Indice
- Numero 23 - Maggio 2006
- L'Editoriale - Parata di stelle
- È sorta a Valencia la luna nera
- Verdiana mon amour
- La latteria di Vuotto e l'asino Michelangelo
- Navigando, navigando
- La roccia dei pirati davanti Porto Venere
- Il tempo delle castardelle a Montecristo corteggiate dai delfini
- Le isole minori alla riscossa
- Granatello, il futuro dietro le spalle
- L'isola dei passeri
- Il paese sul mare fondato da un muratore
- Il mare di Silvia
- Nostalgia di Paxos
- L'avamposto sull'Oceano
- Quei bastimenti carichi di calciatori
- Un barbiere di qualità
- Il reporter dell'isola
Un barbiere di qualità
- di Nino Masiello
La figura famosa di Vincenzo Ciardi dal papillon colorato sotto il camice di lavoro. Nel salone al numero 21 di piazza Tribunali, clienti che si chiamarono Porzio, de Nicola, Crispi, de Marsico, Leone. La speciale cura della "nocchetta". Artigiano esclusivo dei cardinali e della curia napoletana. Una preziosa memoria storica custodita dal figlio Guido nella stessa bottega centenaria del padre.
I "paglietta" in attesa di clienti, quasi tutti provenienti dalla provincia, fecero ala al passaggio del maestro, inchinandosi per un sentito omaggio. Piazza Tribunali si andava popolando in attesa dell'apertura del portone principale di Castelcapuano, le sette del mattino di un freddo dicembre inoltrato.
Don Giovanni Porzio, senatore della Repubblica, si infilò nel salone che aveva già aperto i battenti, in attesa del suo arrivo. Sull'uscio, elegante come sempre, Vincenzo Ciardi. Fisico asciutto, un papillon colorato che sbucava dal camice immacolato, Vincenzo ricambiò, accompagnandolo con un sorriso, il saluto del principe del foro. Lo stesso che porgeva a sua eminenza quando andava a Donnaregina, per una passata di barba, per una sfumata ai capelli ma, soprattutto, per rimodellargli la "chierica", che non doveva mai essere più grande delle ultime monete da cento lire. Una sua autentica specialità.
Come prima di un'arringa solenne don Giovanni, che andava nella bottega di Ciardi per una rasatura veloce che considerava un rito anche un po'scaramantico, quella mattina del 21 dicembre 1952 aveva un impegno solenne: partecipare, rappresentando la storica avvocatura napoletana, e non soltanto, ai funerali di Benedetto Croce. E sfilare, assieme al senatore Enrico de Nicola, austero e democratico maestro, dietro il gran carro "Scarpetta" trainato da otto morelli, "con cocchieri in gran tuba, stivali e gambali e tutto uno strepitìo di fruste", come scrisse Giovanni Artieri, per via Trinità Maggiore, lo Spirito Santo, piazza Dante, sino all'altezza del Museo Nazionale.
"Sarà un brutto Natale senza Croce", si limitò a dire Porzio al barbiere-amico che gli insaponava la faccia. Guido Ciardi, il figlio di Vincenzo, che in bottega era entrato bambino e già, ormai, cominciava a muoversi senza imbarazzo, imparando dal padre i nomi e le specialità dei clienti più importanti, penalisti e magistrati. Così imparava i nomi dei prelati della curia di Napoli quando accompagnava papà a Donnaregina, reggendo la borsetta con gli attrezzi, gli stessi oggi gelosamente custoditi in una vetrinetta-santuario nello stesso salone, al solito numero 21 di piazza Tribunali.
Da quando nel 1991, ultranovantenne, Vincenzo Ciardi se ne andò in cielo, sbalordendo quanti lo amavano per la sua affabilità e come memoria storica, dal punto di vista di forbici e rasoio, dell'avvocatura, della magistratura e della curia partenopea al cui servizio era rimasto ininterrottamente per almeno settant'anni - aveva lavorato, infatti, fino a poco prima di morire -, parte considerevole di quel patrimonio di ricordi è passato a Guido, che lo difende e anzi lo protegge con uno scrupolo ossessionante. Perché la prima regola imparata nella bottega quasi centenaria era, ed è, la riservatezza.
Dal cardinale Ascalesi al cardinale Mimmi, gigantesco e bonario; da Porzio, de Nicola, Marciano, Crispi (tre generazioni), Lucci, Pessina, de Marsico, Leone, Botti, Panzini, Palumbo; da Rosalbino Santoro a Marino Lo Schiavo e poi una folla di sostituti procuratori e procuratori di quando gli uffici erano ancora a Castelcapuano: E figli di avvocati di un tempo che, avvocati per li rami, come Eugenio Patroni Griffi del fu Luigi, penalista di Santa Lucia, ancora frequentano il salone trovandovi l'aggiornatissimo Guido e i suoi due collaboratori, e lo stesso clima di un tempo, le stesse antiche stampe di Napoli alle pareti, lo stesso culto dell'accoglienza e della simpatia.
Che, almeno quest'ultima, deve essere nella cellula madre dei Ciardi, artigiani dove l'arte è la sostanza della parola. Come la coniuga un altro Ciardi, figlio di Vincenzo, quel Renato di via Fiorelli, sarto sommo dell'insuperabile scuola napoletana aperta dai Blasi e dagli Attolini.
"Da papà qualche grande penalista, del quale non faccio il nome - si limita ad aprire per un istante le virgolette, Guido Ciardi - arrivava in tutta fretta qualche minuto prima che venisse chiamata l'udienza in Corte d'Assise, per farsi modellare la nocchetta sotto la toga, volendola spettinata, non assolutamente precisa, cioè proprio come predicava la vecchia scuola degli elegantoni, quella che predicava: mai farsi il papillon specchiandosi...".
Qui, nel salone di Vincenzo Ciardi e ora di suo figlio Guido, capitava spesso che si incontrassero, vicini di poltrona, un pubblico ministero e un difensore, ormai prossimi a ritrovarsi in aula.
All'uscita delle "parti", immancabile, scattava il gioco sottovoce del toto-sentenza. Don Vincenzo diceva la sua per ultimo ed era sempre dieci centri su dieci. Posta in gioco un caffè. Da Sgambati, otto metri sulla sinistra.

