Indice
- Numero 27 - Dicembre 2006
- L'Editoriale - L'ora del declino
- La Cina č pių vicina
- Il mistero di Stromboli
- Quelle due gatte dell'inferno nel mar dei Carabi
- L'uomo che a Lacco Ameno ha ricreato i fasti di Rizzoli
- Le cinque scoperte di Positano
- Il panorama delle sirene dalla collina di Cetrella
- Le torri luminose del mare
- Un tesoro di ragazzo dagli occhi azzurri
- L'Avana, la donna maestosa che si fa bella di sera
- Una cartolina dalla Corsica
- Sulla rotta dei delfini
- Il baciamano di uno chansonnier
- Salviamo Pianosa
- Un veliero caprese a sud della Sicilia
- Napoli e dintorni al tempo dei chiattilli
- Il reporter dell'isola
Una cartolina dalla Corsica
- di Ester Chica
L'arrivo in nave a bastia. un ombrellone sempre in spalla.
Un piatto di "brocciu" per rifocillarsi.
L'acqua verde e blu della baia della rondinaia.
I vicoli di porto vecchio. l'escursione a bonifacio.
La gita sulla spiaggia del lodo a saint-florent.
Il deserto delle agriates e l'acqua gelida di saleccia.
Era l'alba di un giorno di fine luglio. Non avevo dormito tutta la notte per il timore di non sentire la sveglia. Mi alzai dal letto e avvertii nelle gambe la stanchezza per le ore insonni. Raggiunsi la finestra della camera singola dell'Hotel "Gran Duca" di Livorno e mi affacciai.
Il viale sottostante, che la sera prima era pieno di persone e da dove fino a ora tarda era arrivato il trambusto degli artisti di strada, era deserto. L'aria era fresca, si avvertiva la brezza del mare e gli odori del porto poco distante.
Guardai l'orologio, erano da poco passate le sei. L'imbarco della Corsica Ferries era previsto per le 8,30 del mattino. Mi decisi a vestirmi per fare colazione in albergo. La doccia calda mi restituì un poco di forza e l'umore giusto per la partenza.
Dove vado?, mi chiesi mentre attendevo l'ascensore, con lo sguardo fisso sulla moquette rossa del pavimento. La risposta non arrivò. Sapevo solo che la nave era diretta al porto di Bastia, al nord della Corsica. Il sole e il mare della Corsica li avevo visti solo su Internet o su alcune guide turistiche, oppure li avevo immaginati negli occhi delle persone che mi avevano parlato di "un'isola che assomiglia alla Sardegna, ma è ancora più bella".
Le ultime settimane a Napoli, gli ultimi massacranti giorni di lavoro, l'afa e lo smog della grande città, mi tornarono alla mente mentre bevevo il caffè nella saletta-colazione dell'albergo e diedero risposta a un secondo interrogativo: perchè parto? Le-ragioni-della-partenza mi accompagnarono mentre chiamavo il taxi e durante l'attesa nella hall ancora impregnata dell'odore delle migliaia di sigarette fumate prima della legge- Sirchia. Il buongiorno del tassista fu seguito dal silenzio assoluto che occupò successivamente l'abitacolo della macchina. Rimpiansi i tassisti partenopei e i loro insegnamenti sulla vita, sulla politica, sulla gestione della casa e della famiglia.
Pensavo questo quando vidi la nave con la rampa di accesso ancora alzata e il piazzale antistante completamente vuoto. Scesi dal taxi pentita per essermi avviata così presto e, dopo aver pagato la corsa, mi guardai intorno alla ricerca di qualcuno che potesse darmi indicazioni sulla partenza, ma non c'era nessuno.
Da lì a poco arrivarono alcune macchine cariche di bagagli e di bambini.
C'erano confezioni di merendine alla frutta e pacchi di pannolini che occupavano a vista i bagagliai (che erano stati scoperchiati per fare spazio) e i sedili posteriori delle stationvagon.
Le luci dei lampioni erano ancora accese quando arrivò un uomo con una divisa blu a fasce argentate che parlava con la bocca attaccata a una ricetrasmittente. Il cielo era terso e una foschia bassa saliva dal mare. La stanchezza per la notte insonne arrivava a onde allo stomaco e subito dopo alla testa. Sentii il bisogno di accasciarmi al suolo e di dormire, ma pensai che decisamente non potevo. Finalmente la nave aprì la sua enorme bocca; subito dopo io e altre centinaia di persone fummo ingoiate, mentre uomini con le ricetrasmittenti davano ordini urlando e gesticolando platealmente. Fu allora che fui assalita da un certo disagio. Il terrorismo, il mare forza dieci, le avarie, le epidemie e quanto altro potesse mettere in pericolo il viaggio mi occuparono la mente mentre raggiungevo le ampie sale destinate ai viaggiatori.
Mi ritrovai seduta su un divanetto di velluto blu miracolosamente libero. I posti adiacenti erano stati prontamente occupati da una famiglia (genitori con due figli al seguito) che aveva sistemato, sul tavolino di vetro posizionato di fronte, cartocci con ogni genere di affettati, pane, acqua e bibite varie. Chiusi gli occhi, mentre fissavo un bambino di circa dieci anni che addentava un panino al salame, e mi addormentai.
Sognai Napoli e via Toledo invase di gente e mi vidi tra la folla, mentre correvo verso un autobus che chiudeva le porte e ripartiva, lasciandomi a terra. Fui svegliata dalla sirena della nave e dal trambusto delle persone che mi circolavano a fianco. Quando decisi di aprire gli occhi apparvero infradito, stinchi, glutei e passeggini.
Dall'oblò alle mie spalle intravidi alcuni uomini che armeggiavano con due enormi funi.
Guardai l'orologio. Erano quasi le 12,30 ed ero arrivata a Bastia. Il seguito è un ricordo di colori soffusi, di suoni ovattati e di mille odori diversi e confusi. E' un ricordo dolce e allegro difficile da raccontare, ma che merita di essere richiamato alla memoria seppure, a tratti, con parole che non sempre mi appartengono. Al primo posto, nella memoria, c'è sicuramente la Baia della Rondinaia.
Erano i primi di agosto e la mia permanenza nella splendida Baia di Santa Giulia, situata al sud della Corsica a tre chilometri circa da Porto Vecchio, risaliva a una settimana prima. Quella mattina mi svegliai presto. Aprii gli occhi di scatto con la netta sensazione che qualcosa stava per cambiare. Scesi giù per la scala di legno del soppalco (dove era sistemata la stanza da letto del bungalow sulla spiaggia che avevo affittato all'arrivo) e, con un'energia per me inconsueta al mattino, preparai il caffè.
Il sole faceva capolino tra i lecci e l'aria era fresca. Guardavo le foglie di fronte a me e pensavo a Napoli ormai distante. Il programma di viaggio, che avevo fatto la sera prima, davanti a un bicchiere di vino rosso e a un piatto di "brocciu", seduta a una delle tante vinerie che riempivano i vicoli di Porto Vecchio, prevedeva per l'indomani la visita a Bonifacio.
Poichè i programmi sono fatti apposta per essere modificati, tra un sorso al caffè e un morso al croissant, decisi di raggiungere in mattinata la Baia della Rondinaia, poco distante dal residence. Con l'ombrellone in spalla (che non deve mai mancare sulle spiagge della Corsica) mi avviai verso la strada principale. Il tragitto fu breve, dopo pochi minuti imboccai un viottolo sterrato.
Camminavo lentamente, guardando a terra i fili di erba tra la sabbia bianca e sottile come il borotalco. Alzai gli occhi, di colpo, quando sentii l'odore del mare e vidi proprio di fronte la baia.
La dimensione dell'insenatura era giusta: nè grande nè piccola. L'acqua, trasparente a riva, diventava, con l'avanzare dello sguardo, verde chiaro, verde scuro e infine blu. Una leggera brezza accarezzava la superficie restituendole un movimento come quello dei capelli dei bambini.
Avanzai per assicurarmi che più da vicino lo spettacolo che mi si presentava rimanesse reale e, non senza stupore, notai che a pochi centimetri dalla riva l'acqua era ancora più cristallina. Si vedevano chiaramente, sul fondo, i rametti dei pini marittimi che costeggiavano, ai lati, la baia e branchi di piccoli pesci colore argento che nuotavano indisturbati.
Mi sedetti e aspettai. Una voce mi disse che andava tutto bene. Chiusi gli occhi e vidi Napoli di notte. Il cielo era blu, c'erano migliaia di stelle e la gente passeggiava nei vicoli senza avere paura.
La mia permanenza al sud dell'isola terminò il giorno successivo, dopo un'escursione a Bonifacio che, vista al tramonto fuori dalle mura, sembra una nave sospesa su una roccia. La sensazione che ebbi quando arrivai a Saint-Florent, al nord della Corsica, fu che il tempo, a tratti, si fosse fermato: i tramonti e la natura erano intatti, perfettamente corrispondenti al sogno di ogni viaggiatore. Ricordo la mattina che raggiunsi la spiaggia del Lodo. Arrivai al porto a piedi e notai alcune nuvole all'orizzonte.
I due bar della piazza erano vuoti e i negozi di souvenir ancora chiusi. Il vento riempiva i capelli delle persone che, in fila, aspettavano l'arrivo dell'imbarcazione che avrebbe condotto tutti noi alla spiaggia, accessibile solo via mare.
Che ci faccio qui? mi chiesi, seduta sulla panca di legno della barca, in attesa della partenza. Ero senza pranzo e senza acqua e il mare minacciava di ingrossarsi. Le mie perplessità sparirono quando vidi l'azzurro del mare, la striscia bianca della spiaggia del Lodo e dietro, a perdita d'occhio, una grande macchia verde.
Avevo lo sguardo fisso e l'ombrellone stretto tra le mani quando trasalii per la voce all'altoparlante che, in francese, dava indicazioni sul percorso per raggiungere a piedi, attraversando il deserto delle Agriates, la spiaggia di Saleccia.
Attraversai il deserto nel pomeriggio, quando il sole cominciava a calare, e mi ritrovai immersa in una distesa fitta di vegetazione di ogni specie. Niente rimandava alla vita di sempre. Camminavo e mi sentivo galleggiare in un nulla dove tutto spariva, anche i ricordi. Ero stordita dai profumi e dai colori quando incrociai un enorme bovino che avanzava, con lo sguardo basso e l'andatura lentissima, nella direzione opposta alla mia.
Continuai fino alla spiaggia di Saleccia dove vidi un mare di colore scuro e poco più di dieci persone che guardavano le onde. Una strana quiete mi avvolse, mi sentii rappacificata.
Era il momento perfetto, quello in cui si crea un equilibrio inaspettato tra te e tutto ciò che ti circonda. Mi ritrovai in un punto sospeso, precisamente allineato, tra il passato, il presente e il futuro.
Piantai l'ombrellone, mi tolsi le scarpe e il pareo e mi avviai verso la battigia.
L'acqua era gelida. Chiusi gli occhi e mi immersi mentre pensavo che quello era il luogo dal quale io non sarei mai più voluta partire.

