Indice
- Numero 5 - Agosto 2003
- L'Editoriale - Il mese del Re Sole
- ESTATE: quando andavo al mare con Marotta
- Vincenzone Mellino racconta la vera Piazzetta
- Storia di un agosto di pioggia
- Quel marinaio del '43 in Piazzetta era proprio
- Le estati hollywoodiane
- Sulla mia barca verso Capri con Liz e Burton ubriachi
- Fiona Swarovski, quando l'intervista è cristallina
- La strada di Alfred Krupp tra architettura e felicità
- Sulla piscina di Gracie Fields ascoltando Van Wood tra Faruk, Orson Welles e Soraya
- Un uomo su misura
- Sophia Loren alla Settembrata
- Al figlio del fiordo Anna Magnani regalò le prime caramelle del dopoguerra
- Ventotene tra passato e presente
- L'ottava meraviglia del mondo dove Dustin Hoffman raccoglie pomodori e zucchine
- Il corsaro delle Eolie
- Venezia dove l'acqua prima d'essere alta è molto mossa
- Sergio, faccia di pietra
- Oro et l'adoro
- "Abbronzantissima", la canzone inventata a Sant'Angelo
- Ezio Vendrame il bel tipo che suonava a Napoli l'armonica a bocca
- Il reporter dell'Isola
Un uomo su misura
- di Nino D'Antonio
La storia di un protagonista della moda che da ragazzo correva nei vicoli del Mercato ed ora gira il mondo col marchio delle sue creazioni.
Andiamo alla scoperta di Ciro Paone, l'imprenditore napoletano che ha creato una azienda modello dove lavorano 400 persone, è ricca di opere d'arte ed espone 30 manichini con l'intero guardaroba del duca di Windsor.
Il ragazzo è insofferente, fin troppo sveglio, di un'indipendenza che preoccupa alla sua età. Senza contare che di scuola non ne vuol sapere. La sua vita è la strada, o meglio quella griglia di vicoli che si apre fra Piazza Mercato e i Quattro Palazzi, il Carmine e Sant'Eligio. Così il collegio diventa l'unica prospettiva possibile. La scelta cade sulla Conocchia, la comunità dei Gesuiti, allora alla Sanità.
Invece, otto anni di collegio varranno solo a restituire un adolescente irrequieto, più che avido di esperienze, e per giunta in età puberale.
Siamo nella Napoli del '45. La scoperta del sesso, sollecitata ad ogni angolo di strada da seni e cosce in libertà, se diventa un incontenibile tentazione per il ragazzo, si trasforma in un grosso tormento per il padre. Il terrore che il figlio possa contrarre la sifilide, lo induce a seguirlo in ogni spostamento e ad affidarsi agli amici perché gli facciano capire i rischi che corre.
Padre sei volte, gioca allora la carta di coinvolgerlo nella sua attività: un avviatissimo commercio di biancheria e teleria, fra Piazza Mercato e Nicola Amore. Ma i due sono troppo diversi. Il padre è un uomo all'antica per cui fatica ad accettare la disinvoltura e il linguaggio del figlio. Così, il consiglio di famiglia decreta che è inutile portare avanti l'esperimento. Piuttosto si può tentare di affidare il ragazzo a Salvatore, il fratello minore del padre. Lo zio è giovane, poco formalista, e questo forse potrebbe favorire una certa intesa fra i due. Zio Salvatore, al di qua del portico di Sant'Eligio (che ha sempre segnato una sorta di confine tra i buoni commercianti e i cosiddetti "pannazzari") conduce un attivo commercio di tessuti per abiti maschili. Roba di qualità, drapperie inglesi, lane dalla Scozia, dalla Tasmania, dal Cashmere.
Lo zio scopre così di potersi fidare di questo nipote, sul quale nessuno qualche mese prima avrebbe scommesso una lira. Ma il ragazzo - è ancora tale, perché conta poco più di sedici anni - sta coltivando un suo coraggioso progetto. Sceglie una pezza della migliore lana inglese, morbida al tatto e sobria nella fantasia, e fa realizzare una dozzina di abiti, dalla misura 46 alla 52. Anche fodere e bottoni sono di ottima qualità. Poi mette insieme la prima pattuglia di sarti della sua vita: un maestro tagliatore e i più accreditati "giovani di giacchette", gilets e pantaloni, tutti operanti a casa propria.
È il momento di scegliere fra i negozianti in Campania, quelli che acquistano le migliori drapperie da zio Salvatore, senza badare troppo al prezzo, e fare un giro di visite con i suoi dodici vestiti. Pensa di servirsene come campionario per le prime eventuali ordinazioni, e invece alla seconda visita ha venduto tutto. Scatta, a questo punto, la necessità di allargare la squadra di avvio e di dare un nome alle confezioni. Sceglie quello di Max, il suo cane preferito, e gli porterà fortuna.
Appena qualche anno e anche il rinforzo della squadra risulterà insufficiente. Ma soprattutto diventa dispersivo dover seguire e coordinare un lavoro frazionato in tante case, spesso lontane fra loro.
Così l'esigenza di tenere tutti insieme in un solo spazio diventa presto indifferibile. L'occasione matura con la disponibilità di alcuni locali al pianoterra, alle porte di Secon-digliano. È nata la "Kiton", l'azienda destinata a conquistare i mercati di tutto il mondo. Il nome, ritoccato per favorirne la circolazione sui mercati esteri, si ispira al chitone: la tunica lunga che i greci di rango indossavano nelle grandi occasioni.
A proposito: il ragazzo, che non conta ancora vent'anni, si chiama Ciro Paone. È un procedere a singhiozzi. Pochi passi, una sosta, una rapida battuta. Mentre una mano si poggia amichevolmente su una spalla, l'altra scompone i radi capelli dell'uomo al banco, e tutte e due si allungano in un cordiale abbraccio.
"Nicò, che ha fatto tua figlia con quell'esame? E tua moglie quanto te lo dà stu figlio, Vincè?"
Partecipo al rito che più volte al giorno vede il titolare della Kiton s.p.a., il Cavaliere del lavoro Ciro Paone, scendere in questa piazza d'armi dove lavorano circa quattrocento sarti. È una realtà che non ha riscontro in nessun'altra azienda di abbigliamento e alla quale si stenta a credere prima di averla vista. Sto seguendo la più inconcepibile e perfetta catena di montaggio a mano, in grado di mettere insieme un abito, dal taglio alla stiratura. Un esercito di sarti ben ordinato, organizzatissimo, tutto forbici, ago e filo. "È il mio orgoglio. Sono loro la Kiton. Per questo li ho fatti sfilare a Palazzo Pitti. I sarti protagonisti di un defilé di moda. Non si era mai visto".
Passo ai piani superiori. È un percorso senza fine, in una struttura che impegna oltre ventimila metri quadrati e che disorienta per la sua tipologia. È nata a metà degli anni Sessanta e testimonia dell'affermazione della Kiton nel mondo. Anche se più che ad un'azienda fa pensare a un albergo a cinque stelle, o meglio a un "hotel de charme" carico di suggestione. Gli spazi si susseguono come fotogrammi inediti e sorprendenti: l'asilo nido, la scuola, le grandi cucine, la mensa (ma il termine è riduttivo e improprio, visto il tono dell'ambiente), gli uffici, le sale riunioni. Ovunque, in quest'architettura che non ha niente da spartire con l'idea del laboratorio, è distribuita a piene mani una delle più ricche e compiute collezioni di arte, mobili e oggetti di antiquariato.
"Ho voluto un luogo dove si potesse stare insieme e lavorare con piacere, senza l'atmosfera triste della fabbrica. E poi vivere a contatto con la bellezza e con l'arte, fa bene a tutti".
Procedo fra scale ad "embrasse", marmi intarsiati e lunghi ambulacri scanditi da gouaches e dipinti di scuola napoletana: una raccolta di opere di Giarrizzo, numerosi Cortiello degli anni Venti, due rosseggianti quadri di Catelli, una scultura di Mirò. E mobili, tanti mobili antichi, di alta ebanisteria, tutti rigorosamente napoletani.
Aroma insistente di buon caffè, amarcord familiare, parlata sapida e gustosa nella lingua di Basile e di Viviani. L'uomo è affabile, di una semplicità che sconcerta. Nel grande studio, dove si affacciano palme gigantesche, la parete affianco al tavolo ospita la dinastia dei Paone: foto d'altri tempi, immagini di una famiglia di solidi commercianti in una Napoli ancora borbonica, volti e sguardi smarriti dinanzi a quella misteriosa cosa che era la macchina fotografica. C'è perfino il ritratto del bisnonno di don Ciro (i vecchi sarti lo chiamano ancora così) e una sua lettera al padre, che termina con queste parole: "Vi saluto e vi bacio con rispetto e obbedienza".
È il piccolo "locus animi" del Cavaliere, il solo spazio intimo dell'azienda. Il resto è tutto in luce, tutto godibile. A cominciare dalla straordinaria collezione dell'intero guardaroba del duca di Windsor, oltre trenta manichini con i capi di vestiario per le varie occasioni, dalle alte uniformi alle divise di ordinanza, dagli abiti da sera a quelli da passeggio, fino al kilt scozzese, che Paone ha acquistato in asta dalla Sotheby. Una delle tante raccolte che dice quale profondo legame abbia il Cavaliere con l'abito, inteso soprattutto come spia di un'epoca, di un costume, di un gusto. Parliamo di eleganza, e la risposta è secca.
"Non si deve notare, non si deve vedere. Elegante è l'indossaggio, la persona, non il vestito".
Provo con un ventaglio di domande, senza connessione fra loro. "Il successo? Lo inseguo ancora. Anzi, con più rabbia di prima. Èun obiettivo, non una conquista. Che cosa m'irrita? La presunzione, che spesso diventa anche arroganza. La chiamo "i cavalli di Bellomunno". Grossi, solenni, tutte bardature e pennacchi, ma capaci solo di procedere al passo". Irrompe, nello studio, allegro e luminoso un bambino. "È mio nipote, ne ho quattro. Le mie figlie hanno dosato le maternità: due per ciascuna".
Il bambino vuole andare a vedere i cani. Così scendiamo insieme nell'ampio cortile. Non ho mai visto animali del genere. Sono enormi, di pelo rossiccio, la testa leonina, il corpo forte e muscoloso. "I maschi pesano dai 90 ai 110 chili. Vengono dal Caucaso e sono paurosamente aggressivi. Ne tengo cinquanta, affidati a tre russi che sanno come trattarli. Per anni ho avuto dei mastini napoletani, ma oggi non sono più quelli di una volta. Li hanno quasi trasformati in cani da salotto".
Il molosso ringhia, mentre qualcuno si avvicina al Cavaliere. "Hanno scritto dalla Bocconi di Milano. Chiedono per la seconda volta una sua relazione sul management. Dobbiamo indicare una data".
Già, perché il ragazzo irrequieto e svogliato di sessant'anni fa, oggi è invitato dalle università di Boston, Chicago, Francoforte per parlare di quel miracolo produttivo che è la Kiton. "Spesso, in queste occasioni, mi domandano come vanno le cose con i sindacati. Da me lavorano oltre quattrocento persone, ma non c'è commissione interna. Mai uno sciopero, o un giorno di cassa d'integrazione. Stentano a credermi".
La casa ad Anacapri ricorda il suo passato di cacciatore
Di media statura, impeccabilmente vestito di grigio scuro, lunghi capelli, faccia larga, una certa rassomiglianza con l'attore francese Jean Marais: ecco in sintesi un ritratto di Ciro Paone, il patron di "Kiton", la marca mondiale dell'abbigliamento, ma anche lo stile dell'abbigliamento che ha conquistato i mercati europei, americani e asiatici.
Le cronache narrano che, in occasione dei suoi incontri all'estero con gli uomini d'affari di tutto il mondo, fa preparare pranzi esclusivi. Porta con sé il cuoco Pasquale, la pasta di Setaro, la mozzarella, i pomodori e ogni ben di Dio per un magnifico pranzo napoletano. Come se non bastasse, fa usare l'acqua di Napoli, trasportate in capienti taniche, per cuocere gli spaghetti. Quando lo racconta ai suoi amici, questi stentano a crederci. "Possibile, l'acqua da Napoli? E che cos'ha di speciale l'acqua napoletana?" E Ciro Paone ne illustra le qualità e le proprietà, e ne sottolinea l'"importanza" per preparare gli spaghetti e il caffè, e per confezionare la pizza. E gli amici restano incantati quando Paone parla dell'acqua di Serino, "la migliore che c'è a Napoli". "Serino, Serino", gli amici ripetono il magico nome e convengono che, effettivamente, non hanno mai mangiato spaghetti così buoni come quelli fatti preparare da Paone.
Nel suo studio in fabbrica fa bella mostra un gigantesco Pulcinella di legno in atto di ballare. Ma ha tante cose preziose, Paone, da mostrare ai visitatori.
Appena può cerca quiete e amici nella sua casa di Anacapri, "La Beccaccia". L'ha chiamato così ricordando i tempi in cui era un provetto cacciatore. Ciro Paone, di recente, ha inaugurato la nuova sede della "Kiton" a New York nel palazzo che era del Banco di Napoli nella Fifth Avenue. Nelle eleganti vetrine e nei locali arredati con gusto, le sue creazioni hanno già incantato gli americani.

