Un viaggio felice tra vecchio e nuovo Egitto

- di Angelo Caroli

Il jocker di Artemisia e il tesoro di Tutankamon, le piramidi, l'isola Elefantina, i colossi di Abu Simbel, l'arrivo nel Mar Rosso.
Il mistero del deserto e l'Oasi di Kharga.
Il fascino della barriera corallina durante un'immersione indimenticabile.
Sharm el Sheikh e la casa dei delfini.
Il tè dei beduini.
Il monastero di Santa Caterina e il monte dei dieci comandamenti.
L'ultimo approdo all'isola di Tiram, piccola e grigia, sdraiata sull'acqua di fronte alla baia di El Nabq.

Sapevano che sarei passato da loro. Sapevano che il progetto era imbarcarmi in una vacanza diversa, voglio dire aggiungere cultura alle beatitudini ottiche. Sapevano che il mio istinto questa volta mi trascinava fuori dall'Italia. Non più in Sardegna o in Sicilia. Perciò quando varcai la soglia della Cisalpina Tours di corso Giovanni Agnelli a Torino, Anna e Rosy mi fissarono con occhi subito operativi, curiosi, attenti. Le due creature erano a mia disposizione e anticipavano i miei desideri.
Un'isola mi aspettava, si trattava di vedere quale parte avrei, avrebbero scelto per me. Puntarono il dito sul mappamondo e decisero. L'Africa, l'immenso crogiolo di meraviglie tagliato dal resto del mondo con un colpo di machete inferto a Suez dal genio e dall'intraprendenza dell'uomo. Del continente privilegiarono la parte più settentrionale e fascinosa, l'Egitto. Fu così che ho visitato il Cairo e il suo Museo.
Ci sono. E' il galoppo razionale ed emotivo della memoria. All'ingresso un cavallo dalla struttura agile e nervosa fionda nell'etere un giovinetto esile e però muscoloso, il jocker di Artemisia. Il fantino mostra fattezze incredibilmente moderne. Nel senso di attuali. I colori conferiscono alla scultura sfumature smaltate.
Sbalordisco quando mi trovo davanti al tesoro di Tutankamon ed esalto, in silenzio, la grandezza di una emancipazione esplosiva che risale a 1000 o 2000 anni avanti Cristo. E' il mio primo approccio con l'Egitto, il resto mi apparirà come un filmato irreale. E comincio a stabilire una seppur vaga differenza fra le nozioni assimilate dai libri scolastici e le sensazioni metabolizzate con l'esperienza visiva. Dunque con il contatto. Con l'incontro. Con il riscontro. Via via l'ammirazione lievita, fino ad assumere la struttura impalpabile e indescrivibile dell'assurdo. O dell'incredibile.
Mi emoziono davanti alle piramidi di Cheope e Micerino ed alle strutture funerarie di Kefren, al fluire lento e giallognolo del Nilo fino a Luxor ed Assuan. Il fiume è affiancato da frequenti ed estese piantagioni di cotone che danno nutrimento tessile alla Nazione. Come dolci carezze spuntano qua e là oasi dove appena si avverte lo scalpiccio dei cammelli con muso, occhi e ruminare docile e paziente.
Assuan compare come una cartolina concepita da un divin pittore che non può sottrarsi al silenzioso filare delle vele issate da veloci feluche. Visito l'isola Elefantina, finalmente un'isola, il "ritiro spirituale" tanto caro ai nostri lettori. E' ricca di scavi perché frequentata in epoca arcaica. Gli egizi ricavano il nome dalla singolare forma dell'isola. Prima di raggiungere Abu Simbel constato come le schiene ricurve dei lavoratori egiziani e i cervelli che li dirigevano avessero edificato piramidi, tombe, dighe, muraglie, acquedotti e canali, tutte fantascientifiche anticipazioni del futuro. Un'ingegnosa rete tessuta da un popolo che sarebbe scivolato nella decadenza solo dopo la morte di Ramsete III.
Ad Abu Simbel, Abu Simbil in origine, mi spiegano che il famoso gruppo statuario su cui discetta tutto il mondo è stato salvato nel 1968 dall'Unesco e ricostruito a una quota superiore perché minacciato dal Nilo. Il tempio di Ramsete II ha comunque un'imponenza planetaria, quasi una sfida al destino e al cielo, che in Egitto somiglia a una costante lama ricavata nell'acciaio. Il frontespizio, si sa, è sovrastato dalla statua del faraone, un colosso alto venti metri affiancato dall'effige di Nefertari, un po' regina e un po' divinità.
Sono saturo di stupefacenti diapositive ma non pago. Ciò nonostante ho bisogno del versante marino. Opto per il mar Rosso, loro lo chiamano El Bahr El Alamari, per i suoi bagliori rossastri, per le spiagge schiaffeggiate dal vento che in taluni giorni è implacabile come il sole, per i deserti che lo fiancheggiano e per le barriere coralline che tingono le acque e intanto scremano gli umori talvolta malsani del mare.
L'aereo atterra a Marsa Alam, un sito scoperto dal punto di vista turistico soprattutto dopo l'apertura dell'aeroporto. L'hotel che scelgo è ubicato a pochi chilometri più a sud. Il piccolo villaggio di pescatori dista non più di 150 chilometri da El Quseir. Mi ritrovo nell'Egitto più misterioso e sconosciuto, ai margini del deserto occidentale e in linea parallela con la celebre Oasi di Kharga, non molto lontana da Assuan. Durante il tragitto conto decine e decine di alberghi, ma la cosa più sbalorditiva è la clonazione costante delle strutture alberghiere che fioriscono lungo la striscia rossastra e brulla.
Il tempo per depositare le valigie in camera, ammirare la costruzione molto ben modellata all'ambiente, verificare la gentilezza degli stanziali e mi faccio indicare il tragitto per scendere in spiaggia. La gradinata è lunga ma dolce. Il vento flagella la costa quel pomeriggio. Il sole tira fuori gli artigli e il mare mostra un umore strano mentre avanza e si attorciglia in bave bianche. Non è giornata ideale per un'immersione. Ma voglio provare con lo snorkeling. Indosso la tuta di gomma, calzo le pinne, infilo la maschera e percorro il lungo pontile in legno. Mi ripasso le regole essenziali: affrontare il reef con cautela, evitare danni alla produzione continua di milioni di madrepore, evitare contatti con il pesce pietra, un pericoloso fruitore di capacità mimetiche, con il pesce scorpione e con il "corallo di fuoco" capace di provocare dolorose ustioni.
Mi immergo, sono emozionato, il silenzio è compensato dal "suono" di luci che flottano da ogni dove. La barriera è un arcobaleno, un caleidoscopio di coralli e fondali, le tinte si accendono senza pause e abbagliano con delicatezza. Esseri minuscoli e non transi-tano a frotte oppure in fila. Riconosco il pesce Angelo, il Pagliaccio, il Pappagallo e il pesce Napoleone che sfoggia un grugnito quasi comico. Il Leone incute rispetto e pare trafitto da decine di aculei. In acqua resisto un'ora, il boccaglio infilato nell'occhiale me lo consente, la passione per il mare fa il resto. Quando decido di uscire sono stordito. Ho raccolto tante immagini che è difficile conservarle tutte e tutte intere.
Mi asciugo al sole rovente e penso a dopodomani, quando l'aereo mi trasferirà a Sharm El Sheikh. Mi guardo alle spalle e mi godo la quiete che scivola in mezzo agli appartamenti dell'hotel, ora camuffati con il rosso desertico ora scintillanti di bianco. Sono comunque sempre addolciti dal verde di prati e piante rigogliose, e dal rosa sfumato di gerani e oleandri. E' pace integrale.
Due giorni dopo approdo a Sharm el Sheikh, vertice della penisola del Sinai e un luogo molto adatto ai giovani. Mi sento fuori luogo. Mi consolo con l'amore per un mare che conosco, per la magia dei cespugli subacquei traslucidi e variopinti, per la fauna in perenne movimento. Poi penso che sono soltanto in transito. Stavolta l'obiettivo è il monastero di Santa Caterina.
Trascorro il resto della giornata in spiaggia, mi tengono compagnia un sole caldo e "Un giorno di fuoco" di Beppe Fenoglio. La sera sopraggiunge con la rapidità di un volatile colpito a morte da un calibro dodici. La temperatura si abbassa e mi godo un tè aromatizzato con spezie locali. Alle 21 gli abitanti dell'hotel si ritrovano in spiaggia. Si cena con piatti egiziani. E' un trionfo di gusti e delizie culinarie. Un whisky doppio mi accompagna fin sull'uscio del bungalow.
La notte, per nulla agitata, mi proietta al mattino successivo.
Il punto di arrivo è uno dei siti marinari più suggestivi, la "dolphine house". Il mare è una sogliola verde e azzurra. L'ansia del vento si è rintanata chissà dove. La prua della motobarca nell'acqua ha l'effetto di un rasoio. In un'ora ci troviamo nel punto programmato. Comincio a vedere linee curve che spuntano dall'acqua per affondarvi subito dopo. E' una danza pacifica, uniforme, scura e lucida. Sono i delfini, avvezzi alla presenza pacifica dell'uomo. C'è chi riesce a toccarli. Lampi di magnesio abbagliano l'azzurro del cielo. E' una festa.
Mi calo anch'io in acqua, voglio imitare un compagno di viaggio che tocca uno dei ballerini del mare. Fallisco. Il branco si scompone e ricompone con schemi quasi sincronizzati. Sotto di noi la barriera corallina disegna volubili cespugli multicolori senza emergere dal fondale quasi albino. Il tempo vola, si torna a Marsa Alam.
Altra cena con amici occasionali, altri cibi questa volta di scuola occidentale. Una decina di pagine di libro, un whisky senza ghiaccio e il sonno mi occupano fino al mattino successivo. La sveglia è per le sei. Calzo scarpe comode e indosso jeans. Dopo colazione si parte. Un pulmino con dodici persone sopra attraversa il deserto del Sinai.
Una serie inquantificabile di spuntoni aguzzi come triangoli lontani segnano l'orizzonte. Si staglia più in alto il Gebel Moussa, il monte sul quale Dio rimise i dieci comandamenti nelle mani di Mosè. Lungo il deserto incontriamo beduini che offrono tè per avere una mancia. Ancora una cinquantina di chilometri e il deserto si fa dominare dal monastero che porta il nome di Santa Caterina. Lo fece costruire Giustiniano nel 527 dopo Cristo. L'ascesi è totale in questo posto mistico in cui si ravvisano le prerogative di un ortus conclusus. Intorno tutto è silenzio e meditazione. Qui, mi spiegano, si rifugiarono i monaci cristiani perseguitati nel 300 dC. E qui Mosè vide il roveto ardente e promise a Dio di liberare il popolo ebraico. All'interno è allestita un'interessante galleria di icone di valore e rilievo artistico. Sono stanco, non me la sento di affrontare l'ascesa sul monte Sinai e aspettare l'alba.Anche in questo istante di grosse titubanze sento la carezza di una consolazione: all'indomani navigherò fino all'isola Tiran, che se ne sta sdraiata sull'acqua di fronte alla baia di El Nabq. Un lembo di terra grigia, quasi cupa e paradossalmente rischiarata da riverberi che schizzano dal mare e dalle sue magie. Un'isola piccola, limitata nel tempo e nello spazio. Ma un'isola dove attraccano i sogni. Si può forse vivere senza? Direi di no.

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