Quelle ville di Posillipo

- di Adriano De Luna

Testimoni della fusione tra la poetica razionalista e l'architettura mediterranea nel segno di Luigi Cosenza, l'architetto dei grandi progetti napoletani. Il rispetto dei luoghi e l'apertura alla modernità, linee e volumi improntati ad eleganza e semplicità. Dal tavolo da disegno alle battaglie politiche per lo sviluppo coordinato e coerente della città. La famosa "griglia" per Napoli.

All'inizio era la Bauhaus, ovvero la casa dell'architetto, del pittore, del progettista, del costruttore. In quel crogiuolo di utopie, di aneliti e di tentativi che fu Weimar, Walter Gropius lanciò il manifesto dell'arte totale, creazione che comprende architettura, scultura e pittura in unità come simbolo purissimo di una nuova fase, di una nuova fede. "Dobbiamo tornare tutti all'artigianato! Non esiste infatti un'"arte professionale". Non c'è alcuna differenza sostanziale tra l'artista e l'artigiano. L'artista è un artigiano a livello superiore. La grazia del cielo, in rari momenti di illuminazione che trascendono il suo valore, fa fiorire l'arte, senza che lui ne abbia coscienza, nell'opera della sua mano; quel che però in ogni artista è essenziale è la base artigianale".
C'è odore di Kandisky... In effetti è questione di pochi anni: Wassily dribblerà il realismo socialista e si presenterà anche lui alla Bauhaus per insegnare (non c'erano professori, ma maestri) insieme a Paul Klee, Laszlo Moholy Nagy, Josef Albers, Marcel Breuer, Ludwig Mies Van der Rohe e tanti altri. Nel 1932 la scuola venne chiusa, l'imminente ascesa al potere di Hitler costrinse i maestri alla diaspora. Non è azzardato affermare che da qui in poi nasce l'architettura moderna.
Dal razionalismo rigoroso ed utopico della Bauhaus, Gropius se ne parte per l'America, dopo tre anni lo segue Mies Van der Rohe. Ma le nuove idee zampillano ovunque, Le Corbusier raccoglie il testimone del razionalismo in Francia, Alvar Aalto in Finlandia, Frank Lloyd Wright in Pennsylvania costruisce "la Casa sulla cascata". E in Italia? Giuseppe Terragni sembra un piccolo Gropius anche se la Casa del Fascio di Como appare un paradosso storico.
E a Napoli? Esistono le avanguardie negli anni Venti-Trenta? Sembra proprio di si. E' pur sempre una ex capitale europea anche se ora il francese non è più la lingua degli intellettuali e i bagliori del '99 sono spenti. Le avanguardie si chiamano Edoardo Giordano, Saverio Gatto, Eugenio Viti, Giovanni Tizzoni , Mattia Preti, Massimo Stanzione: scultori e pittori che rifiutano il mandolino e il putipù. Arrivano poi i futuristi: Luigi Pepe Diaz, Mario Lepore, Gildo De Rosa; ma i più 'europei' sono i distruttivisti attivisti come Guglielmo Peirce, Paolo Ricci e Carlo Bernard. Oggi possono esser considerati dei proto-dadaisti.
Le prime esperienze architettoniche razionaliste esplodono con Luigi Cosenza (1905-1984), con la complicità di Bernard Rudofsky, giovane architetto viennese che aveva lavorato con Mendelsohn ed altri architetti europei. Insieme realizzano Villa Oro (1934-1937): è la fusione tra la poetica razionalista e l'esperienza dell'architettura mediterranea. Ad oggi rimane ancora l'emblema della concezione architettonica di Cosenza. Costruita su di un costone sagomato in tufo, in alto al di sopra d'una insenatura di Posillipo, la villa è strutturata su tre quote e caratterizzata da spazi coperti e scoperti, aperti e chiusi verso meridione. Il plesso, di limitate dimensioni, esalta comunque i singoli ambienti; il rapporto con la rampa d'ingresso definisce un'esposizione in grado di affacciarsi su via Caracciolo, Castel dell'Ovo, il Vesuvio, la penisola sorrentina e Capri.
Si intravede la capacità di rispettare il luogo senza rinunciare però alla modernità, è la coerenza che i due giovani nutrono verso quella che Rudofsky definì l'architettura senza gli architetti. Oltre a Villa Oro, rimane l'esempio di Villa Savarese a Posillipo (1936-1942): sono il portato dell'armonia tra proporzioni e natura orografica del luogo, tra il razionalistico intonaco bianco, il tufo, la vegetazione, le terre, i materiali e il mare, il paesaggio destinatario ultimo di ogni estetica.
Cosenza e Rudosfky ardono per il razionalismo europeo, hanno visto le opere di Behrens - il maestro di Gropius -, Loose e Le Corbusier, metabolizzando le nuove tendenze architettoniche con l'innata armonia classicista che promana dai loro studi. Rudosfky ha nella valigia l'immacolato splendore delle geometrie nordiche e lo diluisce con l'architettura mediterranea di Napoli. La simbiosi è perfetta.
Nel laboratorio naturale di Posillipo, per l'appunto, c'è anche Villa Savarese. Il gioco è grosso modo lo stesso: il suolo, in origine lungo un naturale pendio, viene ricomposto su piani orizzontali. La villa ha un suo corpus tonico e lineare, portatore di linee e volumi improntati ad eleganza e semplicità.
L'anno scorso è stato celebrato il centenario della nascita di Luigi Cosenza. Dopo la realizzazione delle Ville, Cosenza, ormai trentasettenne, si lanciò in molte altre ed alte imprese, ricavando soddisfazioni professionali, ma anche tantissime amarezze e delusioni: se Posillipo è stato un laboratorio negli anni Trenta, Napoli non lo è certo stato nei decenni del dopoguerra. Il Piano regolatore generale, il Piano di ricostruzione della via Marittima, il Piano particolareggiato per Fuorigrotta e Bagnoli, il Piano di ricostruzione di Torre Annunziata, è la famosa griglia per Napoli. Siamo alla fine degli anni '40 e agli inizi delle speranze. Nello stesso periodo, Cosenza impostò lo studio per l'industrializzazione e prefabbricazione dell'edilizia istituendo il Centro studi per l'edilizia presso la Facoltà di ingegneria di Napoli. Progettò il Quartiere sperimentale a Posillipo, iniziando la costruzione delle prime 16 palazzine, ciascuna con particolari tecnologie di prefabbricazione. Realizzò significativi nuclei abitativi di edilizia popolare: i quartieri di Poggioreale, Capodichino, Barra, Luzzatti, via Consalvo, San Giovanni a Teduccio, viale Augusto. Tutti coerenti con il Piano regolatore vigente. Nel decennio 1948-1958 insegnò presso la Facoltà di ingegneria di Napoli. Luigi Cosenza affrontò contemporaneamente nel Consiglio comunale le azioni per dirigere uno sviluppo coordinato della città di Napoli, legando ancora una volta le necessità edilizie ai contenuti sociali del territorio.
Furono anni di battaglie durissime, combattute in polemica con le amministrazioni compromesse nel "sacco di Napoli". In quegli anni, Cosenza progettò e costruì la fabbrica Olivetti a Pozzuoli e la nuova Facoltà di ingegneria di Napoli. Gli anni che vanno dal 1959 al 1965 costituiscono il decennio delle idee per la pianificazione, intesa questa come grande speranza di razionalità nello sviluppo del territorio.
Cosenza progettò i Piani intercomunali di Torre Annunziata, Ercolano, dei Campi Flegrei, dell'Aversano. Espresse i grandi contenuti della crescita sociale: i problemi del lavoro, dell'industrializzazione edilizia, della casa, del tempo libero, dei trasporti, puntando su quelli di carattere collettivo. Approfondì lo studio della tipologia urbanistica ed abitativa in vista anche dei nuovi processi produttivi raggiunti in Europa e anche in Italia.
Ma furono anche anni di grandi delusioni. In polemica con i contenuti richiesti dall'Amministrazione statale e dagli Enti locali si dimise da progettista del Piano regionale campano e dal Piano regolatore di Napoli del 1969. In contrasto con il mondo accademico, nel 1958 rinunciò all'insegnamento universitario.
L'intransigenza morale e intellettuale lo condusse ad un ineluttabile isolamento. Se ne andò in punta di piedi nel 1984.

Quelle ville di Posillipo