Un giorno a Nantucket

- di Mino Rossi

Un uomo che non è mai morto inseguendo una balena bianca vuole querelare lo scrittore per le notizie propalate nel libro su Moby Dick citando il suo cognome.
Il tentativo di un accomodamento pranzando alla Taverna del signor Freeman.
Ravioli all'anitra e proteste. Un chiaro caso di omonimia e una vicenda intricata.
L'imprevista conclusione del dialogo. Ma era lui o non era lui il capitano sulla baleniera Pequod? In realtà, l'uomo non ha una gamba di legno e neanche una cicatrice sul viso.

L'appuntamento era al numero due di South Beach Street di Nantucket, precisamente alla Taverna di Christopher Freeman. Ero arrivato il giorno prima con un comodo volo di 45 minuti da Boston.
Nantucket è una strana isola nell'Atlantico, a venticinque miglia dalla costa del Massachusetts. Più piccola dell'isola di Malta, ha la forma di una mezzaluna, o qualcosa del genere. Saprete di certo che, fino alla metà dell'Ottocento, era la capitale mondiale della caccia alle balene. Ha un bel faro bianco con un grazioso percorso in legno per arrivarci. Ha spiagge bellissime e molto pulite dove è possibile gustare il "clambake", un piatto di frutti di mare e aragoste cotti al vapore. Alla Taverna di Christopher Freeman avrei mangiato qualcosa di più appetitoso.
L'uomo che mi aveva dato appuntamento alla Taverna arrivò in anticipo. Avremmo dovuto parlare di una noiosa questione riguardante il signor Herman Melville, lo scrittore. Mi venne incontro un uomo alto e ben piantato. Un uomo di mare, a prima vista, per il viso bruno cotto dal sole che gli aveva scavato molte rughe.

"Sono Achab, Arturo Achab" disse sedendosi al tavolo.
"Il capitano Achab?" chiesi.
"Semplicemente Arturo Achab, se non vi dispiace."
"Bene" dissi. "Potremmo ordinare il pranzo discutendo della faccenda." "Molto bene. Vi consiglio i ravioli all'anitra e, poi, le quaglie con aglio, zenzero, aceto di vino di riso, cannella, chiodi di garofano e pepe nero."
E' molto sicuro di sé, come di chi è abituato a comandare, e al cameriere che si è avvicinato ordina quel menù per due.
"Mi avete già detto il vostro nome per telefono" aggiunge, "ma non l'ho tenuto a mente. Mi risulta complicato. Poiché anche voi avete navigato, vi chiamerò signor Settemari per semplificare. Se non avete nulla in contrario".
E' sempre più deciso e definitivo. Poiché il menù e il mio nome non sono questioni fondamentali, non mi oppongo.
"Dunque?" dico.
"E' una faccenda molto spiacevole. Il signor Melville è un bugiardo. Siete a conoscenza che, nel periodo da lui citato, non c'è stata alcuna nave affondata da una balena?"
"Ecco..." dico appena.
"Documentatevi. Il Pequod è una nave che il signor Melville si è inventata."
"Il signor Melville è uno scrittore" cerco di puntualizzare.
"Siete amico del signor Melville?"
"Lo rappresento in questa faccenda.
Volete querelarlo?" chiedo.
"E' quello che voglio fare. Ha dato per affondata una nave inesistente e mi ha fatto morire in circostanze ridicole. Ne avanza per querelarlo." "Capitano Achab" lo interrompo. "Prego. Arturo Achab. Signor Arturo Achab."

"Bene, signor Arturo Achab.
Potremmo trovare una intesa?"
"Non mi sembra possibile."
"Quindi, voi non avete neanche una gamba di legno?"
"Potete controllare - dice il signor Arturo Achab. - E non ho neppure un'orrenda cicatrice sul viso." "Questo lo vedo" dico.
"Volete vedere le mie gambe?" lui chiede.
"Non è necessario."
"Il signor Melville ha fatto di me uno storpio. E' una cosa insopportabile." Il cameriere porta i ravioli all'anitra.
Molto gustosi, devo dire.
"Due pinte di birra" ordina ancora l'uomo che mi sta di fronte. Mangia velocemente i ravioli all'anitra. "Il signor Melville ha scritto cose indecenti" dice. "Io ho ucciso molte balene e nessuna di loro mi ha ucciso. E, invece, il mondo sa che io sono morto nelle acque dell'Equatore. Mi vedete morto, signor Settemari?"
"No, certamente" devo convenire. "Questo signor Melville è un poco di buono."
"Vi prego" protesto.
"Un poco di buono, confermo. Un impiegato delle dogane di New York con quattro figli da mantenere." "Un lavoro onesto" dico.
"Un uomo che deve far soldi per tirare avanti la famiglia e vende storie inventate."
"E' uno scrittore" ripeto.
"Un disertore, vorrete dire."
Il cameriere porta le quaglie mirabilmente adornate.
"Voi sapete?" domando.
"Ha disertato sbarcando alle Isole Marchesi e abbandonando la baleniera 'Acushnet' sulla quale si era imbarcato come marinaio. Uno scapestrato." "Siete molto duro col signor Melville" lo interrompo.
"Conoscete sua moglie?" chiede all'improvviso.
"Veramente, no."
"Povera donna. E' lei che lo mantiene. La signora Elizabeth Shaw è di famiglia benestante" afferma. "E' una vostra malignità" dico. "Informatevi. Posso anche assicurarvi che il signor Melville ha problemi con le donne e con sua moglie." "Questo è troppo" ribatto. "Meritereste voi di essere querelato."

"Dopo tredici anni di matrimonio e i quattro figli se l'è svignata." "Il signor Melville abita con la famiglia a New York. Voi, signore, dite il falso."
"E' tornato. Ma sicuramente saprete che, un bel giorno, ha piantato la famiglia per andarsene sul clipper del fratello" aggiunge testardamente il signor Arturo Achab ordinando altre due pinte di birra.
"Siete molto prevenuto nei confronti del signor Melville" aggiungo. "E sapete di quando si è venduta la fattoria che aveva comprato a Pittsfield?
Un uomo che non sa quello che vuole."
"Siete ingiusto e prevenuto" protesto.
"Ha pubblicato molti libri."
"Bugie, tutte bugie. Che cosa ne sa il signor Melville di me? Che cos'è questa storia che ha messo su, con la balena bianca, per screditarmi e, come se non bastasse, per farmi morire dopo avere disposto della mia vita in pagine e pagine inventate?" "Vi prego, cerchiamo un accordo." "E che cosa ne sa lui di baleniere e di mari?" dice il signor Arturo Achab alterandosi. "Ha navigato appena per diciotto mesi e poi ha disertato. E' un marinaio il signor Melville? E' un bugiardo e mi ha molto danneggiato." "Come è possibile?"
"Dopo quello che lui ha scritto, mentre ero per mare, molti hanno creduto alle sue parole e mi hanno dato per morto. Anche mia moglie." "Non sarete l'unico Achab di Nantucket" cerco di puntualizzare.
"Sono il signor Arturo Achab, non vi basta?"
"Lo ammetto" gli dico.
"Il signor Melville è stato molto imprudente. Se voleva scrivere di un Achab, avrebbe fatto meglio a fare nome e cognome. Per esempio Thomas Achab, Alfred, Robert, George Achab. In questo modo, nessuno avrebbe pensato a me che di nome faccio Arturo, il signor Arturo Achab."

"Non sbagliate a dire questo" condivido.
"Ha sbagliato molto il signor Melville." "Possiamo trovare un accordo per evitare la querela?" domando. "Forse, perché mi siete simpatico signor Settemari."
"Grazie."
"Devo confessarvi un segreto" dice improvvisamente Arturo Achab. "Sentiamo" dico incuriosito.
"Me la sono spassata, signor Settemari.
Me la sono proprio spassata. Ho approfittato delle bugie del signor Melville per spassarmela." "In che modo?"
"Ecco. Quando lui mi ha dato per morto stando dietro alla balena bianca, e io ero per mare, sono stato al gioco. Sono stato via un anno e mi sono trovata un'amante a Honolulu, mentre qui mi piangevano tutti, compresa mia moglie."
"I miei complimenti, signor Arturo Achab" lo interrompo.
"Una donna giovane e straordinaria, vi dico. Una hawaiana indimenticabile, capelli neri, occhi maliziosi, un corpo da impazzirci."
"Posso invidiarvi per un momento, signor Arturo Achab?"
"Fate pure, signor Settemari. Insomma, devo dire che ho approfittato delle false notizie propalate dal signor Melville per godermela. Quando mi sono stancato dell'hawaiana, sono tornato e mia moglie è impazzita di gioia. Anche questo è stato bello."
"Dovreste ringraziare il signor Melville, non querelarlo" dico, convinto a questo punto che la faccenda si aggiusta.
"Devo pensarci, signor Settemari. Ma ora, per chiudere, ordiniamo una mousse di cioccolato."
"Ordinate pure."
Dopo la mousse, ci salutiamo sulla porta del ristorante.
"Mettete il pranzo sul conto del signor Melville" si raccomanda Arturo Achab. "Forse, non lo querelerò." "E' una buona idea" dico. "Arrivederci capitano Achab."
"Arturo Achab, vi prego. Semplicemente, signor Arturo Achab."

Un giorno a Nantucket