Indice
- Numero 43 - Aprile 2009
- L'Editoriale - Mare forza sette
- Campania, un amore a Parigi
- "L'Isola" sugli schermi di France 3 conquista Parigi
- Le indimenticabili serate al "Tinello" di Peppino
- Il rinascimento di Ischia
- Nel diario della moglie Cosima i giorni di Wagner a Ravello
- Gli occhi saraceni delle donne di Atrani
- Storia sotterranea di una cittą di mare
- Venti anni di bellezza
- Il nocchiero di Anacapri
- La locanda di Sandra sulla spiaggia di Mirleft
- Un caprese di corsa a New York
- Le case bianche di Conca dei Marini
- Quelli della carovana nell'Isola D'Elba
- L'ultimo pomeriggio di Geremy Pounds
- Il cacciatore dell'isolotto di Vivara
- La fine del mondo
- Il reporter dell'Isola
Un caprese di corsa a New York
- di Salvatore Di Fede
Dal bosco di Capodimonte alla Maratona americana, dallo stadio "Collana" al Central Park. Racconto di un giorno tra migliaia e migliaia di atleti nella lunga sfida dal Ponte di Verrazzano all'arrivo in un mattino newyorchese di domenica. I suggerimenti di Salvatore Staiano. Altri isolani in gara: Dimitri Ricci, Francesco Pezzella, Giacobbe Ruocco. L'emozione di una corsa mitica e l'orgoglio di avercela fatta.
Sono a New York per la maratona. La gara inizia già il sabato sera quando, ripassando mentalmente il corpo e partendo dai piedi, devi scegliere gli indumenti. Alcuni servono prima della gara per ripararsi dal freddo, poi ci sono quelli della corsa. E altri per dopo. Certamente farà freddo, ma in gara occorrono indumenti leggeri. Attaccare il pettorale alla maglietta è sempre un'impresa.
E se piove? Creme idrorepellenti, poi le malto destrine, gli aminoacidi a catena ramificata, il caffè con fruttosio e, se non si è digerito, le compresse antiacidità, e ancora i cerotti paracapezzoli, la vasellina per l'inguine, le pasticche di Enervit. Ma un tipo scanzonato come me può fare a meno di intasare nella sacca tanta roba.
Alle sei del mattino siamo nella hall dell'albergo. Ci infiliamo in silenzio nel pullman per raggiungere il raduno di partenza. Guardo fuori e avverto quella strana sensazione che l'atleta vive sempre prima della gara. Ti senti "sospeso", non puoi tornare indietro e vai verso un'avventura che non è stata ancora vissuta. Cerco un senso di estraniazione che mi possa aiutare a ritrovare un suono, un colore, un volto, per accendere un ricordo. Richiami ormai persi ma non del tutto cancellati. Mi rilasso. Mi passano davanti capannoni enormi e camion fermi, sequenza cinematografica di una enorme periferia industriale, muta in un giorno festivo.
A Fort Wadsworth siamo in tanti.
Ci aggiriamo intontiti con in mano una tazza di latte. Qualcuno si è coperto con i sacchi dell'immondizia per ripararsi dal freddo. Incontro tre amici capresi, maratoneti a New York anche loro, Dimitri Ricci, Francesco Pezzella e Gia cobbe Ruocco. Mancano due ore e mezza alla partenza. Tutto sembra fermo. Poi stranamente tutto si accelera. Cominciamo a muoverci come automi, prima piano, poi veloci. Si sente suonare l'inno americano, in lontananza due colpi di cannone secchi e cupi. Sulla linea di partenza risuona alta la voce di Frank Sinatra che canta "New York, New York". Mi muovo insieme a migliaia e migliaia di persone. I piedi battono sul tavolato del Ponte di Verrazzano. Ci viene incontro una città sonnolenta. Il sole sorto dall'oceano filtra tra le enormi travi metalliche del ponte che è lungo un miglio.
Per prepararsi a una maratona (42,196 km) occorre una routine maniacale di allenamento. Sei solo con una sofferenza che devi superare giorno dopo giorno. A New York siamo in cinquantamila atleti provenienti da 105 Paesi, maratoneti con canotte dai colori vari, abbigliamenti originali, borracce legate alla vita. Una ragazza dalla carnagione bianchissima corre per un po' al mio fianco, sorride e se ne va. Una donna anziana con gambe rattrappite ma belle corre in maniera elegante. Un signore mi chiede qualcosa, non capisco, gli dico ciao.
Siamo entrati a Brooklyn, tante facce, bandiere, trombe. Migliaia di persone ci seguono con lo sguardo, con le mani, con la voce. Sento urlare: "Go Italia". Faccio scoccare il cinque con le mani di alcuni bambini.
Da lontano vedo il grattacielo della Savina Bank a Willansberg.
Tutt'intorno suonano molte orchestrine. I suoni battono il tempo, mi aiutano a correre e mi pare di ballare. Vedo donne e bambini fuori dalle loro case di mattoni rossi. Una donna mi offre una banana sbucciata che mangio con avidità. Mi spremo in bocca della cioccolata liquida.
Siamo al tredicesimo miglio, esattamente al ventunesimo chilometro.
Mi fermo. Il mio amico Salvatore Staiano, esperto e fortissimo maratoneta, mi consiglia di sostare ai punti di rifornimento. A Pulaski Bridge bevo a piccoli sorsi un Gatorade al limone.
Guardo il cronometro. Sono in perfetta media.
Sto attento a non scivolare per l'umido sul selciato. Attraversiamo per pochi chilometri il Queens dove vive un miscuglio di etnie: cinesi, turchi, coreani, serbi, bosniaci, albanesi. Ci sorridono con gli occhi allegri. Entriamo nella minuscola isola di Roosvelt, non più grande di un campo di calcio. Ci attendono la First Avenue, la mitica Quinta Strada e poi East Harlem. Qui un simpatico maratoneta di Rimini si stacca dal gruppo e per qualche minuto gioca a pallacanestro con dei ragazzi di colore. Un serpentone umano mi è davanti. Sale ordinato. Il Central Park è ancora lontano. Mancano dieci chilometri all'arrivo. Ho la sensazione di potercela fare. Si corre, si corre.
Sulla sinistra un'orchestrina suona un rock. Ballo, ballo e quasi mi slogo il bacino. Svoltando a destra si entra in Central Park. Mancano ancora cinque chilometri al traguardo della maratona. Corro sui sentieri del parco dove, due giorni prima, con Antonio e Giselle ci eravamo semplicemente persi. Ora il tragitto è chiaro, segnato da una marea di persone che dietro le transenne incitano e applaudono. Ci sono curve e controcurve. Vedo l'arrivo al di là di mille e mille teste. Più vicino, più vicino. A trecento metri. Vorrei superare qualcuno, ma non ci riesco. Passo sotto l'arco del traguardo. E' finita. Mi sento libero, appagato. Mi avvolgo in una coperta termica. Le foto di rito con la medaglia. Raggiungo il camion per recuperare la borsa con gli indumenti. Dopo un po' mi ritrovo sul pullman del ritorno in albergo. Guardo fuori. E' domenica a New York.
Non sono un parvenu della corsa. Negli anni Sessanta conquistai un posto in prima corsia sulla pista dello stadio "Collana". Al suono della campana dell'ultimo giro pensavo sempre che ce l'avrei fatta a superare quelli che mi precedevano. Non ce l'ho fatta mai. Mi rifacevo al bosco di Capodimonte con la corsa campestre. Il giorno della gara il cuore mi batteva forte. Mi prendeva una grande paura, l'ansia giovanile per l'avventura. Non avevo ancora diciott'anni. Come vorrei sentire ancora quel dolore che mi toglieva il respiro.

