mia catarsi».