Un giardino in mezzo al mare

- di Maria Pia Cunico e Paola Muscari

E' l'Elba dalla macchia mediterranea spontanea con le aiole fiorite, il profumo di ginestre e lavande, i boschi di lecci, i pini, le alte palme, i castagni i vigneti dopo il "periodo brullo" con i fuochi da miniera. Il turismo ha origini lontane.
La suggestione del soggiorno napoleonico.
Le vacanze di Paul Klee, Marinetti, De Chirico.
Dai sette alberghi del 1948 allo sviluppo successivo con la costruzione di hotel e ville firmati da Mozzoni, Giò Ponti, Leonardo Ricci.
L'istituzione del Parco nazionale dell'Arcipelago toscano.

L'Elba, oggi, è quasi tutto un giardino.
Macchia mediterranea spontanea, libera o potata ad arte, boschi di lecci e alaterni, grandi pini domestici e d'Aleppo, alte palme o cipressi in viali, nelle piazze, nei giardini pubblici, piante grasse in vasi e orci, piante ornamentali nelle strade e nelle aiole.
Tra le piante introdotte dall'uomo nel paesaggio dell'Elba, il primo sembra sia stato il castagno che la tradizione vuole essere stato importato dai Romani nel territorio marcianese. Il castagno ammanta tutte le zone alte degli "uviali" del Capanne.
Bellissimo è il momento della fioritura lungo la strada per Poggio e Marciana: poiché la strada si inerpica e sale più alta dei castagni stessi, è possibile vedere le chiome dall'alto, e addirittura, in certi punti della strada, toccarne i piccoli fiori bianchi.
Il paesaggio dell'Elba è prevalentemente sempreverde, denso di profumi in qualsiasi stagione, profumi di elicriso, ginestre, allori e lavande. Non è stato sempre così. C'è stata un'Elba brulla, disboscata, fumante di fuochi da miniera. Poi c'è stata un'Elba agricola, priva di macchia ma ricca di terrazzamenti e vigneti con ampie zone a grano.
Poi un'Elba napoleonica di gelsi e coltivazioni e un'Elba di evocativi giardini di acclimatazione in mezzo alle campagne e alla vigne. E nel Novecento, nel dopoguerra, l'Elba delle ville del primo turismo italiano, e poi straniero.
Alla costruzione delle ville è stata a volte associata la piantagione di gruppi di pini domestici per creare zone d'ombra. A poco a poco le ville sono "sparite", immerse in un verde sempre più fitto, e oggi i veri e propri giardini sono difficilmente distinguibili dal resto della vegetazione.
L'uva e il vino sono stati, fino a tempi abbastanza recenti, una delle grandi risorse dell'isola.
Uva, frutta, verdure hanno un sapore e un umore particolarmente buono. Bastimenti carichi di vino partivano dai porti o dai piccoli moli a mare dei vigneti di San Giovanni o di Punta Nera.
Alla vite viene abbinata la coltura dei legumi. "Le fave asciugano il vigneto" dicono i vecchi contadini dell'Elba.
I vigneti tradizionali dell'isola sono il Procanico, il Sauvignon e l'Ansonica, a bacca bianca, e il Sangioveto, il Merlot e l'Aleatico, il più famoso dell'Elba, a bacca rossa. Ma ci sono anche famose uve da tavola tipiche, prima fra tutte l'uva "galletta", bianca e dolce, con gli acini lunghi e a punta.
Lungo i sentieri dell'Elba spesso si trovano piccoli edifici diroccati, costruiti in "ghiaie" di granito e serpentino, e materiale di riporto, mattoni, conci, pezzi d'orcio, il tetto di mezzane con i travi in legno di castagno: erano i magazzini dove una popolazione agricola che coltivava il vigneto lontano dal paese teneva gli attrezzi e dormiva quando il lavoro si protraeva per più giorni.
All'interno di questi magazzini troviamo il "palmento", nome locale per la vasca dove si spremeva l'uva raccolta, un vascone in muratura, addossato a due pareti. Il nome di "palmento", secondo il vocabolario etimologico della lingua italiana, deriva da "palmiento per pavimento, suolo battuto per camminare: propriamente il pavimento sul quale gira la macina del mulino. Da cui l'edificio che contiene le macine e per estensione anche luogo dove si pigiano le uve".
Oppure, secondo altri, dalle foglie di palme con cui veniva coperto.
Nel 1996 è stato istituito il Parco nazionale dell'Arcipelago toscano che è il più grande parco marino europeo, 60mila ettari di mare e 18mila ettari di terra divisi nelle sette isole dell'arcipelago dalla complessa e affascinante storia geologica. Gli scopi del Parco: tutelare non solo l'integrità del paesaggio, l'azzurro del mare, la vita del bosco e il volo del gabbiano, ma anche le tradizioni legate alle antiche attività del lavoro nel territorio arricchendoli di interventi innovativi ed ecologici.
Il turismo all'Elba ha origini lontane e segue le vicende alterne della storia dell'isola. C'è un turismo legato alla fama di Napoleone che già alla metà dell'Ottocento giunge all'Elba per percorrere una sorta di pellegrinaggio nei luoghi cari all'imperatore.
Un turismo che ha lasciato incisioni e vedute molto interessanti anche dei giardini visitati.
C'è poi il turismo dei primi decenni del Novecento che scopre un'isola tutta coltivata e poco conosciuta e si avventura nella costruzione di alberghi e ville, un turismo ricco che si affida ad architetti famosi come Guglielmo Mozzoni, Giò Ponti, Leonardo Ricci, per la costruzione della casa di vacanza.
Chi arriva allora all'Elba e se ne innamora, dopo viaggi avventurosi su traghetti scomodi, è in genere persona che ama "l'isola".
Sono italiani e stranieri che arrivano dal Nord con nostalgie mediterranee e importano piante, tentando sperimentazioni, inseguendo modelli e riferimenti dalla vicina costa francese o ligure.
Artisti come Paul Klee scelgono la villeggiatura all'Elba perché fuori dalle consuete mete e itinerari.
Klee percorre i sentieri dell'isola passo a passo raccogliendo in un erbario foglie e fiori delle piante più interessanti ed è forse dalla Casa del Duca che realizza una splendida veduta del profilo di Portoferraio.
Tra tanti, ancora, c'è Filippo Tommaso Marinetti che sceglie per i suoi soggiorni la località di Cavo, più appartata ma ricca di fascino speciale. Giorgio De Chirico soggiorna a Casa Del Buono a Poggio, da poco riadattata ad albergo. Pietro Consagra e Giò Pomodoro cercano spunti per le loro opere dal paesaggio di pietra di Sant'Andrea e Pomonte.
Come si legge nelle cronache dell'epoca di Umberto Gentini, alla fine della seconda guerra mondiale, l'Elba "perse la propria fisionomia industriale con la smobilitazione dello stabilimento Ilva di Portoferraio e la popolazione si trovò in una situazione di grave disagio".
Scrive Gentini: "Molti lavoratori emigrarono nel continente o all'estero.
I più cercarono nel lavoro dei campi gli scarsi mezzi di sussistenza, mentre alcuni imprenditori illuminati identificarono nel turismo l'unica prospettiva di sviluppo economico.
Non mancavano certo le attrattive paesaggistiche. C'erano anche le voci autorevoli di scrittori come Moravia, Vergani, Soffici, Chiarelli e Saponaro che decantavano il paesaggio 'dolce e severo', la popolazione 'laboriosa e cordiale', i preziosi minerali, le splendide insenature, e c'era anche un progetto dello studio di ingegneri milanesi Belgioioso che, nel 1939, prevedeva la valorizzazione a scopi turistici delle zone 'desertiche' di Lacuna e Biodola".
"Le strutture ricettive dell'intera isola - racconta Gentini - erano costituite, nel 1948, da soli sette alberghi che disponevano complessivamente di 80 camere e 153 posti letto. Le pressioni politiche e la mobilitazione della gente ottennero per l'Arcipelago toscano il riconoscimento di zona depressa e l'inserimento nella Cassa per il Mezzogiorno.
Lo spirito di iniziativa della popolazione fece il resto. Le corvette che assicuravano i collegamenti con Piombino e Livorno e che imbarcavano non più di dodici macchine sulla poppa costituivano un deterrente per molti viaggiatori e gli elbani scesero di nuovo sul piede di guerra finché non ottennero una navetraghetto, l'Aethalia, capace di trasportare 40 auto. Era il decollo dell'attività turistica".

(Sintesi tratta dal libro "Giardini nell'Isola d'Elba" pubblicato dalla Casa editrice Leo S. Olschki di Firenze)