Indice
- Numero 16 - Maggio 2005
- L'Editoriale - Le notti di maggio
- Pronti a diventare Mascalzoni Latini
- Tutto il mondo è un'isola
- L'uomo che dedicava un Faraglione ad ogni sua donna
- Quella casa irregolare voluta da Curzio Malaparte
- Quando a Capri anche gli scugnizzi parlavano russo
- Le passeggiate anacapresi del professore gentiluomo
- L'incanto di Valeria Corvino è lo strapiombo di Anacapri
- L'insolente pinguino di Punta Tombo
- Quell'odore di ragù sull'isolotto d'Isca
- L'uomo che attraversava il mare cantando
- L'antimeridionalista Fucini scappò da Napoli per trovare il paradiso ad Amalfi
- L'estate cinematografica di Mar del Plata
- Il principe del Tempo
- La farfalla che si lasciò cadere su una scogliera di Anacapri
- Dalle Eolie all'America
- Andiamo a fare due pazzi
- Il libro di Pironti
- Un'isola sospesa nel cielo
- Il reporter dell'Isola
Un'isola sospesa nel cielo
- di Angelo Caroli
Nel mio giallo, "Delitti alla Sacra di San Michele", ho tentato di far conoscere e amare ai miei lettori una delle più suggestive isole terrestri d'Europa. Ho definito l'Abbazia che rende omaggio a un santo così caro ai pugliesi e ai francesi della Normandia (Mont Saint Michel) "un artiglio di cemento conficcato nel dorso del monte. Un nido d'aquila, un salvacondotto per il Cielo, mura screpolate che si aggrovigliano a un passo dalle nuvole".
E' l'incipit del libro attraverso cui ho anche reso omaggio all'assoluta bellezza che si respira salendo fin lassù, 962 metri di quota.
Un pomeriggio di marzo, assolato ma gelido, mi avventuro su per i tornanti boscosi del monte Pirchiriano. Ho lasciato da poco le orme medievali di Avigliana che accerchiano il lago sottostante e si trovano a una trentina di chilometri a ovest di Torino. Procedo e abbandono la conca di San Pietro e comincio a degustare le bellezze quasi isolate del passo della Croce. I tornanti sono dolci e ombrosi. Un piazzale è il terminale per auto e pullman. Parcheggio l'Alfa 147 e vado avanti a piedi lungo un serpente prima d'asfalto e successivamente sterrato.
La sagoma monumentale dell'Abbazia mi appare come un fortilizio, un bastimento pronto a salpare verso l'azzurro acciaio del cielo. Aspiro aria divina, sono quasi sgomento poiché la sagoma della Sacra contiene qualcosa di enigmatico e misterioso. Una teca dove palpitano le due anime conflittuali del Medio Evo. Arcano che scoprirò più avanti.
L'ultima impennata è una sofferenza per la mia coxo-artrosi. Doppio il sepolcro dei Monaci, la porta di Ferro rafforzata da lamine d'acciaio e mi trovo di fronte l'imponenza del portale. Ed eccomi impossessato di nuovo da un vago afflato francescano, un senso di ascesi che mi ricorda il versante più dolce e meno delirante del Medio Evo, quello francescano che conforta e non punisce. Mi scopro lillipuziano al cospetto di immagini sovrannaturali che appartengono all'infinito.
Affronto l'ennesima erta di scalini, sono interminabili in quest'isola scavata nella roccia, e mi immergo in una gora lugubre quando mi compare lo Scalone dei Morti. Un'improvvisa e imprevedibile vertigine mi trasporta in un universo che mi sembra di aver conosciuto in un pomeriggio remoto a Pisa. Nel cimitero della città toscana scoprii "L'affresco della morte", una galleria di immagini dolenti e spaventose, come spaventosi erano stati i moniti di Jacopo Passivanti e, soprattutto, di Jacopone da Todi. Il "giullare di Dio" o il "pazzo di Cristo", come viene definito dalla letteratura religiosa, per raccogliere adepti attorno a sé e al cattolicesimo, e farli vivere in santità e purezza, li minacciava con la prospettiva degli Inferi piuttosto che promettere il Paradiso.
La luce dello Scalone dei Morti è polverosa e non si sa da dove filtri, come un miracolo costante. Supero il grande gomito, scavato anch'esso nella roccia, e dopo l'arco dello Zodiaco in stile romanico mi lascio abbagliare dalla luce naturale, che è violenta. Come il vento che comincia a schiaffeggiare la zona. Mi stupiscono gli Archi Rampanti, contrafforti proiettati nell'etere come vele strappate dal mistral. Sulla sinistra del "fortilizio" palpita il Grande Monastero con la celebre Sala delle Righe, la biblioteca, le camere, il refettorio e la Cappella.
Procedo a destra e mi introduco nella Chiesa maggiore, costruita in epoca successiva alle tricore sottostanti che rappresentano il cuore dell'Abbazia. Di nuovo mi investe l'alone inconfondibile di spiritualità francescana. E ancor più lo avverto quando il rettore, don Antonio, spalanca la grande finestra della Chiesa e mi invita a uscire all'aperto.
Un braciere divampa lontano. E' Torino che accende le luci all'ora del vespro. Il panorama sottostante mi invita, chissà per quale misterioso riflesso condizionato, a sollevare gli occhi al cielo. Mi appare di nuovo il versante francescano che illumina con versi stupefacenti e dolcissimi: "Altissimo onnipotente, bon signore / tuo so le laude, la gloria e l'onore / ed onne benedictione... / laudato per sora luna e le stelle / in celu l'hai formate clarite, pretiose et belle / e per frate vento...", quel vento che sembra avere lassù più voci, quasi un coro affiancato da cembalo e organi.
La Sacra di San Michele si aggrappa, dunque, al Pirchiariano. La zona è frequentata da liguri, romani, burgundi, eruli, longobardi e franchi. Grazie ai monaci persiani che devono evangelizzare l'Italia settentrionale si diffonde il culto di San Michele. Nei luoghi che vengono presidiati per il controllo della valle di Susa, sono edificate tre micro cappelle, le attuali tricore, quasi a rappresentare il cuore della Sacra. Siamo alla fine del '900. Agli albori dell'Anno Mille, il monaco abate Guglielmo Volpiano concepisce la costruzione della quarta chiesa, la più grande.
Con il trascorrere del tempo l'Abbazia si trasforma in uno dei più famosi monasteri benedettini, asilo naturale di mercanti, viandanti e pellegrini. E più avanti nel tempo si fa perfino sanguinoso teatro di battaglie. La storia si evolve, fino all'avvento dei "rosminiani" grazie ai buoni servigi di Carlo Alberto.
Impossibile descrivere tutte le bellezze contenute da questa fantastica "teca spirituale. Sono innumerevoli affreschi, cripte, capitelli, stipiti, sarcofaghi, sculture, pale, trittici, altari, tombe, sale. Tutto è conservato con scrupolo da un gruppo inquantificabile e appassionato di collaboratori volontari.
Si fa buio. E' ora di tornare a Torino. L'ultima occhiata la consegno alla Torre della Bell'Alda, un moncone di pietra cariata che s'impenna nel vuoto e racconta la storia di una fanciulla violentata da un gruppo di soldati in transito. Per non sopravvivere al disonore, la ragazza si getta nel vuoto. O tempi, o costumi!

