Indice
- Numero 40 - Agosto 2008
- L'Editoriale - Mediterraneo
- Dieci anni di billionaire
- La presa di Capri in due settimane
- Com'era bella Capri al tempo dei pittori
- La Grotta Azzurra al tempo di 'Ntulino e Costanzo
- Quando Amalfi diventa la capitale dei pigmei
- Il comandante invisibile
- I quattro moschettieri di Via Caracciolo
- Le isole semisommerse della costa Dalmata
- Il mare e la fantasia nel cuore di Milano
- Le freccie del Golfo di Napoli
- Peppino di Capri, uno champagne con 50 bollicine
- Un giorno sul sottomarino del Capitano Nemo
- Canale 21 nel mondo
- Nasce ad Anacapri il Premio Lauzi
- Il reporter dell'Isola
Un giorno sul sottomarino del Capitano Nemo
- di Mino Rossi
Lo straordinario appuntamento nel Mar Jonio davanti alla penisola di Magnisi sulla costa sud-orientale della Sicilia.
L'interno sfarzoso del "Nautilus".
La doppia identità del comandante.
Quanti chilometri sono ventimila leghe sotto i mari?
Un'assurda somiglianza con l'attore James Mason.
I grandi oblò attraverso i quali il navigatore subacqueo ha visto gli abissi degli oceani, le creature marine più singolari e la straordinaria fauna dei fondali.
Un invito rifiutato e un dubbio: è un uomo felice il capitano Nemo o fugge sotto tutti i mari da una delusione d'amore?
La penisola di Magnisi sulla costa sud-orientale della Sicilia, a nord di Siracusa e sul Mar Ionio, è una terra brulla e piatta, spazzata dal vento, lunga due chilometri e larga ottocento metri, unita alla terraferma da un istmo sabbioso. Vista dall'alto, la penisola ha la suggestiva forma della coda di una balena.
All'estremità della penisola, verso il mare aperto, in una giornata di gran sole, ma ventilata, aspettavo che il principe Dakkar giungesse con la sua imbarcazione tenendo fede all'appuntamento che mi aveva dato in quel luogo assolutamente originale, disabitato e coi resti di una antica città greca.
Era un mercoledì e il principe apparve puntualissimo alle 11,30 sulla sua imbarcazione. Quello che avrebbe più tardi definito "il mio battello" era una nave di forma cilindrica, come un grande sigaro, molto lungo, sui settanta metri, con una carena molto affusolata, visibile sotto l'acqua chiarissima, con due fari enormi e una scritta a poppa: "Nautilus".
Il principe Dakkar mi raggiunse a riva su un canotto e mi invitò a seguirlo sulla sua imbarcazione.
L'interno del singolare battello era semplicemente strepitoso. Se lo scafo, all'esterno, poteva apparire rustico e approssimativo, all'interno, dalla sala da pranzo, alla biblioteca, al salone, tutto era sfarzoso, arredato con mobili pregiati, oggetti preziosi e capolavori della pittura. Nella biblioteca, allineati sugli scaffali, tutti con lo stesso dorso marrone, c'erano più di cinquecento volumi.
Ci sedemmo nell'ampio salone con i divani di cuoio sistemati tutt'attorno alle pareti e un grande tavolo al centro sul quale potetti vedere giornali di tutto il mondo.
Sapevo che il principe Dakkar era un poliglotta, ma mi sorprese quando disse: "Parlo anche il latino".
Ci intendemmo in latino, seduti un po' distanti sui divani. Il principe era di altezza normale, robusto, con un viso bruno, largo, ornato da una leggera barba sulle guance, più folta sul mento. Il tono della voce era profondo. Non distinsi il colore degli occhi che mi apparvero un po' foschi e assai penetranti.
"Bene - disse, - sono il Capitano Nemo."
Era l'uomo che volevo incontrare.
"Questo è il vostro nome di battaglia" osservai.
"Giusto. In effetti sono il principe Dakkar, figlio di un rajah indiano e discendente del sultano Tippoh Sahib ucciso dagli inglesi per la conquista dell'India."
"Odiate gli inglesi, principe?"
"Per rispondervi devo chiedervi a mia volta se conoscete la rivolta indiana annientata nel sangue dalle truppe di lord Dalhouse a Delhi, nella regione dei cinque fiumi e in altre città."
Confessai di non esserne al corrente. "Sfuggii a quell'eccidio, abbandonai l'India e mi diedi alla ricerca scientifica. Sono un ingegnere.
Questo battello è il frutto delle mie ricerche e delle mie invenzioni."
"Posso chiedervi se è un'arma di guerra?"
"E' un sottomarino nel quale vivo per esplorare le meraviglie del mare a profondità mai raggiunte." "E' solo questo, principe Dakkar?"
"Prego, chiamatemi capitano Nemo.
Io, oggi, sono il capitano Nemo."
"Bene, capitano Nemo. Ma si hanno notizie di navi inglesi affondate da un misterioso mostro marino. Ne sapete qualcosa?"
"Non nego che il Nautilus ha un rostro capace di squarciare la carena delle navi e colarle a picco.
A questo proposito è tutto" rispose troncando ogni mia curiosità. "Io mi occupo di scienza."
Cambiai discorso dicendo con ipocrita adulazione: "Il vostro sottomarino è una invenzione fantastica."
"Questo è vero" rispose il capitano Nemo. "Saprete che gli americani ne hanno realizzato uno di appena sei metri le cui eliche per farlo navigare sono azionate a mano o con dei pedali. Molto stupido."
"Un giocattolo, direi."
"Appunto. Il Nautilus si muove con l'elettricità prodotta da batterie di sodio-mercurio. Ha una grande autonomia e va alla velocità di cinquanta nodi."
"Avete viaggiato molto, capitano Nemo?"
"Ventimila leghe. Sotto i mari.
Tutti i mari. Ho raggiunto il Polo sud passando sotto l'Antartide.
Navigando in profondità sono passato da un oceano all'altro dove gli uomini vorrebbero aprire canali per far passare le navi. Sono passato sotto il canale di Suez sbarrato al traffico marittimo. Ventimila leghe. Ho conosciuto il mondo marino, le meraviglie e le creature dei fondali. Ho veduto i calamari giganti."
Raccontava freddamente i suoi viaggi, da uomo di scienza, ma a volte aveva un'espressione cupa e misteriosa.
"Ventimila leghe quante sono?" chiesi.
"Più o meno, sessantamila miglia marine."
"Potrebbe essere più preciso, capitano Nemo? Ho dimestichezza solo con le misure terrestri."
"Allora diciamo centoundicimila chilometri. Nove volte il giro della Terra facendolo sulla linea
dell'equatore. Siete soddisfatto?"
"Somigliate incredibilmente a un attore inglese, James Mason" dissi.
"Maledetti inglesi" disse sottovoce il capitano Nemo. Poi raggiunse un monumentale organo. Si sistemò sul seggiolino, mi dette le spalle e si apprestò a suonare. Posò le dita sui tasti, li sfiorò con la delicatezza di una donna e suonò con la disperazione di un eroe solitario. Disse senza girarsi verso di me: "E' la Cavalcata delle valchirie. Conoscete Wagner?"
"Solo il Tannhauser" mentii. Ne avevo sentito parlare.
Il Nautilus vibrò tutto delle note dell'organo. Ebbi il timore che, per una delle tante invenzioni del capitano Nemo, la musica mettesse in moto il battello e cominciasse la discesa sul fondo del mare. Per fortuna, quando la musica cessò, il Nautilus era ancora fermo in superficie al largo della penisola di Magnisi.
"Possiamo pranzare" disse bruscamente il capitano Nemo. "Gusterete specialità marine che non avete mai assaggiato."
La tavola era apparecchiata con una grande tovaglia di Fiandra, piatti di ceramica cinese e bicchieri di cristallo di Boemia. Pranzammo in silenzio.
Chi era il capitano Nemo?
Un navigatore solitario, uno scienziato eccentrico, un misantropo cupo che fuggiva nelle profondità marine?
L'orgoglio di avere visto nei mari di tutto il mondo le meraviglie negate ad altri occhi umani era appena celato dalla gentilezza dei suoi modi. Ma era smisurato l'orgoglio di avere creato quel battello unico che scendeva a profondità inaudite.
"Potremmo fare un giro" disse il capitano Nemo guardandomi in maniera misteriosa.
"Grazie, no" mi precipitai a dire.
Non mi fidavo del Nautilus, così brutto all'esterno, incrostato dei rifiuti di tutti i mari del mondo che lo facevano somigliare proprio a un mostro marino che molti marinai avevano avvistato con preoccupazione, e non sapevo niente delle batterie di sodiomercurio.
Il capitano Nemo ghignò fissandomi perfidamente. Guardai attraverso i grandi oblò del salone, che al capitano permettevano di vedere il mistero blu dei fondali, le creature delle profondità, la fauna degli abissi, e mi rassicurai vedendo la terraferma.
Provai a non rivelargli oltre i miei timori per una discesa sottomarina cercando di sorprenderlo. Era lo scopo di quell'appuntamento.
"Voi non siete il principe Dakkar, figlio di un rajah indiano e discendente di Tippoo Sahib" dissi seccamente.
Il capitano Nemo ebbe un impercettibile tremito, ma mi sfidò riprendendo sicurezza: "E chi sarei, di grazia?"
Temporeggiai temendo che avesse una reazione esagerata e, con una manovra improvvisa, premendo appena un bottone, chiudesse gli sportelli del Nautilus e, muovendo la grande leva davanti agli oblò, desse un comando secco e rapido alle batterie di sodio-mercurio per scatenare argani, paranchi, pulegge, bielle e stantuffi trascinandomi con sé sul fondo verso oceani, canali, canyon sottomarini e faglie.
"Perché dubitate della mia identità originaria?" riprese a dire il capitano Nemo, molto infastidito.
"Gira voce, a Parigi, che voi sareste invece un nobile polacco" dissi d'un fiato.
"Questo che cosa cambierebbe?" osservò il capitano Nemo.
"La vostra famiglia sarebbe stata sterminata dalla repressione russa durante l'Insurrezione di Gennaio" continuai.
Il capitano Nemo mi guardò senza alcun sentimento. Mi sembrò che si assentasse dalla conversazione.
Voleva difendersi dalle mie rivelazioni?
"E allora?" chiese.
"Allora si spiegherebbe il vostro odio per i russi" dissi.
"Poco fa avete detto che odio gli inglesi."
"Bene, ma c'è questa altra versione sulla vostra identità."
"Trovo la vostra curiosità molto impertinente."
"Vi prego di scusarmi - dissi. - Ma vorrei proprio sapere chi siete."
"Ho avuto un altro ospite sul mio battello, alquanto noioso e insopportabile, pieno di sospetti anche lui. Abbiamo viaggiato sotto tutti i mari. Faceva domande in continuazione.
Conoscete il professore Pierre Aronnax del Museo di storia naturale di Parigi?"
"Non lo conosco."
"Quel mio ospite era lui, il professore Aronnax. L'ho sopportato a lungo. Ma era un uomo di scienza, mentre voi siete un fastidioso impiccione." "Sono desolato" cercai di ammansirlo. Il capitano Nemo era molto turbato e si avvicinò pericolosamente alla leva di comando.
"Chi vi ha parlato di me a Parigi?" chiese dissimulando il suo interesse.
"E' stato il signor Hetzel, Pierre-Jules Hetzel. Un editore."
"E per quale motivo io sarei stato al centro della vostra conversazione?"
"Il signor Hetzel sarebbe in possesso di un diario dei vostri viaggi sottomarini" dissi, ma il capitano Nemo non mi lasciò finire.
"Non ho mai scritto diari" disse nervosamente.
"Lui dice di averli e li ha affidati a uno scrittore di Nantes, il signor Jules Verne, perché li proponesse nella migliore forma per i lettori." "Il signor Verne?"
"E' molto famoso in Francia. Scrive racconti su imprese straordinarie.
E voi avete compiuto una impresa straordinaria viaggiando per ventimila leghe sotto i mari, centoundicimila chilometri."
"Sono degli speculatori che vogliono fare soldi con i miei viaggi."
"Il signor Verne ha scritto sessantadue reportage veramente sensazionali" aggiunsi. "Ha scritto di un viaggio aereo su un pallone che ha sorvolato la Terra, di un viaggio al centro del pianeta e di una fenomenale esplorazione spaziale su un razzo che ha circumnavigato la luna." "Un raccontatore di frottole e un avvocato mancato" disse il capitano Nemo.
"Si tratta di un autentico imbonitore, un impostore da strapazzo, un vaneggiatore, un millantatore che scrive di cose che non ha mai visto, ma solo stupidamente immaginato. Come quell'italiano di Verona."
"Intendete dire il signor Salgari?" lo interruppi.
"Finito suicida, come ben sapete, con la gola squarciata in un bosco veronese - disse con soddisfazione il capitano Nemo. - E' gente distrutta dall'immaginazione e dai debiti. Non viaggiano, non conoscono il mondo, non hanno visto niente e pretendono di scriverne seduti a un tavolino di casa."
"Il vostro è un giudizio molto severo" osservai.
"Siete un loro complice? - chiese il capitano Nemo. - Vi diffido di scrivere di me se non mi accompagnate nell'ultimo mio viaggio.
Cerco un'isola misteriosa. Vi va di seguirmi? Potrete scrivere di cose interessanti viste con i vostri occhi senza inventare nulla."
"Preferirei salutarvi" dissi.
"Mi deludete. Vi offro l'opportunità di un vero reportage e voi rifiutate." "Ho i miei motivi" dissi sbrigativamente. "Non capisco. Perché avete voluto incontrarmi?"
"Per conoscere la vostra vera identità.
Siete il principe Dakkar o un nobile polacco?"
"Che importanza può avere. Io sono il capitano Nemo e questo è il Nautilus. E' tutto."
"Ma voi siete felice?" lo sorpresi ancora.
"Prendete il canotto e tornatevene a terra" disse il capitano Nemo visibilmente contrariato. "Che cos'è la felicità? Una sciocca illusione.
Io sono uno scienziato e non ho illusioni."
"Non siete mai stato innamorato, capitano Nemo?"
"Tornatevene a terra" mi intimò.
"Ventimila leghe sotto i mari senza una donna?" insistei, sicuro di averlo colpito con un argomento doloroso per lui.
"Il canotto è a vostra disposizione" ripeté con durezza.
"Era bella?" chiesi con una certa crudeltà.
"Chi era bella?"
"La donna di cui eravate innamorato che vi ha rifiutato e dalla quale state fuggendo infilandovi
in tutti gli abissi del mondo."
"Siete un insolente - urlò. - A terra, a terra."
"Le grandi delusioni d'amore portano a gesti insani, ma anche ad imprese epiche per cancellare il dolore. Sono sicuro che è il vostro caso, capitano Nemo."
"Andatevene, maledetto."
"Voi annegate nel mare la vostra grande delusione."
Si avvicinò pericolosamente alla leva di comando. Stava per spingerla quando mi precipitai fuori dal battello e saltai sul canotto per raggiungere la penisola di Magnisi.
Mi girai a guardare il Nautilus che stava per immergersi. Vidi il capitano Nemo dietro uno dei grandi oblò. Aveva la testa china. Poi lo vidi dirigesi verso il grande organo.
Mentre il Nautilus si immergeva, le potenti note arrivarono sino a terra.
Il capitano Nemo stava suonando una vibrante "Polonaise".
