Indice
- Numero 22 - Aprile 2006
- L'Editoriale - Compleanno all'acqua di mare
- La goletta del bambino piemontese
- Il viaggio verso Capri al tempo dei vaporetti della Span
- L'alloro magico di Virgilio
- Quell'alba sul mare e la colomba che guidō i fondatori di Cuma
- Gli amici del muretto a Marina di Campo
- L'onda verdeazzurra che carezza Chiaia di Luna
- Le principesse del mare
- La suggestione di Stromboli raccontata da Stefanino
- La musica del mare
- Sei uomini in barca
- Lettera da San Pietroburgo
- Quando Eleonora Duse andō a Parigi a sfidare Sarah Bernhardt
- Quelle ville di Posillipo
- L'officina delle navi rinnovata nel porto di Napoli
- Il segreto dei Templari
- Il reporter dell'isola
Sei uomini in barca
- di Mimmo Carratelli
L'impresa del norvegese Thor Heyerdahl che con cinque scandinavi andò su una zattera dalla costa del Perù alla Polinesia coprendo ottomila chilometri di mare
in 101 giorni. Voleva dimostrare che le isole del sud erano state popolate all'origine da gente salpata dal Perù.
L'eccezionale traversata avvenne nel 1947 e il successo stupì il mondo. La straordinaria varietà di pesci incontrati nell'oceano Pacifico. L'imbarcazione, denominata "Kon-Tiki" e fatta di massicci tronchi d'albero della giungla ecuadoriana, resse fino all'arrivo a Raroia quando l'ultima valanga d'acqua la ridusse a un relitto.
I tronchi di legno di balsa arrivarono dalla giungla di Quivedo nell'Ecuador. Pesavano ciascuno una tonnellata e il più lungo era di 14 metri. Da un lato e dall'altro del tronco più lungo furono sistemati quattro tronchi di una diecina di metri. Per tenerli uniti, furono legati con gomene che facevano presa su grosse zeppe conficcate nei tronchi. Questa fu la base della zattera che si andava costruendo nel porto di Callao, in Perù.
Tronchi più piccoli vennero poggiati e legati con corde di fibre vegetali sui nove più grandi. Sulla zattera vennero issati due alberi di mangle, una pianta che forniva legno duro come il ferro. I due alberi, affiancati, vennero uniti in cima. Due pali di bambù composero la barra trasversale che avrebbe sostenuto la vela quadra.
A poppa della zattera fu creato un riparo, una specie di capanna di canne di bambù con pareti di paglia intrecciata. Il tetto, fatto di traversine, fu ricoperto da coriacee foglie di banano. Al centro fu sistemata una copertura di stuoie intrecciate di paglia di bambù. Per tenere tutto unito furono usati trecento canapi di varia lunghezza.
Fra i tronchi vennero inseriti cinque tavole di pino che sporgevano in basso per un metro e mezzo. Avrebbero funzionato da chiglie per evitare che, in mare, la zattera, piatta, si rovesciasse. Un ceppo di balsa fu sistemato a poppa per reggere il timone, un remo lungo sei metri dello stesso legno durissimo degli alberi della zattera.
Furono caricati 56 barilotti contenenti 1100 litri di acqua potabile e, poi, verdura, caschi di banane, cesti di frutta e 200 noci di cocco, più otto casse con strumenti scientifici, pellicole ed effetti personali dell'equipaggio.
Per giorni e giorni lavorarono alla costruzione della zattera sei scandinavi e venti marinai inca con le accette, le scuri e i martelli piagandosi le mani per tirare e annodare i canapi. I sei scandinavi erano Thor Heyerdahl, 33 anni, archeologo norvegese, con la faccia lunga, rassomigliante al duca di Edimburgo, biondo; Bengt Danielsson, uno spilungone con la barba rossa; Torstein Raaby, un gigante con gli occhi celesti e la barba bionda; Erik Hesselberg, pittore e suonatore di chitarra; Hermann Watzinger; e Knut Haugland, esperto radiotelegrafista.
Quando la zattera fu pronta furono portati a bordo un pappagallo verde, una Bibbia, una radio ricetrasmittente, una vecchia bussola, sei sacchi a pelo e una modesta lampada a paraffina. La signorina Gerd Vold, che aveva coordinato le operazioni, prese una noce di cocco già spaccata e la lanciò contro la zattera che fu spruzzata di latte di cocco. Fu il battesimo che sostituì lo champagne.
Thor Heyerdahl, che poteva definirsi un marinaio d'acqua dolce, aveva in mente il piano folle di dimostrare che le isole della Polinesia, lontane ottomila chilometri, erano state popolate all'origine da gente salpata dal Perù a bordo di zattere di cui aveva fatto costruire una copia identica. Avrebbe fatto lo stesso percorso per dimostrare la sua tesi. Gli esperti dissero che la zattera di Thor Heyerdahl non avrebbe resistito più di quindici giorni in mare. Per arrivare in Polinesia, dal porto di Callao, erano previsti almeno cento giorni di navigazione. Una sfida al limite dell'impossibile.
La zattera con i sei uomini, battezzata "Kon-Tiki", salpò fra lo scetticismo e l'allarme generali. Puntò la prua a ovest. Uscì dalla fitta nebbia del litorale peruviano e trovò un cielo azzurro. Era il 28 aprile 1947.
Navigò al di sotto dell'equatore sfruttando in partenza la corrente che salendo davanti al litorale peruviano dall'Antartide, con acque gelide, piegava poi ad occidente. Il "Kon-Tiki" puntò non solo sul favore del vento, ma anche sulla corrente antartica e, poi, sulla corrente sud-equatoriale che avrebbero spinto la barca a ovest, verso la Polinesia.
Il "Kon-Tiki", grosso, largo, pesante e solido, navigò di giorno in un mondo deserto e azzurro e, di notte, su un mare nero e sotto un cielo nero, infilando e sollevandosi su creste alte e basse, aguzze, mozze, trasversali, planando sicuro nel cavo delle onde. I canapi, gonfiandosi con l'acqua, tennero più saldi i tronchi. Il Pacifico passava dall'immobile silenzio dei giorni di calma all'urlo terrificante dei giorni di tempesta. La prima metà del viaggio fu allietata da brezze leggere.
Thor Heyerdahl e i cinque scandinavi si inoltrarono nel più spettacolare acquario del mondo. Cominciarono col vedere un fitto banco di sardine, poi tonni, bonitos e dorados, videro i pesci volanti e sciami di cavalli marini. Avvistarono il primo pescecane lungo otto metri, di colore azzurro. Incontrarono i grandi calamari con gli occhi verdi e conobbero lo squalo-balena con la testa larga e piatta come una rana, gli occhietti ai lati, la bocca di rospo e un corpo mostruoso, il più grande di tutti i pescecani, lungo fino a 15 metri.
Pescavano più pesce di quanto ne mangiavano. Dopo averli presi all'amo, afferravano i pescecani per la coda, che ha una tacca fatta apposta per essere afferrata, tirando sulla zattera quanto più coda potevano perché, immobilizzandola, il pescecane non era più in grado di nuotare. Con il capo in giù, si irrigidiva per lo stomaco che, in quella posizione, gli calava sino alla testa. Tratto a bordo si dibatteva furiosamente. Qualcuno finiva con l'arrendersi, altri riuscivano a rituffarsi in mare.
Quelli del "Kon-Tiki" navigavano con una temperatura diurna di 27 gradi ed ebbero un originale contatto con un radioamatore di Los Angeles, Harold Kemper, operatore cinematografico con moglie svedese che si incaricò di rassicurare le famiglie scandinave della buona salute dell'equipaggio. Heyerdahl annotò sul giornale di bordo: "E' l'unica persona al mondo che ci sappia vivi".
A metà viaggio cominciarono le tempeste. Muri d'acqua si rovesciarono sul "Kon-Tiki", ondate mostruose forse provocate dai cambiamenti del fondo dell'oceano. Al sessantesimo giorno, un cavallone spazzò il ponte e trascinò in mare il pappagallo verde. "In un giorno - scrisse Heyerdahl - ci sono rovesciate addosso più di diecimila tonnellate d'acqua". Nella calma seguente, i pesci sembravano impazziti. Il tempo rimase instabile con improvvise raffiche e forti acquazzoni. Una bufera successiva piegò il timone e sbrindellò la vela. Altre due tempeste ridussero male il "Kon-Tiki", ma i tronchi e i canapi resistettero.
Due enormi gabbiani, con ali di un metro e mezzo, furono l'annuncio della Polinesia, dopo tre mesi di navigazione. "Si va sempre avanti, mai che il mare ci spinga a tornare verso l'America" annotò Heyerdahl. Gli uccelli che si fecero più numerosi e nubi solitarie all'orizzonte annunciarono la presenza di isole, ma il vento che calò allontanò la zattera da Futuhiva, il primo possibile approdo. Gli acquazzoni rifornivano d'acqua l'equipaggio che si ristorava con frequenti bagni di mare e ingurgitava zollette di sale per l'abbondante sudorazione. Le noci di cocco offrivano una bevanda refrigerante.
Il 21 luglio il "Kon-Tiki" passò a sud delle Isole Marchesi, distanti trecento miglia. Poderose balene, di cui udivano il profondo respiro, e calamari giganti furono compagni di navigazione dei sei marinai. Grumi di plankton offrirono un cibo gustoso, cattivo all'odore, ma buono da mangiare. Il gusto era tra il caviale e il salmone. Videro il pesce-pilota a forma di sigaro, striato come le zebre. E un giorno avvistarono un pesce sottilissimo che si eresse in verticale sul mare e poi si immerse a spirale, come un serpente.
Sopra e sotto la zattera scorreva sempre lo stesso mondo, onde e pesci, sole e stelle. Avvistarono rari gabbiani rapaci e uccelli con code mastodontiche, come gigantesche rondini. Erano le fregate.
Avvistarono un isolotto a poche miglia con un basso lembo di bosco dietro una spiaggia soleggiata. "Abbiamo raggiunto la Polinesia" scrisse Heyerdahl. Ma le correnti locali, incontrollabili, allontanarono la zattera da quella meta. Il 31 luglio avvistarono un'isola proprio sulla rotta del "Kon-Tiki" con verdi palme di cocco e uccelli bianchi sul palmeto. Una scogliera di corallo era l'ostacolo da superare senza sfasciare la zattera. Cominciò una faticosa manovra.
Videro uomini sulla spiaggia dell'isola e poi due canoe dirigersi verso il "Kon-Tiki". Era l'isola di Angatau. Dopo 97 giorni di navigazione erano giunti in Polinesia. Ma la manovra di avvicinamento all'isolotto fallì. Il "Kon-Tiki" tornò al largo. Navigò ancora tre giorni senza vedere terra. Poi l'avvistamento di Raroia, ma sempre con l'ostacolo della barriera corallina da superare. Il finale si annunciò drammatico. L'equipaggio si tenne aggrappato ai tronchi di balsa. Se la zattera si fosse sfasciata si sarebbero salvati così. Onde gigantesche arrivarono a poppa, "muraglie di vetro verde". Il rimbombo della risacca era mostruosamente cupo. Quattro onde smisurate ridussero il "Kon-Tiki" a un relitto, l'albero schiantato, il timone frantumato, ma ressero i nove tronchi della base.
Passando sugli acuti blocchi di corallo, aggrappati ai tronchi piccoli e alle casse di bordo, i sei marinai del "Kon-Tiki" superarono la scogliera e sbarcarono a Raroia, uno scoglio deserto dal diametro di duecento metri. Era il 7 agosto, dopo 101 giorni di navigazione. Accesero il fuoco e furono avvistati dall'isola di Tikaroa. Arrivò un corteo di canoe col capo dell'isola, un polinesiano alto e slanciato. Trasportati a Tikaroa, che contava 127 abitanti, Heyerdahl dette al mondo, via radio, la notizia dell'impresa compiuta. Tahiti non era lontana.
Sulla barriera corallina di Raroia rimasero i resti del "Kon-Tiki".
