Indice
- Numero 8 - Aprile 2004
- L'Editoriale - Festa di compleanno
- Lettera da Capri a una rondine
- Il principe ischitano delle lumache che sta a guardare Miriam Bru
- La macchia rossa di Pupetto di Sirignano
- L'uomo della Maddalena che fa i biscotti per la falchetta Gavina
- La medusa di Lampedusa
- I corsari dell'Isola Azzurra
- Il Circolo Italia dove il mare č pių blu
- La penna, mille pagine, il sigaro, la spider
- Da Trani a Capri con il "Magia Quattro"
- Storie e personaggi di Pantelleria
- L'antologia delle isole
- Viaggio all'Isola di Pasqua
- Quel terrazzo di Stromboli col Vichingo, il poeta, Polifemo e zio Tano il naufrago
- Ventimila titoli sotto i mari
- Approdi di bellezza
- L'uomo che ama il Capri Diem e le donne sole
- L'amore finisce a Brussa
- Il reporter dell'Isola
Storie e personaggi di Pantelleria
- di Carlo Nicotera
La bicicletta del Notaio e i calamari imbottiti di sua moglie Maritella. Ruben, il più grande pescatore di aguglie, racconta dei suoi tempi a caccia di marlin a IslaNegra.
Le lance a vela di Mimmo il farmacista.
L'enologo Fiorino disceso dal Piemonte al Sud.
Alla scoperta delle patate di Turi, occhi blu e capelli bianchi.
Ennio allevava aragoste in Tunisia, ora accende la luce sullo Scoglio Nero.
Lo sbarco dei vip.
Pierferdinando Casini cerca casa.
Onnivoro come sempre di viaggi, cibi e vini, il Notaio scende lungo la banchina con la sua bici Cinelli, raffinato marchingegno di gran design che non ha niente a che vedere con le asperità di Pantelleria. Ma che volete? Il Notaio è un collezionista di idee e per essere un notaio ti sorprende con le sue nuvole surreali, che nel privato della sua vita tengono insieme gli universi multiformi che approdano sullo Scoglio, che nero appare a chi sbarca, ma che ha il cuore di sole e il cielo di boschi color dell'oro e viola.
Si ferma sulla banchina dove il mare risacca rumoroso in questi giorni di vicinosa primavera così mutabili e violenti che quasi ti fanno dimenticare gli assolo del sole estivo. E mentre il mio amico cormorano su quel che resta dell'antico molo cartaginese - giusto al centro del porto - stende le ali come una Nike di Samotracia per asciugarsele prima del tuffo successivo, il Notaio è raggiunto da Mimmo, il farmacista. Gran velista - semi a riposo - fa l'armatore di quelle lance a vela, figlie del vento (come l'isola) e della tradizione della caccia al pesce spada. Guarda un po' tu, barche di quattro metri e mezzo con quasi quaranta metri di vela a riva. Roba che pure in quattro e con una zavorra di 70/100 chili pensi che non si riesca a tenerle. E invece, quando regatano, le tengono, e anche così bene che i panteschi appassionati si affollano su moli e banchine, e si giocano anche più di una cena, occupando pomeriggi interi a vederle che fanno concorrenza a gabbiani, sule e fregate che migrano o si fanno solleticare il ventre dal pelo del mare. Si guardano, i due antichi amici: un'intesa, uno sguardo, un sorriso per organizzare una cena finalmente, dopo i lunghissimi walzer dell'estate, senza gli afflitti del gran tour dei turisti e senza le malincolie più profondamente invernali. Una cena da tressette e grappa, e Timbarin che è un amaro tunisino.
I calamari imbottiti di Maritella, la moglie del Notaio, sono quasi zuccherosi, si sciolgono in bocca come giuggiole, sono lacrime di abisso che ti riempiono col pan grattato il fondo dell'anima, e lasciano lo spazio per tutto il resto: meraviglie linguistiche prima che gastronomiche, fino a quelle gelatine di frutta che sembrano tramonti e albe al color dell'arancio o nuvole fragolate o aurore al limone boreale.
Roba buona per i vini di Fiorino, l'enologo che oggi preferisce fare il manovale o poco più, e che a vent'anni, dopo uno spezzo di vita nel grigio e barbera dell'alto Piemonte e nel profumo dei brasati e dei tartufi di Alba, si avviò con una Seicento celeste-sabbia verso il Sud. Racconta sempre di quel passaggio - quasi un Paolo Conte ante litteram - da Alessandria alla Liguria, lungo il passo della Scoffera, dalla pioggia al sole, dalla nebbia al giallo. E qualcosa deve essergli rimasto di quella emozione violenta, di quello strappo felice dal nulla al più, se in tutti i vini che lui ha creato si respira questa ambiguità felice, fra rigore savoiardo e fiume lavico. Chi di voi non ha bevuto un Falerno o un Solimano - l'uno denso di argille e vulcani campani, l'altro di profumi africani e minerali siciliani -, non ha capito che cos'è la sintesi felice del bene e del male, sempre inseparabili, come la passione e l'estetica.
Beh, insomma, stasera si beve il vino di Fiorino. E quando ne parlo con il mio vicino, Turi, lui sogghigna. Turi ha 70 anni, e come me, al tramonto di certi giorni, da casa vede l'Africa. Fa un vino selvaggio, anche se lui è leggiadramente chiamato "Billizzi". Alcuni dicono perché ha gli occhi blu più intensi del Canale di Sicilia, che fanno un contrasto pazzesco con i capelli bianchi e la pelle sempre rosolata dalla vita tra uva, capperi, ulivi e le meravigliose ore di solitudine giù, sugli scogli di Suvaki, a pescare quintalate di occhiate, salpe, saraghi e ricciole.
Altri dicono che il soprannome venga da un vecchio podere posseduto dal nonno di Turi, dove c'erano delle pietre così meravigliose, pur in una terra che è infinito ricamo di magma e merletti di sulfuree irrequietezze geologiche, che quelle stalagmiti di lava erano chiamate, appunto, "Billizzi".
Bellezze. Bellezze. Bellezze come queste schegge di esistenze che ognuno di noi, su queste frontiere più volte perdute e ritrovate, rappresenta. Solo che Turi ha capito - lui, con tre figli, moglie, generi e nipoti - quanto ognuno di noi possa essere solo, tristemente o meravigliosamente solo. Sempre, come quando pressato dalla moglie - manco a dirlo, Maria - che si lamenta perché lui preferisce stare sempre solo in campagna, le risponde: "Stare sulla terra a piedi nudi con le mani su una pianta non è solitudine, è libertà". Insomma lui sa che per certe anime irrequiete non c'è isola che tenga, non c'è scoglio che plachi; anzi quella pietra t'aiuta solo a fare più spessa la scorza...
Grande Billi, che guarda i grandi nomi che abitano e attraversano lo Scoglio Nero - da Armani a Ferri-fotografo-di-moda-sposato-con-la-Alessandra-Ferri; dall'ex ministro Mannino a Giannino Tenconi, presidente degli Amici della Scala; a Italo, che fa il più straordinario infuso di mandarini cinesi; a Italo Cucci giornalista di fama che esibisce una infinita collezione di berrette di cotone all'uncinetto colorate con lo sguardo di chi ha capito e visto e deciso.
Un giorno Turi-Billi, mi ha preso per mano. Mi ha portato su un pezzetto della terra che invece di farci da confine ci fa incontrare, la mattina per un caffè e di giorno per una parola e di sera per uno sguardo al tempo, e smuovendo con le mani la terra morbida di Contrada Grazia, mi ha detto: "Guarda!". Ha spostato ancora un po' di quel bene prezioso e ha tirato fuori otto, nove patate: "Vedi? Dove c'è terra non c'è mai fame". Un miracolo, un miracolo. Tutti sappiamo che la patata non ha semi. Ma chi sa che tu metti una patata sotto terra al suo giusto tempo, che cresce una piantina e che quando la piantina si affloscia, e la patata che l'ha generata è ormai marcia e finita, lì intorno, in un raggio di 30, 40 centimetri, ci sono otto, nove patate? Che moltiplicate per venti, trenta piantine, fanno 160/240 patate? Che con 240 patate una famiglia che non ha nulla (noi che abbiamo tanto) mangia per un mese?
Billi, il mio amico Billi. Quando gli ho raccontato che il presidente della Camera, Pierferdi Casini, sta cercando casa sullo Scoglio, gli occhi hanno scintillato: "Cerca nel vallone di Bukkuram, forse la casa di Bruno, quello di Bergamo, e lassù sul lago, a Bugeber..., ma sceglierà pensando alle mura e alle stanze per gli ospiti e a quanto è grande la piscina, e non se preferisce vivere all'alba o al tramonto. Spero che sia felice, ma forse per lui l'Isola è ancora lontana. Ammesso che cerchi un'isola".
Terza elementare, Turi, ma gli basta uno sguardo per intendersi con Ruben, il più grande pescatore di aguglie del pianeta, transfuga argentino dai tempi dei generali, che ride di sé: "Se raccontassi a Isla Negra, dove tirano a terra i Marlin e i carangidi, che passo le ore a tirar su pescetti da 200-300 grammi, mi riderebbero in faccia. Ma che ne sanno loro della sublime tecnica dello "spinning"?". Stanno lì, Turi seduto e Ruben in piedi, sul molo di Scauri in questo passaggio tra solstizio ed equinozio. Dieci miliardi di parole e di pensieri li uniscono in quelle ore di comune silenzio: hanno attraversato la vita e il dolore. Sono felici quando mangiano il loro pescato. Turi, le vope imbottite o fritte, o le occhiate in brodo di limone. Ruben, le aguglie fritte, arrostite o marinate. E una volta gliele ho fatte io, alla beccafico, al sapor d'arancia, perché non trovai le sarde. Poi si salutano, un cenno, un patto.
Come quello amicale che ti lancia Ennio, il direttore della centrale elettrica, che da ragazzo ha fatto il camionista e poi l'allevatore di aragoste in Tunisia e che oggi si diverte con l'uva. Il suo vino è vino, e le serate a chiacchierare nella sua piccola cantina che sembra in Francia e non alle falde di contrada Kaddiuggia, sono un meraviglioso modo di avvicinarsi all'ora dell'aperitivo con una giusta dose di allegria nel cuore. Ma la sua perla è la grappa, è così miracolosamente bilanciata che l'ho chiamata "Ennieide". Perché anche quel sorso è un viaggio, e il mare che rumoreggia là in fondo non ti fa paura.

