Indice
- Numero 57 - Aprile 2011
- L'Editoriale - Pagine di mare
- La Cina è più bella e vicina
- Una sosta romantica al bar di Kalavarda
- Quando i cervi divennero delfini
- Quando a Capri arrivò la "Naiade"
- Te voglio bene assaje, il mistero di una canzone
- Ginostra, la solitaria fra rocce e ginestre
- Memorie e nostalgia di un maestro d'ascia
- Le case-barca della tribù Toraja
- In volo da Francoforte alla Fiera di Orlando
- Mamma li turchi!
- Quelle estati magiche sull'isola di Vulcano
- A bordo dell'Araldo con Georges Simenon
- Gli amanti perduti delle isole Aran
- Due secoli di navigazione nel golfo di Napoli
- Le Eolie e l'Argentina
- Il reporter dell'Isola
Te voglio bene assaje, il mistero di una canzone
- di Carlo Missaglia
Il primo dubbio: musicata da Donizetti o da Campanella?
E chi ne ha composto i versi? Si dice: Raffaele Sacco.
L'attribuzione è da escludere. La firma di Cottrau. La casa editrice Girare non menziona i nomi degli autori. A metà dell'Ottocento, le tre cose belle di Napoli erano le ferrovie, l'illuminazione a gas e la popolarissima melodia diffusa in 180mila copie, tutte vendute.
Sulla paternità di "Te voglio bene assaje" si è molto dibattuto. C'è chi la voleva musicata da Donizetti e chi da Campanella, amico di Raffaele Sacco. Per i versi non vi è stato, invece, mai dubbio alcuno. Infatti, si è sempre ritenuto che fossero di Raffaele Sacco.
Anch'io mi sono soffermato su quell'unico interrogativo musicale, ma più per curiosità culturale che per una vera e propria esigenza esistenziale. Ho, comunque, profuso non poche energie nella ricerca di una verità storicamente più propria. Per fare ciò rileggevo, ogni qualvolta che mi si presentava l'occasione, i vari percorsi seguiti da chiunque si fosse avvicinato all'argomento.
Così che anche in me si era calcificata una determinata posizione sull'argomento. Intendo dire che non mi sono mai sentito realmente appagato da nessuna delle tesi esposte dai vari studiosi. Ciò che leggevo entrava a far parte del mio bagaglio di conoscenza, ma vi era sempre qualcosa che non mi convinceva.
Eppure le tesi erano ben congegnate ed esposte con dovizia di citazioni e riferimenti. Per anni ho inseguito la mia Araba Fenice e cioè un documento che mettesse fine a tutte le diatribe. Il ragionamento che mi guidava era semplice. Se quella canzone è stata così importante, tanto da essere diffusa all'epoca in 180mila copie, tutte vendute; se il fenomeno ha coinvolto l'intera cittadinanza napoletana e non solo; e se ancora, dopo tanti anni, la si continua a cantare, dovrà pure esistere in qualche giornale una notiziola che dia cenno del momento della sua apparizione e della eccezionalità dell'evento. Ebbene, la mia idea era ben fondata. Quel documento esisteva! E io l'ho trovato! È firmato da Raffaele Tommasi, notissimo critico del settimanale letterario "Omnibus", ed è datato 6 agosto 1840. Il Tommasi così scrive: "Sfido chiunque dei miei lettori a dare un passo, o a ficcarsi in un luogo dove il suo orecchio non sia ferito all'acuto suono di una canzone, che da non molto da noi introdottasi, trovasi sulle bocche di tutti, ed è venuta in sì gran fama da destar l'invidia dei più valenti compositori.
Per essa le più grandi bizzarie della terra, per essa le più svariate avventure e i più curiosi accidenti. Per essa si destano mille illusioni, mille desideri, mille contrari affetti. Da mane a sera nella bottega di Girard non si fanno altre richieste, non si domanda di altro, non si desidera, non si vuole, non si pretende che la nuova canzone napoletana. L'armadio in cui è riposta è in continuo movimento, mentre la polvere negli altri copre già da gran tempo il nome di parecchi celebrati maestri. Sull'invenzione di essa niente si può stabilire di certo, perché, come avviene di tutte le belle cose, molti son quelli che dicono di esserne gli autori. La maggior parte ne attribuisce il merito ad Antonio, il più vispo e faceto lazzarone del mercato". Mi fermo qui, ma solo per non dilungarmi nella copiatura del documento, anche se in questi casi i documenti vanno riportati per intero. Comunque, che si tratti proprio della nostra "Te voglio bene assaje" è certificato più innanzi e infatti si legge: "E costoro credete voi che cesseranno mai dal ripetere: Te voglio bene assale ma tu non pienze a 'mme". Alla luce di questa testimonianza prende forma, in via definitiva, la verità sulla nascita di questa tanto dibattuta canzone. Come si risponde allora alle tesi che sino ad ora avevano avvalorato le varie posizioni? Una delle prove su cui si sono sempre appoggiati tutti coloro che hanno trattato l'argomento è quel riferimento che fa Luigi Settembrini nelle sue "Ricordanze". Egli scrive: "Tre cose belle furono in quell'anno: le ferrovie, l'illuminazione a gas, e Te voglio bene assai". Questo avveniva mentre egli era nel carcere di Santa Maria Apparente. Una detenzione che va dal maggio del 1839 al luglio del 1841. Ho parlato con l'amico Pietro Gargano di questo argomento ed egli mi ha confidato di aver contattato la Compagnia del gas che gli ha confermato: l'illuminazione a gas nella città di Napoli avvenne nel 1840 e non nel 1839, quando fu fatta solo una prova in una delimitata zona del porto. E già questo dà una bella botta alla tesi che vuole che la canzone sia stata scritta nel '39. Suppongo inoltre, ma solo per forma, che il Settembrini si riferisca non all'anno dell'inaugurazione della Napoli-Portici, ma associa i tre avvenimenti al periodo in cui fu ristretto in quelle carceri e quindi il '40 diventa pienamente compatibile.
Tenendo presente inoltre che le prime copielle della canzone furono messe in commercio da Fabbricatore, senza i nomi degli autori, mi domando come mai nessuno se ne è chiesto il motivo. Perché dalla casa editrice di Girard, che ne fece quasi contemporaneamente un'altra edizione, come abbiamo letto, non si apposero i nomi di alcuno, quando ad essa erano scritturati oltre a importanti compositori, anche il Donizetti? Vi è poi la lettera che Raffaele De Rubertis indirizzò allo Scalinger. Si dice che l'ispirazione sia venuta da una pretesa storia d'amore non corrisposta da parte di una "signorina". Si badi bene "signorina", col Sacco il quale, se conto bene, doveva avere al oggi, di allora, cioè un'età avanzata!
Va compresa la difesa del De Rubertis per gli amici Sacco e Campanella, ma i documenti dicono ben altro. Molto probabilmente il Sacco ne fece una edizione comprensiva di tutte le strofe che, create spontaneamente, circolavano. Diciamo che assemblò la canzone, mettendoci ovviamente molto di suo. Va da sé che, partendo dall'articolo del Tommasi, è evidente che non si tratta di una canzone nata nel periodo piedigrottesco, ma in primavera. Questo dettaglio venne già messo in risalto dalla Ballanti nel suo libro sulla Canzone napoletana del 1907, anche se lei la attribuisce al Sacco. Di questa mia scoperta ne ho parlato con qualche amico. Fra gli altri, uno per tutti: Raffaele De Novellis, il quale oltre a complimentarsi con me per l'interessante scoperta, mi ha chiesto quale fosse stato il motivo per cui non ero arrivato prima al raggiungimento di un documento del genere, visto che il percorso di ricerca da me seguito era giusto.
La risposta è delle più semplici: perché ho sempre fatto le mie ricerche seguendo le indicazioni di quegli studiosi e scrittori di cose napoletane che hanno toccato l'argomento. E allora hai voglia a cercare. Non si potevano trovare notizie su di una canzone che non era ancora stata composta. Le mie ricerche le terminavo sempre al 1839.
Era questa la data ultima che ci veniva fornita da Ettore De Mura, che. per giungere a questa verità sulla "Canzona", questo il titolo iniziale, spese molte energie.
Farò allora un piccolo excursus su quanto è pervenuto documentalmente sino a noi nei 170 anni che intercorrono dalla creazione della canzone ai giorni nostri.
Abbiamo scritto che sin dal primo apparire di "Te voglio bene assaje", sia sulle copielle che sulle raccolte che la comprendono il nome del paroliere e quello del musicista non comparirono mai. Per averne una prima data di composizione, e un riferimento al Sacco come autore dei versi, dobbiamo attendere il mese di giugno del 1848 quando G. Regaldi, poeta e giornalista dell'epoca, che collaborava col settimanale "Poliorama Pittoresco", scrisse: "Apparve nel 1839 una canzoncella musicata con facile e grata melodia, "Io te voglio bene assai", della quale dice nelle sue Istorie l'illustre C. Cantù ignorarsi l'autore. Ma volgarmente si sa in Napoli esserne stato estemporaneo creatore Raffaele Sacco, napoletano, lodato improvvisatore nel suo patrio dialetto. Da quell'anno in poi venne in luce una lunga serie di canzoni nel dialetto napoletano, le quali odonsi tutto dì cantare, fortunate come quella del Sacco, su le arpe dei Viggianesi; ed anco sui cembali delle ornate da me andarono peregrinando per tutta Italia, e fuori". Come si può notare il Regaldi fa alcune asserzioni per me discutibili, e che, se viste con occhio attento, rivelano come già nel 1848 la nostra "canzona" avesse assunto una sua prima veste, con quei connotati che conosciamo anche noi oggi. Regaldi ci suggerisce, infatti, il suo anno di nascita, il 1939, e il nome dell'autore del testo, Sacco. Anche lui, però, non rivela ancora il nome del compositore della facile e grata melodia. Cita, inoltre, anche il nome definitivo che diventa "Te voglio bene assai". Per prendere questa posizione deve entrare in disaccordo con il Cantù, autore di una storia universale di grande valore, che aveva ritenuto scriverne dopo aver però verificato ciò che andava sostenendo in una pubblicazione di alta competenza scientifica.
Ho verificato su tutti quei giornali dell'epoca che ho potuto consultare e ritengo opportuno riferire che, purtroppo, nell'anno domini 1839 non compare mai la canzone in oggetto, né con l'uno, né con l'altro nome.
Dell'attribuzione al Sacco, poi, non ne parliamo proprio: è una pura invenzione. Non dico che l'ottico di Vico della Quercia non vi abbia messo le mani ed abbia contribuito al suo ampliamento, ma da questo a riconoscergli la primogenitura ne passa. Basterebbe leggere una delle tante strofe, ora scomparse dal testo a noi giunto, che così recita: "Io voglio bene a baveta - E tu non sai pecchè - Baveta fece a mmammata - mammata fece a te". Ebbene è copiata pari pari da un brano, "È benedetta mammata", che si trova nei "Passatempi musicali" di Guglielmo Cottrau, datati 1825. Il motivo musicale, poi, prende le mosse dal "Vi ravviso o luoghi ameni" de "La Sonnambula" di Bellini, il che fa supporre che ben più qualificato è quanto ci ha trasmesso il Tommasi nel suo articolo, molto puntuale e vicino agli avvenimenti. Inoltre, ce da dire che il Regaldi, oltre a collaborare col "Poliorama Pittoresco", scriveva anche per il "Lucifero" del Cirelli già dal 1839. Pertanto, sono andato a cercare e a rileggere con la solita determinazione e pazienza tutto ciò che egli scrisse in quell'epoca, e mai è citata la nostra canzone.
Se ne ricorda solo nel numero del 17 giugno del 1848 del "Poliorama" da me menzionato in principio di articolo. Ecco perché sostengo, documenti alla mano, che si è confusa la data.
E a proposito di date, cercando cercando, ho trovato anche un articolo che parla della inaugurazione della illuminazione nella città di Napoli da parte dello Stabilimento d'illuminazione a gas. L'evento ebbe luogo nel febbraio del 1840, ad appena nove mesi dalla posa della prima pietra avvenuta l'8 maggio 1839 alla presenza del ministro degli Affari interni. Furono illuminati per primi il portico di San Francesco di Paola e la piazza antistante la Reggia. Così scrive Gennaro Antonio Ferraro nel commentare quell'avvenimento: "Siam sicuri che i napoletani, i quali hanno con la comune approvazione e coi voti loro inanimato la Compagnia, le daranno, con l'adoperare il gas agli usi loro abituali, la ricompensa di tanti sforzi d'ogni maniera: e ciò bene si addirà ai napoletani stessi che, primi in Italia, hanno accolto con ardente animo e posto in opera con frutto le novelle scoperte d'industria che tanto onorano il secol nostro e danno vera utilità: si che primi in Italia han valicato il mare con navi a vapore, primi han traversato fiumi sopra ponti di ferro sospesi, e han raccorciato le distanze con istrade a guide di ferro, e sono altresì tra i primi a rocacciarsi la notturna luce con questa novella maniera d'illuminazione".
In ogni modo c'è da puntualizzare che non si capisce dove affondino le radici storiche, l'attribuzione della data del 1835 alla comparsa della nostra canzone che, ancora oggi, qualcuno si ostina nel reiterare. Solo lo spazio e la carità di patria mi impediscono di affondare il coltello nella ferita che, lacerante, si è aperta nei fianchi di quanti hanno sostenuto quella tesi con superficiale ostinazione e totale assenza di documenti non fantastici o di sentito dire, perché non ce ne sono. Sono disponibile a continuare ad esaminare con quanti vorranno avere contezza delle mie sintesi tutte le notizie in mio possesso. In una foto appare una partitura del 1865 firmata da G. Cottrau. Come si può constatare, se Cottrau si firma al posto di Sacco, e costui non si rizela, vuol dire che forse veramente non ne fosse lui l'autore.

