Indice
- Numero 3 - Giugno 2003
- L'Editoriale - Gente di giugno
- Capri: ricordo di due vacanze nel paradiso terrestre
- Quando Lillino passeggiava in Piazzetta con Ungaretti
- 35 sorrisi e tanta concretezza
- Neanche una strada intitolata a Norman Douglas
- La Grotta Azzurra difende i suoi segreti
- Come rendere caprese un'estate al mare
- Davanti all'eremo di Cetrella un uomo maestoso parla tra cielo e mare
- Miracolato dal mare Salvatore "o'fratillo" racconta Positano
- Le isole perdute di Marisa Laurito
- A casa di Ernesto
- Il mito di Taormina è un pianista giramondo che scala i grattacieli
- Nella Grotta dell'Arsenale un pittore viennese parlava con le sirene
- Un approdo con chitarra in mezzo al Tevere
- Una scrittrice olandese ha ripercorso l'itinerario insulare dell'arciduca d'Austria
- Un inciampo di terra nel verde dello Jonio
- L'isola delle spugne nel mare Egeo ricordo antico d'Italia
- Lettera dal Faro
- Quel napoletano che sta in cielo
- La Moda, Stupori e Pori
- Il reporter dell'Isola
Un approdo con chitarra in mezzo al Tevere
- di Edoardo Vianello
È l'Isola Tiberina, fra Trastevere e il Ghetto, dove c'era la trattoria della Sora Lella, la sorella di Aldo Fabrizi.
Mio padre, quasi ogni domenica mattina era solito portarmi a conoscere una parte di Roma, la mia città, rigorosamente a piedi, studiando ogni volta un percorso che racchiudesse zone di interesse storico ed artistico. Queste lunghe passeggiate per le strade di Roma finivano, naturalmente, all'ora di pranzo, in una delle tante trattorie con cucina "casalinga", di cui la mia città è straripante, dove quello che si mangiava, sarà stata la stanchezza, mi sembrava incredibilmente buono.
Al ritorno a casa, e questa era la nota dolente, mio padre pretendeva che io facessi una relazione di quello che avevo ammirato e di quello che lui mi aveva spiegato, sicuramente con l'intento di stimolare la mia attenzione sulle cose che vedevo, o forse anche perché pensava di fare di me un reporter o uno storico.
Il più delle volte queste visite ai monumenti, alle piazze, ai giardini, ai musei mi pesavano enormemente, avrei preferito passare qualche ora con i miei amici, ma ripensandoci, da grande, ho molto apprezzato questa sua iniziativa, che tendeva a farmi conoscere ed amare le meraviglie e i segreti della mia straordinaria città.
Devo dire che, a mia volta, ci ho provato anche io con mio figlio Alessandro, con l'unico risultato che, dopo aver visitato frettolosamente il Circo Massimo, più che altro per ricordare i festeggiamenti del secondo scudetto della Roma, siamo finiti in una gelateria, io a leggere il giornale e lui a gustarsi un "mangia e bevi" che avrebbe sfamato un'intera regione africana.
Tornando alle mie escursioni di quando ero ragazzo, una delle cose che mi affascinò di più fu la scoperta dell'Isola Tiberina, un minuscolo lembo di terra che si forma in una biforcazione del Tevere, all'altezza di Trastevere, da una sponda, e del Ghetto e della Sinogoga, dall'altra. Mi impressionò per tre motivi: per la magica posizione in cui si trova, per la curiosa forma dell'isola che sembra un barcone da carico, con le sue due chiesette, quella barocca di S. Bartolomeo e quella di S. Giovanni Calibita annessa all'ospedale Fatebenefratelli, la pittoresca piazzetta con la Torre e il Castello dei Caetani e una minuscola trattoria, ma soprattutto perché io non sapevo cosa fosse un'isola.
Per tutta la mia fanciullezza l'isola per me era solo l'Isola Tiberina e che, se proprio dovessero essercene altre nel mondo, non potevano essere diverse dalla "mia" isola. Perciò questo pezzetto di terra mi è rimasto sempre nel cuore e quando, da grande, ho cominciato a frequentare trattorie e ristoranti, non mi sono mai fatto mancare di tanto in tanto una bella cenetta nella trattoria dell'Isola Tiberina, la "Sora Lella", la mitica sorella di Aldo Fabrizi, che la gestiva con amore e con la grande comunicativa della sua simpatia, scodellando dei primi piatti irripetibili.
Divenne la mia isola quando nacque il duo vocale con Wilma Goich.
L'ho frequentata soprattutto nel periodo in cui stavano nascendo i Vianella, un duo vocale del quale io rappresentavo il 50% e l'altra metà era la mia ex moglie Wilma Goich, che all'epoca era veramente la mia metà. La frequentavamo perché, nel preparare il nostro repertorio, imperniato prevalentemente sulla canzone in dialetto romanesco, sentivamo che in quell'ambiente così schietto potevamo imparare la giusta romanità da infondere nelle nostre interpretazioni.
Una serata memorabile con Franco Califano.
Una sera a cena con noi c'era Franco Califano, certamente il poeta romanesco contemporaneo più illuminato, oltre che essere un grande interprete. Dopo aver fatto la solita pantagruelica mangiata, ridendo e cantando un po' alticci per aver apprezzato con un certo entusiasmo un Frascati di rara potenza, ci siamo messi a fare il coro al posteggiatore che con la sua chitarra stava intonando le canzoni romane più famose. Alla fine di una di queste canzoni ci colpì una frase del posteggiatore, divertito e fiero di far parte di questo coro improvvisato. Forse per convincerci che eravamo ormai entrati in perfetta sintonia con la romanità, ci disse "se vede proprio che semo gente de borgata".
Califano non si fece sfuggire la frase e, qualche giorno dopo, mi portò un testo per una canzone che si intitolava proprio "Semo gente de borgata", che da lì a pochi giorni musicai insieme al mio amico Marco Piacente.
E un posteggiatore ci ispirò "Semo gente de borgata".
La canzone ci piaceva, ma occorreva effettuare una verifica. Tornammo dalla "Sora Lella" per provarla e per vedere che effetto potesse fare alla gente. Dopo averla cantata una volta, la ricantammo ancora e i clienti della trattoria si unirono a noi. La canzone funzionava. Il posteggiatore ci veniva dietro con la sua chitarra e volle impararla per poterla cantare anche quando non c'eravamo noi. Per quante volte l'avrà cantata, probabilmente non si sarà mai ricordato che quella frase, "Semo gente de borgata", per primo l'aveva pronunciata proprio lui.

