Indice
- Numero 57 - Aprile 2011
- L'Editoriale - Pagine di mare
- La Cina è più bella e vicina
- Una sosta romantica al bar di Kalavarda
- Quando i cervi divennero delfini
- Quando a Capri arrivò la "Naiade"
- Te voglio bene assaje, il mistero di una canzone
- Ginostra, la solitaria fra rocce e ginestre
- Memorie e nostalgia di un maestro d'ascia
- Le case-barca della tribù Toraja
- In volo da Francoforte alla Fiera di Orlando
- Mamma li turchi!
- Quelle estati magiche sull'isola di Vulcano
- A bordo dell'Araldo con Georges Simenon
- Gli amanti perduti delle isole Aran
- Due secoli di navigazione nel golfo di Napoli
- Le Eolie e l'Argentina
- Il reporter dell'Isola
Quelle estati magiche sull'isola di Vulcano
- di Renata Ricci Pisaturo
Le vacanze semplici degli anni Cinquanta e Sessanta. Il polpo gigante di Sergio Scapagnini. Qualche nudista in spiaggia.
L'incontaminata baia di Gelso. Le pozze di fango caldo e le maschere di bellezza. L'arrivo di Paola Ruffo e di Alberto del Belgio. Il dietro-front del "Britannia" con Elisabetta e Filippo.
Il pianista delle "Sables noirs". Le gite a Lipari per mangiare da "Filippino".
La vita a Vulcano, negli anni '50-'60, si svolgeva nel più semplice dei modi. Al mattino, dopo una lauta colazione, si stava, naturalmente in spiaggia, in costume da bagno, o in pareo tutto il giorno. Solo di pomeriggio indossavamo qualcosa per andare a fare una passeggiata sul Vulcanello, a raccogliere i profumatissimi gigli bianchi che crescevano copiosi nelle sabbie nere, o andavamo all'unico caffè del porto per gustare quelle magnifiche, dolcissime granite di limone e dolcini al limone squisitissimi, o andavamo in visita dagli amici di Caterina. La sera spesso ce ne stavamo sulla terrazza dell'albergo a conversare o a giocare a carte, oppure scavalcavamo il muretto del nostro chalet che confinava col Grande Hotel "Les sables noirs" e andavamo a ballare senza pagare l'ingresso perché i proprietari erano amici di Caterina.
Il primo anno la mia valigia, contenente dei vestitini più eleganti, rimase intatta. Non l'aprii proprio, vista la situazione. Munita di maschera, pinne e retino in vita, me ne andavo a pescare conchiglie al Faraglione e lì mi ammollavo ore ed ore, dopo aver affidato i miei figli alle amiche e a mamma che conducemmo un anno con noi. Mio marito doveva mandare qualcuno dei singori Conti col pattino a cercarmi.
I figli grandi se ne andavano in barca per conto loro. Una volta Bruno, che vedemmo inaspettatamente arrivare in barca col suo amico, Sergio Scapagnini, prese, proprio nella baia, a pochi metri di profondità un polpo che era una specie di piovra, lungo quasi due metri. Si beccò una bella ferita nel palmo della mano infertagli dal rostro di quel mostro, ma ciò nonostante, orgogliosamente, si fece immortalare con una foto che purtroppo non trovo più.
Mio marito, dopo una sommaria sciacquata a mare (non ha mai imparato a nuotare pur avendo fatto i bagni tutti gli anni e nonostante i miei tentativi per insegnargli a nuotare), rimaneva a parlare con gli amici o con Conti. Faceva poi una lunga passeggiata arrivando al limite della spiaggia dove qualche nudista si crogiolava al sole e, al suo ritorno, don Riccardo, con il consueto simpatico ammiccamento, lo prendeva in giro: "Avvocato Pisaturo, ma come? Cù' sta bedda mugliera chi aviti, annate cercanno l'autre fimmine?".
Dopo pranzo c'era la siesta e poi, mentre i bambini tornavano sulla spiaggia a giocare, sempre sorvegliati da qualcuno, noi, poveri reumatoidi, andavamo a fare le cure termali alla spiaggia di Levante. I fanghi di Vulcano non erano che delle pozze di fango caldo, scavate nella roccia dalle esalazioni sulfuree del sottosuolo. Anche il mare lì davanti ribolliva ed era radioattivo.
Ci s'immergeva con tutto il corpo nel fango, con una cuffia in testa per proteggere i capelli e, facendo attenzione a non bruciarsi gli occhi, si prendeva il fango più sottile e ci si faceva la maschera di bellezza, che veniva poi essiccata al sole ben bene, senza parlare e senza muovere il minimo muscolo facciale. Questa operazione si faceva stando seduti per terra, sul bordo della pozza. Tutt'intorno c'erano le fumarole dove gli ammalati di forme bronchiali andavano ad aspirare i vapori. Il tutto, fra quelli che sguazzavano nel fango e gli altri che ne erano già usciti e se ne stavano lì tutti bianchi, dava l'impressione di una bolgia dantesca. Il sedersi per terra, intorno a quelle pozze, era pericoloso perché la radioattività del terreno poteva riservare la sorpresa di dissolverti un pezzo del costume, come successe a me il primo anno, quando, nell'alzarmi da terra, sentii gli amici sbottare in una grande risata. Non avevo più il pezzo di dietro del costume e il mio popò era completamente scoperto! Dovette correre mio marito a coprirmi con l'accappatoio. Così imparammo che ci si doveva sedere su una tavola di legno o su qualche pietra.
Ci s'immergeva poi nel mare, facendo attenzione a non mettere i piedi su qualche bolla calda, perché si correva il rischio di ustionarsi, malgrado le scarpe anfibie che, al contatto dell'acqua, perdevano il loro colore. Quei fanghi allo stato naturale erano miracolosi. Mia madre, dopo un anno di cura, non soffrì più con la schiena che ancora risentiva della ferita per lo sprofondamento del pavimento del Circolo Sociale di Vallo della Lucania in cui era rimasta coinvolta. Io nemmeno avvertii più il colpo della strega che, immancabilmente, mi beccava tutti gli anni.
Dopo un'oretta, tutti soddisfatti, col nostro accappatoio addosso puzzolente di zolfo, ce ne tornavamo in albergo ad ammirare nello specchio il nostro viso bello, liscio liscio, ringiovanito. Ci riposavamo un po' impuzzolentendo pure le lenzuola perché la regola era di riposare dopo i fanghi. Ci facevamo poi una bella doccia e ci riunivamo con gli amici sul terrazzino del nostro chalet o sulla spiaggia per assistere allo spettacolo clou della giornata: il tramonto del sole. I tramonti di Vulcano sono i più belli che io abbia mai visto.
Tutti si radunavano sulla spiaggia, a riprenderli con le macchine fotografiche, in un silenzio turbato solo dalle cineprese. Quasi si assistesse a qualcosa di soprannaturale, si vedeva quel sole infuocato, che sembrava enorme, inabissarsi a poco a poco fra la punta estrema della baia e il faraglione, non prima di aver tinto il cielo di un rosso acceso e aver reso la baia una colata di oro e rame. Dopo accadeva un fenomeno strano: l'aria diventava argentea perlata e nella baia si staccavano, nere, le sagome e gli alti alberi di tutte le imbarcazioni ormeggiati lì davanti e il mare diventava argento fuso. In lontananza la sagoma nera di Stromboli. Un anno a Vulcano arrivarono anche Paola Ruffo di Calabria e il marito Alberto e, con il loro numeroso seguito, requisirono tutto l'hotel "I Pagghiara", che era composto, come l'hotel Conti, da un corpo centrale e da tanti bungalow col tetto di paglia (da qui il nome). Era bellissima la nostra Paola ed amava divertirsi. Era quello il periodo in cui si godeva la vita col marito prima che re Baldovino li facesse entrare nei ranghi. Il marito era un vero imbranato. La mattina dal loro yacht si staccava un motoscafo fuoribordo e li veniva a prelevare perché amavano fare il bagno nelle cale più belle delle altre Eolie. Non c'era volta che Alberto non scivolasse lungo lungo nel motoscafo nel salire a bordo e per noi assistere alla loro partenza era diventato un avvenimento da non perdere.
Un pomeriggio, sull'imbrunire, attraccò nella baia il "Britannia". Con un grande suono di sirene annunciò il suo arrivo e un ufficiale di bordo col megafono si mise in contatto con l'hotel "Les sables noirs", il più prestigioso dell'isola a quei tempi. Vedemmo scendere una giovane Elisabetta con Filippo e poi un seguito di marinai che sbarcarono, a dir poco, una decina di valigie.
L'indomani, con nostra sorpresa, fecero dietro-front. Il proprietario dell' hotel disse a Caterina che i reali avevano trovato l'isola "very crowded", molto affollata!
La sera ci addormentavamo al suono delle dolci melodie che suonava e cantava il pianista delle "Sables noirs" che aveva una voce stupenda. Avremmo voluto ascoltarlo per tutta la notte, ma il riposo era sacro nelle isole: a mezzanotte in punto tutto finiva e ci rimaneva, come ninnananna, solo lo sciabordio delle acque sempre calme.
Un anno sbarcammo a Vulcano con una comitiva numerosa di amici e con tutti i giovani figli al seguito. Caterina ci fece conoscere un'altra coppia di suoi amici, l'allora Procuratore di Caltanissetta Costa e la moglie che da qualche anno villeggiavano nell'isola. Una volta trasferito a Palermo, venne, purtroppo ucciso dalla mafia. Avevano lo chalet attiguo al nostro e legammo subito perché marito e moglie erano due simpaticoni.
Quante belle gite facevamo! Innanzi tutto salimmo fino al cratere del vulcano e ce ne ritornammo con tanti cristalli di zolfo, pietruzze di ossidiana, di ferro, di allume di tanti colori che ancora conservo come souvenir.
Andavamo poi spesso a Lipari dove si poteva fare un po' di shopping, bere quella magnifica malvasia che portavamo a casa nelle tipiche botticelle e mangiare da "Filippino", il ristorante più celebre. Il paese poteva vantare un bel castello, sede del Museo Eoliano, che dominava il porto ed era stato fra le mire del corsaro Barbarossa. Le case non erano semplici cubi di pietra come a Vulcano: avevano tutte la terrazza col pergolato retto da tozze colonne bianche (del cosiddetto stile eoliano, molto simile a quello caprese) e l'acqua piovana si raccoglieva sul tetto in una specie d'imbuto dal quale colava nelle cisterne. Lipari era famosa per le sue cave di pomice e di ossidiana, con la quale gli abitanti scolpivano i più disparati oggetti che vendevano come souvenir. Il mare antistante le cave era pieno di piccole pietre di pomice che galleggiavano sull'acqua a miriadi, rendendola di colore celeste chiaro. I fondali erano pieni di relitti di navi affondate nel corso dei secoli, travolte dalle bufere, dalle onerarie romane di passaggio fra Roma e Cartagine, fra Roma e la Grecia e fra Roma e la Sicilia, ai galeoni spagnoli cannoneggiati, alla moderna posacavi del 1919 "Città di Milano" e al piroscafo "Santa Maria di Salina" silurato nel 1943.
Un giorno facemmo proprio sotto le cave di pomice una pescata di pinne giganti, dietro indicazione di un pescatore del posto che ci accompagnò. Ne riempimmo una cesta intera io e il pescatore, il quale mi aveva insegnato la tecnica, ma fu un puro miracolo che non lasciassi un dito in bocca ad una murena spuntata d'improvviso fra le praterie di posidonie.
Un giorno arrivammo pure a Taormina col barcone che faceva servizio da Milazzo.
A Vulcano, la stupenda spiaggia di Gelso, sull'altro versante dell'isola, era incontaminata perché vi si approdava o via mare o attraverso un sentiero che s'inerpicava sui contrafforti del vulcano. L'unica abitazione era una casetta rustica dove - ci aveva detto Caterina - avremmo trovato qualcosa da mangiare. Appena sbarcati, la prima cosa che feci fu quella di esplorare, con la maschera e le pinne, gli invitanti fondali dall'acqua limpidissima, mentre la comitiva incominciava a salire verso la casetta che si trovava a metà costa. Lo spettacolo che si offrì ai miei occhi fu indescrivibile: il fondo del mare, tutto arenoso, era cosparso di grosse conchiglie. Ne raccolsi tante.
La casetta a metà costa era abitata da una famigliola: padre, madre e una bella bimba bionda, tutta riccioli. Ci dissero che non erano soliti cucinare per i pochi turisti che arrivavano lì, in quanto non avevano il frigorifero per mantenere i cibi, ma solo una fresca cantina scavata nella roccia. Ci offrirono salame, formaggio e le olive di produzione propria. Non si erano mai mossi dall'isola. Un anno avemmo la sorpresa di trovare, al posto delle sterpaglie e di quella landa deserta che collegava le due baie di Vulvano, una specie di carcere, un Sing-Sing semicircolare punteggiato da cento finestrelle, che occupava quasi tutta l'area. Caterina ci spiegò: "E' un albergo abusivo, ma lo farò abbattere. L'anno venturo non lo troverete più". E così fu! I signori Conti erano una potenza in tutte le Eolie.

