Splendori e decadenza dell'Atene dell'Adriatico

- di Vito Pinto

Così Machiavelli definì Ragusa, la città dalmata che ha preso il nome di Dubrovnik.
Potenza marittima e commerciale, diventò la banca di re e principi balcanici con una Zecca fiorentissima. Le sue navi si spingevano ovunque rivaleggiando con Venezia. Un governo illuminato promosse l'assistenza sanitaria gratuita per tutti i cittadini richiamando i più noti medici della scuola salernitana. Ma Ragusa attirò anche dotti bizantini, umanisti e gli architetti più famosi che resero splendida la città.
Napoleone la incorporò nel Regno d'Italia.

La Ragusa della costa dalmata per secoli è stata una potenza marittima e commerciale del Mediterraneo. Aveva rapporti con Salerno e la sua Schola Medica, con la Repubblica Marinara di Amalfi e con la città de la Cava.
Nei suoi "Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio", Niccolò Machiavelli, tra le città illustri, insieme ad Atene, Roma, Alessandria d'Egitto, Firenze e Venezia, cita anche la città di "Ragusi", definendola "l'Atene dell'Adriatico". Perché tanto accostamento della dalmata Ragusa (l'attuale Dubrovnik, per intenderci) a città di sicura nobiltà storica e culturale?
Spulciando le pagine della storia, non certo ingiallite anche se dimenticate dalla memoria dell'uomo, si scopre che Ragusa era città di intensa vita culturale, fiorente di commerci, adorna di splendidi monumenti, intraprendente e soprattutto era Repubblica Marinara, al pari delle storiche quattro Repubbliche italiane, che terminò la sua esistenza, per decreto di Napoleone Bonaparte, nel 1808, cioè nove anni dopo la scomparsa della ben più potente Serenissima Repubblica di Venezia.
A leggere la storia della Repubblica
Marinara di Ragusa si scopre che il titolo datole dal Machiavelli era ben meritato, stante la nobiltà di questa città che aveva "l'Accademia dei Concordi", un sistema di assistenza sanitaria avanzato e chiamava artisti da ogni dove per darsi un volto raffinato e confacente al ruolo che svolgeva in quel tratto dell'Adriatico, ma anche nei rapporti con le altre nazioni.

La sua fondazione rimanda al fascino del mito di Cadmo re di Tebe e della dea Armonia, figlia di Ares ed Afrodite, data a quel re in sposa dallo stesso Zeus. Nelle "Notizie istoricocritiche sulle antichità, storia e letteratura de' Ragusei divise in due tomi e dedicate all'eccelso Senato della Repubblica di Ragusa", Francesco Maria Appendini ricorda l'episodio dell'arrivo nei luoghi dell'Illiria abitati dagli Enchelei di Cadmo e Armonia, soprattutto per volontà della regina che era nativa di Tracia, allora parte dell'Illiria.
Ma al di là del mito la storia registra guerre e distruzioni all'origine della fondazione di Ragusa. Correva, infatti, l'anno 615 d.C. quando le orde degli Àvari devastarono la Dalmazia distruggendo, tra le altre, la città di Epidaurum, già fondata da coloni della greca Siracusa. I superstiti abitanti si rifugiarono su una poco distante isoletta chiamata "Lau" che significa "rupe". Qui fu fondata una città chiamata Ragusium, che crebbe e si espanse nei secoli all'ombra di un sistema difensivo sempre più articolato ed efficiente. Più a nord gli abitanti dell'Eridania, di fronte alle orde barbariche, furono costretti a salvarsi su alcune isolette, dove fondarono una città chiamata Venezia.

Ma nonostante le fortificazioni, per Ragusa non terminarono gli assedi, anche aspri come quello subito nell'866 ad opera degli Arabi, tanto che si dovette inviare un'ambasceria a Costantinopoli per chiedere aiuti all'imperatore Michele III, il quale inviò una flotta capitanata da Niceta Orifa. Questo episodio sta a significare che Ragusa già allora aveva rapporti diretti con Costantinopoli, non solo ma la sua presenza come Repubblica Marinara è confermata dal trasporto effettuato nell'870 di aiuti per l'Imperatore d'Oriente all'assedio di Bari. Nel decimo secolo l'Adriatico era percorso dai pirati della Narenta, forza tanto notevole che la stessa Venezia dovette più volte venire a patti con loro. Ma nella seconda metà del 900 successe un fatto che venne registrato nella storia della città con grande impressione. Nelle cronache di Nicolò Bagnina del XVI sec. si legge che i veneziani giunsero sotto le mura di Ragusa per "opprimerla e soggiogarla". Era una di quelle spedizioni che la Serenissima faceva per rendere almeno tributarie le città dalmate. Si racconta che la città era ormai vicina alla disperazione quando "un certo devoto e pio sacerdote di nome don Stoico" ebbe la visione di San Biagio che assicurava la sua protezione. Il prete corse a raccontare il sogno ai Rettori di Ragusa e di lì a qualche giorno, pressati dai pirati narentani, i veneziani dovettero trasformarsi da aggressori a difensori di Ragusa. Fu così che al termine dello scampato pericolo, San Biagio "fu eletto e proclamato primario patrono della Repubblica di Ragusa" e la sua effigie non solo sventolava sul vessillo della città, ma venne coniata anche sul pèrpero, la moneta che la Repubblica batteva, con alle spalle le turrite mura della città e la scritta "Republicae Ragusinae S. Blasius Protector". Ma la Repubblica marinara non soltanto riesce a sopravvivere in quegli anni funestati dai pirati della Narenta, dagli Uscocchi e dalle guerre contro gli "infedeli" sino alla battaglia di Lepanto, ma diventa uno dei più importanti Stati mediterranei per la potenza economica fondata sulla marineria e i commerci terrestri e marittimi.

Tutte le città della costa adriatica occidentale ebbero rapporti commerciali con Ragusa, tutte le potenze balcaniche ebbero con Ragusa qualche trattato economico. E la città cresceva e si espandeva, aggregando anche altre città della costa o dell'interno sotto la sua giurisdizione. Così un po' alla volta la città divenne "sicuro centro di deposito del denaro dei tesori di re e principi balcanici - scrive lo storico Giuseppe Praga - diventando quasi la banchiera e l'amministratrice del patrimonio mobile.
E la sua zecca fu la più fiorente ed attiva".
Le navi ragusine attraccavano nei principali porti spagnoli, grazie ad alleanze con i regni d'Aragona e Castiglia, dell'Italia meridionale e insulare e su gran parte della Toscana marittima.
Certamente le capacità di espansione erano frutto di un "buon governo" della Repubblica e delle doti diplomatiche dei governanti.
Di volta in volta i vari Priori e Consigli Reggenti della città stipularono non solo contratti commerciali ma anche trattati politici tra i quali, quanto mai interessante, è quello stipulato con il normanno Roberto il Guiscardo di Salerno. Secondo l'accordo e per opporsi ai veneziani, i ragusini "nel 1080 diedero due grosse galere armate a Guiscardo, che col fratello Goffredo trionfò presso Durazzo delle forze di Alessio Commeno e di Domenico Silvio Doge di Venezia". Sul soglio di Pietro regnava Papa Gregorio VII, "ospite" a Salerno del Guiscardo. Tutto questo metteva Ragusa in grado di rivaleggiare con Venezia. D'altra parte già nel 1272 la città si dota di statuti per un governo aristocratico. La città ha uno "Specchio", cioè un "Libro dei Nobili", che formano un Consiglio Maggiore e un Senato. Il potere esecutivo è invece demandato ad un Consiglio Piccolo composto da sette membri retti da un Priore o Rettore. Di sicuro la nobiltà si divideva per cultura, in quanto vi erano i Sorbonesi e i Salamanchesi, a seconda dell'Università frequentata. La città era ricca e il benessere sociale era palese. Basti pensare che l'assistenza sanitaria era gratuita per tutti i cittadini ragusini sin dal Medioevo, né vi era tassa sui medicinali.

Tra l'altro il governo di Ragusa pretendeva per i suoi cittadini medici di chiara fama, che faceva venire dalla prestigiosa Schola Medica Salernitana. Così dagli archivi ragusini balzano fuori i nomi del magister Ricardus de Salerno, medicus phisicus e il magister Petrus Marangius, phisicus de Salerno. L'opera dei medici doveva essere gratuita per tutti i cittadini di Ragusa, ma potevano farsi pagare dai forestieri. E siamo nel 1302. Con i medici salernitani, i dotti bizantini, gli umanisti, a Ragusa giungevano anche architetti famosi, perché la città fosse all'altezza dello splendore e della fama che si era conquistata. Tra gli altri artisti fu chiamato Onofrio de Jordano de la Cava che nel 1435 diresse i lavori di costruzione del nuovo Priorato, cioè il Palazzo del Governo, oltre a costruire la fontana piccola e la grande fontana, ancora presenti nella città. E intensi rapporti commerciali furono tenuti anche con la Repubblica di Amalfi. La decadenza cominciò nel sec. XVII, ma la scomparsa della Repubblica Marinara di Ragusa si ebbe nel 1808 con l'ingresso in città del generale francese Marmont, comandante delle truppe napoleoniche in Illiria, che sciolse il Governo e il Senato di Ragusa, incorporando la città al Regno d'Italia. In un atto di estrema ed alta dignità nobiliare, il patriziato ragusino sembra abbia deciso il "suicido biologico" non procreando più prole e decretando, così, la sua estinzione.