Un inciampo di terra nel verde dello Jonio

- di Piero Antonio Toma

davanti a Gallipoli, Sant'Andrea è una "mobydick" bruna e mutevole, un isolotto brullo sopravvissuto agli uomini, una zattera in mezzo al mare. I lumi delle lucciole, il verderame dei ramarri, i granchi crocifissi sulle rocce, le formiche onnivore in un paesaggio metafisico.

Alla mia infanzia sono mancate due cose, innanzitutto. Le isole e i fiumi. Parlo di Lecce e della sua provincia. Il mare, sì, quello ce lo avevo davanti, dieci chilometri più in là. Mi veniva addosso, confondendomi l'orizzonte di ulivi e di vigneti, di campanili e di una passata di case bianche e che in quel punto faceva acqua, abbandonando le orme della terra rossa per la scia che fendeva lo Jonio. A lungo. E ai lati fichi e fichidindia opponevano un impedimento fisico, ma inutilmente, prevalendo quel vestimento leggero e diafano tessuto di pianura altra, uno spiraglio, un punto di fuga o d'incontro.
Poi una volta, mentre marinando la scuola, pedalando e ansimando, mi avvicinavo a Gallipoli, quella essendo la latitudine magica della lontananza, mi colse fuori di me un lembo di terra che il mare voleva fare suo, una canoa che sfuggiva alla omologazione sotto una vela bianca qual era, ma questo lo avrei capito un minuto dopo, il faro vigile alto sul mare. Si chiamava Sant'Andrea quella interpunzione, un diverso, un inciampo d'isola, che poi con l'addomesticarsi del mio ripetuto approdare su barche a motore, anche un'estate, ricordo, di effusive smemoratezze, su un dinghy, si materializzava l'Isola, tout court. Non ci spuntava, salvo il faro, una polvere di tufo, perché soltanto il tufo da quelle parti marca l'uomo e il suo essere bene-male, sopruso della memoria, specchio del futuro, derivata dell'inverno senza fine: soltanto in un profanare di nubi e di pioggia si barattano albe e tramonti uguali come diseguali, difformi, divaricati sono nel lungo viaggio del sole d'estate. Quando il mare tutt'intorno a Sant'Andrea si rimescola e si acciambella intorno ai sassi della magra battigia, affiorante e qua e là, dagli anfratti.
Allora, soltanto allora, compresi che Sant'Andrea era una diversità, una metafisica, vicina e lontana, cioè un non- luogo, un non-tempo. Piuttosto una mobydick bruna e mutevole, a seconda se la si bracca dall'alto della collina che all'improvviso divora, e ne è divorata, la valle calcificata di Gallipoli complice di due mari, o da est se la si indovina con sembianze di sauro che scivola sulle onde, o da occidente, se la s'incrocia metaforica bottiglia che ha in pancia messaggi spediti e mai giunti, un epistolario di tutte le genti che su questo mare convengono nei millenni.
Ma quello era ed è soltanto, esclusivamente, irripetibilmente, un isolotto brullo. Uno dei pochi luoghi ancora sopravvissuti agli uomini. Nella mia immaginazione infantile, che di per sé è una dimensione affollata, l'unico luogo disabitato al mondo. E mentre ci s'ingozza di grattacieli e di migrazioni, di paci sempre minacciate e di globalizzazione, l'isola di Sant'Andrea colma la superstite metafora della diversità. In contro tendenza. Tutto vi sta in controtendenza.
Intanto ecco il faro, alto e massiccio - ma i fari non sono snelli e agili a prendersi in tasca il cielo? -, stagliarsi in quella notte, mai passata del tutto, quando Fenici e Greci le andavano incontro navigando verso occidente.
E poi la flora che non esiste. Qui, proprio qui, esiste il non esistere. Il graffito è di casa. Difetta il presente della quotidianità. Soltanto i pescatori le si accostano nella bonaccia, quando gabbiani visionari inventano sponde inesistenti per rifiutare i bassi picchi inospitali.
Ricordo, come fosse ieri, quel giorno della bicicletta e della scuola rimandata, all'improvviso dal corrucciarsi di un nembo dal cielo sereno di marzo declinante, deflagrare per ogni dove fulmini e coltellate inferte, e sotto, c'era quasi da farsene sommergere, il diluvio di quell'otre turgida vomitare sulla lingua riarsa di terra emersa appena e dovunque sul mare.
E proprio un vecchio pescatore, come ce ne sono tanti nella letteratura e nella realtà, che oggi asciuga le reti sotto l'innaturale ombra del grattacielo al cospetto della incorrotta nobiltà della Fontana Greca, mi racconta dello straordinario spettacolo che assorda la notte sulla disabitatissima isola di Sant'Andrea. A fiumane le luci orfane delle lucciole, il verderame dei ramarri, i granchi crocefissi sugli apici di roccia, le formiche onnivore e il tremulo profilo dei merli prudentemente discosti dai gabbiani sul limitare, distante un palmo o poco più. In quelle ore notturne, specialmente d'inverno, quando ogni anima viva si tiene lontana da quell'escluso margine di terra, si sollevano salti e urla di animali in festa. Quasi, commenta il pescatore, a farsi la ruota per essere l'unico luogo in salvo dall'uomo. Per non parlare di ricci e di cernie, di triglie e di scorfani assisi, come vuole il gran mago Veronelli, a nettare degli dèi.
Qui è opportuno riandare alle origini. Le origini sono quasi sempre prive di uomini. Sull'isola di Sant'Andrea è opportuno cominciare e ricominciare. Qui, figli di Eolo, spirano Ulisse ed Enea, Omero e Virgilio, Pitagora e Archimede. Anche le parole nel Mediterraneo, in tutto il Mediterraneo, si rifanno ad una matrice condivisa - come ci rivela Predrag Matvejevic - come barca, barcon, barcosa, barcusius, bragoc.
A quell'isola, zattera di naufrago, portolano delle sirene, e dritto di prua che segna la rotta, mi sono spesso restituito, talvolta innocente. Da allora, e per tutta la mia vita, essa arretra, scarroccia, devia, naviga di bolina alla prima brezza di levante. E' ancora quel levante, dopo mille e mille anni, che ci riporta, noi uomini dell'occidente mediterraneo incompiuto e abortito, all'Ellade madre comune. Una metafora di solitudine e di ricordi. Dove ti sei nascosta ora Sant'Andrea, di fronte a questa Capri che, scendendo verso l'equorea trasparenza di piazza Vittoria, mi balena ogni mattina fra le palme vibranti e affusolate come il faro nel cielo?