Indice
- Numero 7 - Marzo 2004
- L'Editoriale - Ombrelli e mimose
- Una bandiera per Capri
- L'ISOLA alza le vele
- Finalmente a Sabaudia
- Perché il governo Berlusconi ha tagliato i fondi all'Ancim?
- Il mare di casa
- Il marinaio con la chitarra che spiegò a Marilyn Monroe il significato di "maruzzella"
- Una donna sola al comando, è la capitana di Procida
- Il sentiero degli aghi di pino
- Il mare a Bologna
- Quei due gentiluomini a passeggio per le stradine di Anacapri
- Un posto magico dove entri zingaro ed esci Cary Grant
- L'antologia delle isole
- Sotto una tenda all'isola di Wight
- Viaggio a Filicudi
- La farfalla di roccia che inganna i tonni
- Arti superiori
- L'incontro a Succhivo con un nobile leone
- Il pittore dei palazzi e della luce di Capri
- Il reporter dell'Isola
Un posto magico dove entri zingaro ed esci Cary Grant
- di Roberto Gianani
Come Rosario, Luca e Massimiliano Virno, i tre moschettieri dell'alta moda a Cava, sanno trasformare i loro clienti consigliando i più accurati capi d'abbigliamento e gli accessori più eleganti. Nel negozio di corso Umberto, nato nel 1864, Salvatore Di Giacomo sceglieva le cravatte azzurre e la moglie le camicie di plissè, Marotta si lasciava vestire con entusiasmo, Carlo Ponti e Sofia Loren salivano da Amalfi per scegliere il capo più originale.
Le giacche di tweed di Achille Bonito Oliva e l'errore di Luca Zingaretti
Battono le cinque della sera nella Cava de' Tirreni crepuscolare che sembra uscita da un acquerello di Filippo Palizzi o da una tela di Salvator Rosa. Cava "sonnecchia tra i monti e il mare" come scriveva Alfonso Gatto in una delle sue poesie fatte di vita e di destino.
Sembro uno zingaro, ho la barba lunga, un paio di jeans vecchi di anni, la camicia fuori dai pantaloni, le Timberland luride di fango, occhiaie gonfie per una notte insonne e i capelli lunghi e scarmigliati.
Sono a pezzi, sembro un pazzo. Si sposa mio cugino Ezechiele, sposa a Cava nella chiesa di San Francesco con una professoressa di lettere di nome Mafalda, segaligna, senza seni e senza culo. Grandi occhiali e poco ingegno.
Ho l'invito, l'indirizzo e il dovere di partecipare per fare contenti mia madre Giovanna e papà Franco, il generale. Posteggio il fuoristrada in mezzo alla strada, pardòn in mezzo al corso, Corso Umberto I, quello principale. Sono in ritardo, ho cinquantott'anni ma devo dare ancora conto e spiegazioni. Non posso arrivare in ritardo e nemmeno vestito da zingaro. Sono il testimone, il testimone. Ho un'educazione e un casato da rispettare. Da non molto lontano arriva il fischio di un locomotore. Di qui passò Giuseppe Garibaldi il 7 settembre del 1860 e prese il treno alla stazione di Cava, un treno speciale per Napoli. "Tutte le donne, vecchie e giovani, vollero baciare Garibaldi sulle guance e il generale lo permise".
Lo permetterei anch'io, ma non mi fila nessuno. Mi accendo una Marlboro, mi guardo in giro, piove. Piove e "butta" il vento. Cava è una città senza cielo. Portici e negozi, negozi e portici. Il sindaco si chiama Messina che è una città di mare, il personaggio più famoso di cognome fa Gasparri di nome Maurizio. È un ministro, il ministro delle Telecomunicazioni.
Forza Italia, forza Cava, forza Ezechiele. Aspetta che arrivo. Non arrivo, incrocio Giuliana De Sio, cavese d.o.c., bella e rossa come una rosa: tailleur verde mela, zigomi alti, occhi intensi come il mare di Vietri, seni larghi e un trionfo di lentiggini che sembra carnevale. Coriandoli piccoli, piccoli per un'attrice grande, grande.
Ho un matrimonio, sono il testimone. Acqua e vento ma i portici sono ombrelloni. Don Peppino mi rade, la bottega sa di pulito. C'è uno specchio che mi sorride, un pettine, un phon e Enzo Rondinella che racconta di libri e di storie di Costiera.
Ore 17,30, entro nel negozio dei Virno, abbigliamento ed alta moda dal 1864. Centoquaranta anni di storia, tutte marche dieci a zero. Un salotto di capi esclusivi tra mobili antichi e tappeti. Un cenacolo di eleganza e cultura, tessuti preziosi, parole e colori. Qui venivano a "vestirsi" Salvatore Di Giacomo con sua moglie Elisa Avigliano, bella donna di Cava. Le cravatte azzurre di lui, le camicie fasciate, tutte plissè che amava lei. E poi Giuseppe Marotta, Carlo Ponti e Sophia Loren quando avevano una villa ad Amalfi. Il produttore collezionava pullover alla marinara in filo blu. L'attrice si fasciava in abiti di lino. Ancora viene ricordato quel luglio con Sophia sotto i portici nel suo completo rosa shocking.
La sirena di Pozzuoli si muoveva vibrante, Cava ammirata applaudiva, i cuori bruciavano, gli orologi di corso Umberto I perdevano colpi. Il cielo era un ritaglio di cartoncino azzurro tra i tetti.
Ma Virno non significa solo gente di spettacolo. Da quattro generazioni, dai tempi del fondatore Michele al figlio Pio, per passare agli eredi Antonio e Giuseppe, e arrivare sino ad oggi, nei tre negozi (uomo, donna, store) approda una clientela proveniente da tutta la Campania. Donne e uomini di gusto e gente che sa dove comprare.
"Buona sera zingaro, pardòn, buonasera signore". Sono in difficoltà, non so da dove cominciare. "Ho un matrimonio, si sposa mio cugino Ezechiele".
Fuori piove, piove spesso a Cava. A Salerno c'è il sole, a Cetara c'è il mare. Dai Virno c'è una soluzione. Guardo l'orologio; a quest'ora la sposa è già in chiesa.
Piove. Dentro il negozio di Corso Umberto I numero 289 splende il sole. I tre fratelli Virno, Rosario, Luca e Massimi-liano, coadiuvati dalle mogli Veronica, Ma-rianna e Marielena, sono tre moschettieri dalla parola facile e la simpatia contagiosa. Occhi attenti, cuori sensibili, consiglio pronto a tutto quello che c'è da sapere per vestire bene. La sorella Pia ha il sorriso aperto e lo charme di chi è presente con naturalezza nel mondo della moda. I genitori Antonio e Rosalba si muovono con eleganza come principi regnanti. Il loro contributo è prezioso e insostituibile.
Ho una fretta maledetta ma al diavolo il cugino Ezechiele e quella secca di Mafalda: questa è l'occasione per cambiare. Dal vicino bar Liberti arriva un caffè, mi concedo una pausa di riflessione. Mi guardo intorno con calma, fuori piove.
"Vorrei quella camicia azzurra di Truzzi, mi dia quei pantaloni grigi di tasmanian". "E sopra?". "Sopra indosserò quel blazer blu di cachemire e seta di Fabio Borrelli". "La cravatta?". "Mi dia... ma cos'è questo lei? Dammi quella di foulard con i pois bianchi di Etro".
Sono perfetto, mancano solo le scarpe. Scelgo un vitello nero, classico, allacciato, cucito a mano da Santoni. Lo specchio è rettangolare, grande e rassicurante se non fosse per Nanni Moretti che lo attraversa in un girotondo rosso-bandiera che stride con il mogano dell'arredamento. Mi distraggo solo un po' ma subito adocchio un impermeabile "grigio-nuvola di marzo", modello doppio petto lungo fino ai piedi. "Mi sta alla grande, uno strafigo. Aggiudicato, mi voglio rovinare."
Finalmente, grazie ai Virno sono un uomo diverso. Sembro il gemello di Cary Grant, forse più bello. Mi alzo sulle punte delle Santoni pavoneggiandomi più di uno sposo, mi avvolgo in una sciarpa blu come la notte ed esco indifferente nella pioggia di Cava. Ho comprato un ombrello della Burberry's con i riquadri che sembrano una tovaglia scozzese. Sono un Lord, sono in forma: un divo, un attore, un damerino. Non sarò più un testimone di nozze, ma chi se ne frega. Vestito così posso arrivare dovunque e con qualunque ritardo. Ezechiele capirà, Mafalda non so.
Mi fermo nella pasticceria "Da Sandro" per comprare una montagna di pasticcini crema e amarena, quelli che hanno inventato ad Atrani. Ma non basta, c'è bisogno di fiori. Ordino un bouquet di rose bianche nella bottega "Fiori d'autore" di Alfonso e Giovanna e raggiungo il fuoristrada in mezzo alla strada.
In piazza Duomo incontro Achille Bonito Oliva, piccolo e malizioso con un quadro sotto il braccio e l'immaginetta di Richard Serra attaccata al bavero di una giacca di tweed molto intellettuale, modello Virno naturalmente. Il critico supercolto ha "il capello a spazzola" e un sorrisetto "dico si-dico no" che più colto non c'è. Saluto frettoloso, "Ciao Achille ci vediamo in luglio a Vietri sulla spiaggia del Calypso".
Non piove più, sono fuori dalla zona dei portici, il cielo di Cava, finalmente, si vede. Una tardona mi lancia uno sguardo appassionato. Ho fretta, ciao baby.
M'infilo verso la strada che dall'Abbadia porta all'Hotel Scapolatiello, dal 1821 una dimora di charme nascosta tra il verde di pergolati appena in fiore. La festa di nozze è qui. Tra gli ospiti Luca Zingaretti che, ogni tanto viene nella vicina Albori nella casa degli eredi di Benedetto Croce. Il commissario Montalbano si muove eternamente guardingo nella sua giacca di velluto marrone. Il faccione rotondo, gli zigomi forti e quell'aria di chi morde la vita e le donne. Mille casi risolti e un solo errore: non ha mai usato la brillantina Linetti.
Sono le ventuno, siamo in pieno banchetto. Giuseppe, Cesare, Giuliana e Lucia Scapolatiello hanno preparato tutto con maestria. C'è la musica di Carlo Senatore. Voce e piano, canzoni e tentazioni. La sposa è segaligna, senza tette e senza culo. Mio cugino Ezechiele mi viene incontro con il suo abitino di fresco lana grigio: "Finalmente sei arrivato, siamo quasi al dolce ma non importa, mi sembri Cary Grant".
Grazie Cava, grazie Virno, grazie sposi. Mi avete dato l'occasione, almeno per una sera, di sembrare affascinante come un attore.


