Toto' è un'isola

- di Raffaele Rivieccio

Unico, solo, solitario.
In vita, circondato dal mare ostile della critica e della cultura snob.
Genio assoluto della comicità.
L'arcipelago con Ischia-Peppino, Procida-Fabrizi e i Faraglioni Macario e Nino Taranto.
Come portò Capri sullo schermo: le stravaganze isolane del bey di Agapur e le mode del dandy effeminato.
Un ricordo di Mario Monicelli.

Totò ha girato a Capri due dei suoi film più esilaranti: "L'imperatore di Capri" di Luigi Comencini del 1950 e "Totò a colori" di Stefano Vanzina del 1952, scritto dal regista, da Age, Scarpelli e Mario Monicelli.
Totò era un'isola come Capri?
Vediamo un po'. Alberto Sordi non era un'isola. Era una città dalla quale partono ed arrivano strade maestre che giungono in altre città. Sordi era collegato da autostrade a tutte le regioni topiche dell'Italia dell'ultimo mezzo secolo. Nella città-Sordi vivono vigili, medici della mutua, presidenti del Borgorosso Football Club, borghesi piccoli piccoli ed emigranti, preti e nobili, industriali e poveracci, nobili e cafoni. Sordopoli è una città grande come Roma, anzi come l'Italia. Una città, l'Italia, che ha fatto fiorire per decenni il meraviglioso Stato della commedia all'italiana.
Totò era un'isola. Perché Totò era solo. Il suo genio sublime, assoluto è chiuso da un mare ostile, quello della critica, degli imitatori e di un pubblico che moriva dal ridere, ma che da Totò pretendeva prestazioni a gettone. Totò era un mostro di bravura, certo, ma era un freak: un superuomo comico, abnorme, comandante di un piccolo corpo agile e tagliente come un bisturi per incidere la carne e la banalità della società, della realtà. Un piccolo corpo d'acciaio, come quello di Nuvolari, che si pantografava e si ingigantiva sino a diventare marionetta metafisica, surreale, universale. E in quanto mostro doveva essere isolato, non poteva contagiare con la sua orgiastica, dionisiaca, carnevalesca follia le deboli certezze della cultura e del cinema del suo tempo. La risata di Totò era un virus inoculato che andava arginato, rinchiuso nel ghetto del cinema minore e di un'arte periferica e marginale.
Totò era un'isola anche perché faceva paura, perché era invincibile, irrefrenabile, irraggiungibile. Non era controllabile dai registi, non era identificabile dagli intellettuali, non era accettato dalla morale anche se osannato dal popolo allo stesso modo in cui, nell'antica Roma, si veneravano i gladiatori. E, soprattutto, Totò faceva paura agli altri attori. Aveva attorno un arcipelago di isole minori, di statarelli vassalli che, pur non raggiungendo il livello del Principe, riuscivano a reggere l'urto della sua energia vitale, della sua drogata pirotecnica verbale e corporea. E se Totò era Capri, certamente avevano grande dignità le isole vicine: Ischia-Peppino De Filippo, Procida-Aldo Fabrizi e i due Faraglioni Macario e Nino Taranto.
Ma Totò era Capri anche per la classe e la nobiltà genealogica che Antonio De Curtis pretendeva non per un vacuo orgoglio araldico, ma per certificare, per sigillare lo spirito della sua anima, il suo essere un aristocratico dentro. Vestire un vecchio frack quando già la Napoli e l'Italia della Belle Epoque, nella quale era cresciuto, erano diventate l'Italia dei pescecani, degli arrivisti, degli ipocriti. L'Italia delle orrende creature tanto bene cesellate da Sordi, da Gassman, da Tognazzi e da Manfredi. Ma Totò era di un'altra generazione, o forse di un'altra epoca.
Totò era un selenita proveniente dal venticinquesimo secolo o un dinosauro clonato, un uomo nuovo di un altro mondo impossibile. Totò non rispondeva alla forza di gravità. L'avversione al chiasso contemporaneo lo portò ad intentare una causa che vinse nel 1950 venendo riconosciuto definitivamente Sua Altezza imperiale Antonio Focas Angelo Ducas Gagliardi Curtis Comneno di Bisanzio, Despota Basileo di Costantinopoli e Trebisonda, Re di Cipro, Duca di Macedonia e di Illiria, Esarca di Ravenna e Signore del Peloponneso e di tutta l'Asia minore. Che cosa vuol dire? Vuol dire che Totò aveva i titoli ma, soprattutto, che Totò era aristocratico nello spirito. Perché solo la nobiltà di spirito fa essere al tempo stesso Principe ed indossare le semplici vesti del plebeo Totò cinematografico. Totò, come Capri, è Storia ma anche disinvoltura nell'indossare questa Storia. Umiltà che si rivela infine classe, stile, come lo stile che sapeva avere Antonio De Curtis nella vita privata.
La bellezza di un'isola come Capri sintetizza e si fa metafora di tutta la bellezza del mondo come la bellezza artistica di Totò era sintesi e metafora di tutta l'umanità comica e drammatica del mondo. Entrambi irraggiungibili, soli, isole. Capri e Totò sono come delle arche di Noè in cui ci sono prototipi e archetipi di tutto. E a Capri Totò ha dedicato l'invenzione di una delle sue maschere più divertenti, quella del dandy raffinato e vagamente effeminato che lancia mode bizzarre in un ambiente parodiato come quello nobiliare e aristocratoide della Capri del dopoguerra. Vestito in modo assolutamente ridicolo e affascinante al contempo, Totò fa impazzire e fa scatenare l'imitazione modaiola nei ricchi debosciati capresi come i perfetti Galeazzo Benti e Franca Valeri in "Totò a colori", primo film italiano a colori e autentica miniera di gag storiche. Totò è un musicista incompreso, "il cigno di Caianiello" che inseguendo la fama parte del paesello e si ritrova nel jet set dell'isola azzurra, adeguandosi perfettamente all'ambiente annoiato e snob.
Ma il personaggio del dandy nel film di Vanzina era già stato creato in "L'imperatore di Capri" nel quale il cameriere Antonio fugge a Capri dalla famiglia oppressiva e bigotta, e a Capri viene scambiato per il bey di Agapur mietendo grande successo per la stravaganza chic volontaria e involontaria che porta sull'isola. Il serpente arrotolato intorno al cappello (di cui non è consapevole) fa tendenza, e così il tuffo vestito (appena scopre il pitone) viene imitato immediatamente da tutti i ricchi scioperati capresi convinti che il bey Antonio stia lanciando una nuova moda. Ne "L'imperatore di Capri", seppure in chiave grottesca, vengono visitati tutti i luoghi e gli ambienti leggendari dell'isola, accreditandone l'immagine di un paese dei balocchi dove si è belli, si ama, ci si diverte senza pensare a nulla. Una proiezione onirica per uscire da una realtà d'incubo.
Siamo nel 1950 e l'inferno della guerra è appena finito, tre case su sei sono andate giù come canta Paolo Conte. Totò ci fa sorridere con l'astrusa mondanità del suo dandy chic caprese che ha i calzoni a righe, ma è l'iperbole comica di una realtà tragica. Dietro il vero riso c'è sempre la morte. Come sempre nella comicità maggiore, non consolatoria.
Ho avuto modo di intervistare Mario Monicelli, inventore insieme a Dino Risi della commedia all'italiana e regista di alcuni capolavori di Totò: "Totò cerca casa", "Totò e le donne", "Guardie e ladri", "Totò e i re di Roma", "Totò e Carolina", "I soliti ignoti". Monicelli mi raccontò che, forse, il suo errore rispetto al grande comico fu quello di cercare di umanizzarlo,
di farne un personaggio "storico", "sociale", concretamente inserito in un'epoca, in un ambiente. Farne una città che andasse ad anticipare la commedia all'italiana, la satira di costume, il sorriso amaro.
Monicelli capì dopo che Totò doveva restare un'isola, scollegata da ogni contesto, da ogni riferimento, inimitabile e perfetto nella sua unicità. Fortunatamente, i paesaggi messi vicino a Totò da Monicelli, da Pasolini, da Lattuada, da Rossellini hanno solo esaltato Totò, annullati dal bagliore astorico del Principe.
E Totò, ancora oggi, è un'isola.
Non raggiunta.