Tra gli ulivi di Vatolla l'amore segreto di Vico per Giulia

- di Clodomiro Tarsia

Il piccolo paese cilentano non ha dimenticato il soggiorno del grande pensatore. Un museo nel vecchio castello, una statua preziosa donata dalla figlia di Benedetto Croce, una biblioteca e il Caffè letterario. La Fondazione voluta da Gerardo Marotta è presieduta da Vincenzo Pepe. I convegni richiamano il mondo della cultura a Perdifumo. La suggestione del mare di Palinuro e Ulisse.

Dal castello Vargas, in lontananza, quando non c'è il velo della foschia, si vede Capri dal lato di Marina Piccola.
Certo, lo sguardo deve rasentare le cime delle colline e cercare punta Campanella. A sinistra, sulla linea blu, si fa presto a individuare lo scoglio allungato dell'isola più bella del mondo. E a immaginare il volto dei gabbiani attorno ai Faraglioni. Il castello Vargas rende importante la piazzetta di Vatolla, un piccolo borgo di non più di quattrocento abitanti adagiato sulle alture striate dell'argento degli ulivi alle spalle di Castellabate, il paese che per due giorni ospitò il relax di Gioacchino Murat. Siamo a pochi chilometri dal mare incredibile di punta Licosa, in un Cilento che ogni estate colleziona bandiere blu, ma non riesce a nutrirsi del turismo miliardario dei grandi eventi. Qui le coste sono nobilitate dalle leggende di Palinuro, di Ulisse, della seducente Leucosia; e su queste spiagge sorse Velia, dove nacque la scuola eleatica di Parmenide, che contrappose l'Essere al Divenire.
Molto più tardi, quando le tartane saracene vomitarono scimitarre di morte contro Camerota, Castellabate e Agropoli, il mare divenne rosso-sangue. E' un mare a noi più caro quando, siamo oltre metà Ottocento, Luigi Mercantini vi intinse la penna per raccontare la favola della Spigolatrice.
Vatolla è nell'interno e il suo castello quadrato, con quattro torri circolari ai lati, fu un piccolo caposaldo della Baronia che appartenne ai potenti Sanseverino. Poi fu dei Criso, ricchi e religiosissimi, quindi dei Rocca e, fino ai giorni nostri, dei Vargas Macciuca. Le grandi lapidi murate sulla facciata del castello, a destra e a sinistra del ruvido portone d'ingresso, affermano che nel maniero visse, dal 1686 al 1695, il grande pensatore napoletano Giambattista Vico.
Andò così. Il vescovo d'Ischia, Beniamino Rocca, incontrò in una libreria di Napoli un giovane avvocato squattrinato e mezzo tisico. I due parlarono a lungo e alla fine il Monsignore constatò di essere stato sovrastato dal sapere del suo sconosciuto interlocutore, concludendo che migliore precettore i quattro figli di suo fratello non potevano avere. Offrì al giovane in bolletta una buona paga prima di aggiungere che i ragazzi abitavano in un castello ai confini del mondo. Vico accettò e fu così che Vatolla per nove anni acquisì l'ospite che sarebbe diventato la stella luminosa del suo grigio cielo.
A Vatolla il Vico approfondì i suoi studi sui testi della fornitissima biblioteca del vicino convento della Pietà. Chiedeva ai monaci i testi più formativi e andava a leggerli all'ombra del grande ulivo, che nessun fulmine e raffica di tempesta hanno sradicato in oltre trecento anni. Annotava appunti, scandagliava i labirinti del pensiero, cercava risposte difficili e, nei momenti di malinconia, scriveva versi per Giulia Rocca, la bella allieva di cui era segretamente innamorato. Intanto "l'aria purissima" guariva i suoi polmoni malati. E' certo che in quegli anni nacque "La Scienza Nuova", il monumento del pensiero vichiano. Al nono anno, forse anche deluso e addolorato per le nozze di Giulia con un giovane rampollo di Omignano, il filosofo lasciò il Cilento per tornare a Napoli. Bisogna fare un salto di tre secoli per trovare il seguito della storia. Nel 1993 Gerardo Marotta visita il malandato castello Vargas e decide di impiantarvi l'attività vichiana del suo Istituto degli Studi Filosofici attraverso una Fondazione ad hoc presieduta dal prof. Vincenzo Pepe, di Torchiara. E' la rinascita di un borgo destinato a sparire per sempre, come sta avvenendo per i piccoli comuni dell'hinterland cilentano, sempre più abbandonati dai giovani. In breve si tracciano le linee di un progetto culturale ambizioso, che pone al suo vertice lo studio e la valorizzazione dell'opera del Vico. Si ristruttura il castello e al suo interno è impiantato il Museo Vichiano, con i manoscritti, le opere, le stampe e i mobili che appartennero al grande filosofo. Una preziosa statua del Vico arriva in dono dalla figlia di Benedetto Croce. Il mondo della cultura si mobilita e in nove anni la piccola frazione di Perdifumo ospita almeno settanta convegni, dibattiti e seminari che portano nel castello più di cinquemila studiosi, cattedratici, ambientalisti e politici.
Nasce il Museo della civiltà contadina, con oltre duemila utensili, otri, oggetti e mobili usati da braccianti e artigiani. Viene inaugurata la moderna biblioteca del Parco e sorgono un Caffè letterario, gestito da giovani universitari, e un antico casale alla periferia del borgo viene trasformato in un'accogliente azienda agrituristica. Grazie a Giambattista Vico, arrivano i turisti e le scolaresche. Più di tremila all'anno. E' un miracolo. La Lilliput della cultura ha scoperto come sopravvivere.