Saba, la piccola regina delle Antille olandesi

- di Vincenzo Abate

È' un cono vulcanico rotondo, una roccia immobile nel tempo in mezzo al Mar dei Carabi.<br>
Una spiaggia nera che scompare d'inverno.<br>
L'ascesa al Mount Scenery attraverso 1064 gradini.<br>
C'è una sola strada nell'isola costruita da un falegname locale. Bottom, la capitale, è sul fondo del cratere.<br>
Una spiaggia nera che scompare d'inverno.<br>
Ci si arriva con un aereo come un libellula e l'atterraggio è emozionante su una pista di 300 metri che finisce con uno strapiombo.<br>
Ogni casa ha un giardino col cimitero familiare.<br>
Il menù della creola Diana Medera.<br>

Quello che mi dissero a Saint Maarten fu che a Saba ci si deve andare in aereo, anche se l'isola può essere raggiunta col motoscafo in un'ora. Ma arrivarci in aereo è più emozionante, dissero. E' stato proprio così.
Saba sorge dal mare, rocciosa, dura e maestosa, senza quasi spiaggia. Una gemella di Stromboli nei Caraibi. Effettivamente, il viaggio e l'atterraggio sono una delle avventure più forti nelle Antille del nord.
Dall'alto vedi l'isola: un cono vulcanico rotondo. Solo un promontorio più basso a pareti scoscese, quasi una grossa torre per tre lati a picco sul mare, rompe la geometria del cono.
Il porto esiste solo quando l'oceano non lo spazza via: una banchina attaccata alla roccia su un mare profondissimo. Poche barche attraccano a quel molo. Vi arriva il postale quando il mare è calmo e solo una volta alla settimana.
Questa è Saba, regina caraibica, e questa è l'isola.
L'atterraggio sulla corta pista scavata nella roccia della torre è davvero emozionante. Solo alcuni piloti ed alcuni aerei speciali vi possono atterrare. E' quello che dicono a bordo mentre il nostro acrobatico "Stoll" cala in picchiata sulla pista lunga solo 300 metri, tutti in discesa. Dicono anche che non bisogna farsi vincere dalla paura. Nessun aereo è mai caduto.
Il volo che parte dall'aeroporto "Queen Juliane" di Saint Maarten dura venti minuti. Dopo il decollo, quando si è in quota, la parete rocciosa di Saba si avvicina sempre più velocemente.
Si aspetta da un momento all'altro una virata, ma la piccola libellula punta con decisione contro la parete che si ingigantisce sempre di più. Le mani si stringono ai braccioli dei sedili, siamo pronti all'impatto definitivo. Ma, prima che l'urlo esploda, l'aereo vira improvvisamente di 90 gradi e si tuffa in picchiata sulla pista che, anche da vicino, appare piccola come un fazzoletto.
Lo "Stoll" tocca il cemento, arriva a due metri dal ciglio opposto, gira e si ferma davanti ad una baracca di legno dove di pomposo c'è sola una grande tabella, più grande della baracca stessa, con la scritta "Airport Juancho Jrousquin".
Fuori dal minuscolo aeroporto è quasi obbligatorio prendere un taxi se si vuole visitare l'isola.
Il tassista è più che un conducente d'auto. E' una guida turistica, un compagno allegro, un amico che ti rende il posto gradevole e ospitale. Si chiama Patrick.
Per l'intera giornata ci affidiamo a questo strano e sicuro compagno che, come tutti gli isolani, discende direttamente dai primi colonizzatori provenienti dall'Europa, olandesi, scozzesi, irlandesi, di cui Saba racchiude le caratteristiche e conserva le tracce. A partire proprio dagli olandesi, probabilmente dei naufraghi che trovarono tanto bello il posto da rimanerci per sempre. Fecero arrivare le loro donne e diedero vita al nucleo che si consolidò nel tempo.
Ancora oggi esistono sull'isola gli stessi cognomi: Mac Mahon per gli irlandesi e Tihrkield per gli scozzesi. A Saba si rassomigliano tutti: non bisogna meravigliasi se durante il percorso incontrate qualcuno che vi sembra di avere già visto prima. Bianchi e neri hanno tratti somatici identici, frutti di coppie antiche riprodottesi nel tempo.
A Saba c'è una sola strada. Gli ingegneri olandesi del 1918 dissero che nessuna strada poteva essere costruita sull'isola: troppe difficoltà presentava la natura del suolo. Allora un certo Joasephus Lamber Hassel, un falegname dell'isola che aveva appreso nozioni di ingegneria per corrispondenza, scavò letteralmente nella roccia una serpentina che dai 40 metri sul livello del mare porta sino ai 70 metri d'altezza del primo villaggio, Windward Side, e poi giù sin nel cratere spento del vulcano dove si trova la piccola capitale: Bottom, cioè il fondo.
Da Windward, attraverso i 1064 gradini scavati nella roccia, si sale al Mount Scenery da dove si può godere una vista fantastica da oltre cento metri. Sotto è l'oceano, di fronte Statia e, un po' più lontano, Nevis e Saint Keets. Ai due lati dell'interminabile scala c'è una vegetazione spettacolare: begonie, ibyscus, mango, palme, orchidee e, intorno, tante case tutte in primo stile coloniale olandese e tutte con accanto il cimitero degli avi.
A Saba, gli abitanti sono profondamente attaccati alla loro terra e alla loro casa. Qui essi vivono e muoiono. Nello stesso spazio convivono la vita e la morte in una continuità perenne. Lo testimoniano i cimiteri nei giardini accanto alle case che nessuno oserà mai vendere, perché i morti non si vendono. Essi sono lì a testimoniare il passato.
Tutto questo vedi e impari a Saba da un popolo semplice per il quale "il tempo è fermo nel tempo". Prima di avviarci per l'arrampicata a Mount Scenery, prenotiamo il lunch nel villaggio di Windward Side allo "Scout Place Restaurant". Il proprietario, uno scozzese Thirkield, si è ritirato recentemente dall'attività. Il posto è gestito dalla sua vecchia cuoca, Diana Medera, una donna creola non più tanto giovane ma ancora bellissima. Il menù è scarno: carne di capra, granchi imperiali e pollo al curry. Il tassista ci dà fretta perché vuole mostrarci tutta l'isola prima che muoia il giorno e dobbiamo andar via.
Riprendiamo la strada del quasi ingegnere Joasephus e, serpeggiando sul lato sud dell'isola, scendiamo nel cratere. Immersi nella foresta sub-tropicale intravediamo la piccola bianca capitale. Pochi villini, un ristorante, il municipio e, sorpresa, anche un night club dove la sera si ballano le antiche danze olandesi e scozzesi. Qui non c'è posto per la musica afrocaraibica.
Patrick si ferma nella piazzetta del paese attorniata di verde e ci mostra la via per Fort Bay, il porto. Sono 500 gradini anch'essi ricavati nella roccia viva. Ecco l'unico approdo dell'isola dove, racconta con orgoglio il tassista, un pugno di isolani riuscì a respingere sempre gli invasori e gli avventurieri che ripetutamente volevano impadronirsi di questo strano scoglio.
Per queste scale, racconta Patrick, fino a qualche anno addietro tutto quello che una nave riusciva a scaricare doveva essere sollevato dagli abitanti dell'isola e portato a spalla sino alla capitale. L'elettricità è giunta nel 1968. Illuminò l'isola tra grandi feste e fuochi. A Saba anche la televisione è una conquista recente.
A Fort Bay c'è una stazione con un compressore potente. Lo utilizzano esperti maestri subacquei che hanno barche attrezzate per le spedizioni nei Carabi alla scoperta delle foreste di corallo disseminate lungo i reef profondi e ricchissimi di fauna: tartarughe, mante giganti, barracuda e pescecani caraibici che non sono quasi mai pericolosi. Patrick ci mostra una piccola spiaggia grigia, quasi nera: "Scompare d'inverno". E' la Swell Bay.
Risaliamo, attraversiamo Bottom e ritorniamo a Windward. Ci fermiamo alla Scout Place, il punto d'incontro dei locali. Qui si conosce la gente del posto. Ci intratteniamo con Diana Medera: lei parla quasi una nenia spagnola con accento olandese. Pollo al curry, un po' di riposo sul terrazzo, il mare lontano e poi il ritorno a Saint Maarten.
La minipista. Il mini-aereo che lascia la rupe. Si alza, aleggia
come una farfalla, raggiunge le nubi e noi guardiamo indietro. L'isola non esiste più, è ormai un'ombra evanescente. Ma sappiamo che, oltre le nubi, Saba esiste immobile nel tempo, dove passato, presente e futuro si fondono nel giorno che scompare.
Saba indimenticabile per la particolarità degli abitanti, per le foreste tropicali e mediterranee insieme, per le sensazioni di gioia ed angoscia che sa donare, isola rude e selvaggia sperduta nell'oceano. Esempio commovente di amore e di tenacia di un pugno di uomini per un pezzo di roccia nel mare.

Saba, la piccola regina delle Antille olandesi