Ricchezze e miseria di Caracas

- di Marco Ottaiano

Diario di un viaggio in Venezuela.
La sosta nella capitale. Cinque milioni di abitanti e due milioni di diseredati.
I quartieri splendidi
e le colline dei "ranchos".
Evitare i taxi abusivi.
L'oasi di lusso del Sambil, centro commerciale di undici piani. Tappe a Valencia, Puerto Cabello e Isla Margarita con la sua fauna multicolore: i pappagalli giallo-turchese e i fenicotteri rosa.
Il mito di Bolivar e l'ossessionante presenza di Chavez.

Teresa la conosciamo all'aeroporto di Fiumicino. Teresa va a Cuba, da sola. "Ma come da sola? Non è pericoloso?" le chiede Luca. "Voi piuttosto, vi rendete conto che siete diretti a Caracas?". È più di un mese, ormai, dal giorno in cui abbiamo deciso la nostra meta, che io e Luca ci sentiamo dire, da ogni parte: "Caracas? Evitatela! Limitatevi ad arrivarci e poi fuggite via". Per molti la capitale venezuelana è la città più pericolosa dell'America Latina.
Accanto a me in aereo è seduta una ragazza di Maracaibo, la città del petrolio. Si chiama Mairena e mi racconta che torna a casa dopo 14 mesi di studi in Germania. "Troverò il mio paese trasformato, un anno è tantissimo per una nazione come la mia". Anche lei, quando scopre che sono italiano, si unisce al coro: "A Caracas restate solo il tempo necessario.
Poi andate via! Il Venezuela è un paese incantevole, visitatelo in lungo e in largo, ma evitate di soggiornare a lungo a Caracas. Ogni giorno in più che vi trascorrerete farà aumentare le possibilità che vi capiti qualcosa di brutto. Evitate di andare a piedi di notte, e non indossate mai catenine e orologi, nemmeno di giorno".
Vediamo Caracas dall'alto mentre atterriamo. La circondano grigi nuvoloni caraibici e verdi colline. Su di esse pare esserci un'ombra grigiastra, quasi delle stesso colore delle nuvole.
Mairena ci accompagna a prendere un taxi, uno di quelli ufficiali, neri e con lo stemma dell'Ayuntamiento della città. Gli altri sono tutti abusivi, e c'è il rischio che vi portino da tutt'altra parte, ci spiega la nostra amica, con una sorta di sequestro lampo che vi priverà di tutto quello che avete.
Il tassista ci dà informazioni sull'albergo.
"Il Caracas Hilton? Una volta era il migliore, ma adesso lo gestisce il governo. È pieno di rivoluzionari cubani e di gente poco raccomandabile.
E poi è situato nel Parque Central, proprio a ridosso di alcuni fra i ranchos più pericolosi".
Lungo il percorso dall'aeroporto di Maiquetía al centro di Caracas è un continuo arroccarsi di baraccopoli sulle colline intorno e a ridosso della città. Migliaia. Sono i ranchos. Erano le ombre grigie che si scorgevano dall'aereo. Le ombre del boom degli anni '50, dei petrodollari e del mito della Città, che attirò eserciti di contadini spinti da un illusorio miraggio di benessere.
Il Caracas Hilton è effettivamente vicinissimo ad alcuni ranchos. Dalle nostre camere, al diciottesimo piano, il panorama ci lascia senza parole: l'alternarsi di grattacieli e di questa sorta di favelas è stupefacente; è una gara verso l'alto, fra gli architetti che hanno progettato quelle torri ultramoderne e i residenti dei ranchos, le cui "case" in legno si arrampicano fino ai vertici delle alte e verdi colline caraqueñas. È una gara fra ricchezza e miseria.
Il caldo è umido, non più di quello delle ultime estati italiane. Un taxi ci porta nel centro storico, la nostra idea è quella di ripercorrere subito le orme di Bolívar, l'eroe nazionale, il Libertador, nato proprio a Caracas il 24 luglio 1783. Visitiamo quella che è stata la sua casa, la chiesa di San Francisco dove si sono tenuti i suoi funerali, il pantheon nazionale dove sono custoditi i suoi resti, il piccolo museo di cimeli, l'immenso monumento in marmo e la piazza a lui dedicati. L'eroe è venerato come un santo e la sua presenza l'avverti in ogni angolo della città.
Il Paese da qualche anno non è più solo República de Venezuela bensì República Bolivariana de Venezuela.
È stato il presidente Hugo Chávez, nel '99, a volere questo cambio. Il presidente è l'argomento preferito di conversazione, e io e Luca ce ne accorgiamo presto. Nel percorrere l'Avenida Norte alla ricerca di un posto per mangiare, attraversiamo un mercato brulicante di voci e di cose. Non avvertiamo alcuna sensazione di pericolo. Riuscire a intavolare una conversazione con i caraqueños è facile, sono sempre loro a rivolgerci per primi la parola. Siamo una coppia insolita, ci dicono, è difficile capire di dove siamo. Luca lo prendono per un gringo, uno statunitense; il mio berretto verde militare (comprato a Napoli, a Porta Nolana) da queste parti lo indossano solo i cubani e i miei colori e il mio buon castigliano fanno il resto.
Quando sanno che siamo italiani ci chiedono cosa ne pensiamo di Chávez, cosa si dice di Chávez in Italia. Sarà la domanda più frequente che ci verrà rivolta. Il Venezuela è un paese che sta cambiando, e questo cambio va verso delle direzioni che gli stessi venezuelani non sono in grado di definire. Un occhio esterno può aiutarli a vedere le cose con un po' di chiarezza in più. Le nostre risposte saranno parse vaghe e confuse.
Chi è veramente Hugo Chávez?
Uno dei pochi amici di Castro, uno dei tanti nemici di Bush, un populista, un rivoluzionario, un "bolivariano". Uno che vuole affrancarsi una volta per tutte dagli Stati Uniti d'America.
Ma a quale prezzo? Attraverso quali sacrifici?
Ho la sensazione che la gente che popola il mercato dell'Avenida Norte sia, tutto sommato, dalla sua parte, e si aspetti che noi ne parliamo bene. La faccia e il nome del presidente sono onnipresenti nelle strade di Caracas. Su enormi cartelloni elettorali e striscioni colorati, nelle scritte sui muri, sulle pagine dei giornali.
Alla televisione. E alla radio.
Scopriamo che c'è addirittura un canale che trasmette i suoi discorsi ventiquattro ore su ventiquattro. Raggiungiamo il Sambil, un gigantesco centro commerciale in stile americano, a undici piani. E' una enorme oasi di lusso, di capitalismo occidentale.
È, di giorno, il luogo dove passeggiano le donne più eleganti e affascinanti, dove si recano le famiglie per lo shopping e per il pranzo, dove si preleva denaro dopo una lunga coda ai pur numerosissimi sportelli automatici. È il luogo dove ci si conosce e dove si danno la maggior parte degli appuntamenti di lavoro. È il luogo dove ci si sente più protetti, dove si indossano gioielli e orologi di valore, dove le finestre scure di questo gigante in vetro non ti permettono di avvertire la minacciosa presenza dei ranchos che, pure, non sono lontani.
Gli ultimi censimenti dicono che Caracas ha circa cinque milioni e mezzo di abitanti. Quanti di essi vivranno nei ranchos? Parliamo con due ragazze, in coda come noi alla fermata dei taxi. Si chiamano Ana e María Milagros. Ci accorgiamo subito che con loro è inutile discutere di temi sociali. Vogliono sapere dell'Italia, di come vestono le ragazze europee. Ci danno appuntamento in serata a un bar presso il San Ignacio, un'altra specie di centro commerciale che di notte diventa il maggior punto d'attrazione per i giovani caraqueños che vogliono lasciarsi andare alla rumba (parola che, in Venezuela, sostituisce ciò che negli altri paesi ispanici chiamano più semplicemente fiesta).
Ci chiediamo quanta gente viva nei ranchos. I dati ufficiali dicono quattrocentomila, ma non c'è nessuna certezza in merito. Secondo il vecchio tassista potrebbero essere anche due milioni. Il buio della sera rende i ranchos un incantevole, infinito, presepe notturno. Uno spettacolo di piccole luci rampicanti che dura per chilometri.
Per cenare scegliamo l'elegante quartiere di Las Mercedes. In un luminosissimo ristorante, dal tocco europeo, ci viene servita dell'ottima parrilla (carne alla brace), che accompagniamo con delle arepas, uno dei piatti tipici venezuelani, ovvero frittelle di grano farcite con molta roba, dal pollo al formaggio, all'avocado.
Cerco un'edizione venezuelana di Doña Barbara, uno dei più importanti romanzi ispanoamericani del Novecento. Il suo autore, Rómulo Gallegos, è stato anche il primo presidente democraticamente eletto. Era il 1947. Le librerie di Caracas, però, mi offrono soltanto edizioni spagnole.
L'editoria del Paese si dedica alla stampa di libri d'inchiesta, di saggi politici. Gli scaffali sono pieni di testi su cui spicca il nome di Hugo Chávez.
Libri che lo celebrano, libri che lo accusano, altri che ne satireggiano la già "rustica" immagine. Un libraio ci sente discutere in italiano e si avvicina. Ci parla a braccia conserte: "Il presidente ha rovinato questo paese, vuole renderlo simile a Cuba, ma noi non siamo Cuba, la nostra storia recente ci impedisce di esserlo.
Chávez è solo un furbissimo demagogo.
Pensate che ha imposto ad ogni radio nazionale e locale di trasmettere l'inno venezuelano quattro volte al giorno, alle sei del mattino e a mezzogiorno, alle sei del pomeriggio e a mezzanotte. Ha soltanto voglia di comandare e dà al suo elettorato più numeroso, quello povero e poverissimo, pane e case prefabbricate. Ma la classe media è con l'acqua alla gola, non ce la fa più".
Trascorriamo una serata nel quartiere de La Castellana, una zona moderna molto frequentata dagli studenti universitari. Vi arriviamo in metropolitana. Sull'enorme terrazza della birreria El León conosciamo Karina e Vanessa. Una studia economia, l'altra ingegneria. Vivono insieme. È dalla loro bocca che ascoltiamo il racconto più equilibrato sul paese. I pro e i contro del governo chavista, il progetto panamericano, le politiche sociali, i problemi del confine colombiano, l'ombra e il richiamo degli Stati Uniti.
Dopo Caracas, andiamo a Valencia, la terza città del paese, celebre per la movida notturna e per aver dato i natali a José Antonio Páez, il generale stratega, il braccio destro di Simón Bolívar e il primo presidente (1831) della Repubblica venezuelana.
La sua casa museo, ci dice lo stravagante direttore, custodisce ancora il suo spirito che ogni giorno, al tramonto, ama intrattenersi a chiacchierare con lui. Andiamo al Parque Nacional di Morrocoy, uno dei posti più spettacolari, e più afosi, di tutta la costa nord dell'America Latina, un insieme di banchi corallini e isole deserte e verdeggianti che formano stretti corridoi di mare trasparente fra pareti di verde lussureggiante.
Visitiamo Puerto Cabello, la città portuale dal pregevole centro coloniale, il posto più colpito dalle inondazioni durante la stagione delle piogge. Visitiamo Isla Margarita, frequentata dal bel mondo venezuelano, uno dei posti più "turistici" del paese, dove puoi ancora scovare spiagge deserte e incontaminate e una fauna che si mostra senza timori, come gli straordinari pappagalli giallo-turchesi e gli eleganti fenicotteri rosa. E poi gli stormi di pellicani che, a pochi metri dall'incantevole, semideserta e ventilatissima Playa Caribe, si gettano in acqua a peso morto, e ad intervalli continui e regolarissimi, per cibarsi dei numerosissimi pesci.
Ci spostiamo sempre in taxi, e sempre con lo stesso tassista, Marco, un giovane, loquacissimo costaricense di Valencia che conosce il Venezuela meglio del suo Paese. Si è trasferito "perché qui un pieno di benzina costa un dollaro e cinquanta, e tutto il resto è guadagno netto. E poi i venezuelani sul lavoro sono flaccidi, mentre io non mi stanco mai, perciò guadagno quanto tre di loro".
Ogni volta, per ogni nuova meta, Caracas è il punto da cui ripartire, la città alla quale bisogna far ritorno.
La rivediamo sempre con rinnovata curiosità, con occhi affascinati e appena intimoriti, come se vedessimo un magnifico, enorme squalo bianco, troppo distante per nuocerci.
La città ci sembra ogni volta più grande e indecifrabile, ma al tempo stesso più nostra.